Un settore al collasso, mortificato in qualsiasi azione di programmazione e ripresa da un susseguirsi incoerente di provvedimenti che hanno imposto al danno delle chiusure, la beffa di continue nuove regole, misure, cambi di orario e modalità lavorative. I dati sulla natimortalità delle imprese tratti da Movimprese rilevano che nel 2020 hanno cessato in Sardegna 706 imprese del settore. Un dato che resta in linea con quanto accaduto nell’anno 2019ma ciò non deve rassicurare perché il sentimento comune agli operatori di questo settore è resistere finchè si può alle tante difficoltà, perché non hanno alternativa.

 “Purtroppo la convinzione è che comunque le chiusure fin qui registrate -dichiara Gian Battista Piana, direttore Confesercenti Sardegna – siano soltanto una piccola parte del processo di arretramento imprenditoriale che le misure di restrizione determineranno nell’immediato futuro.”

“Le stime infatti fanno pensare a 1,5/2mila unità il numero delle imprese a rischio chiusura in Sardegna con conseguenze drammatiche anche per quanto attiene ai livelli occupazionali”.

I danni imposti al settore della somministrazione e dell’intrattenimento diffondono infatti la loro portata negativa sia alla filiera dell’agroalimentare, che ne è fornitore di prodotti e beneficiario in termini di immagine, sia a quella del macro-settore turistico, che rischia di trovarsi letteralmente depauperato nel medio periodo di uno tra i primi motivi che spingono i turisti a visitare, prima, e ritornare, poi, le nelle nostre città e paesi.

“La ristorazione e tutto il settore dei pubblici esercizi – continua Piana – ha sempre avuto un ruolo fondamentale nella valorizzazione del turismo e della cultura locale. Gli oltre 11.000 bar, ristoranti e attività di intrattenimento, sostengono da sempre una vocazione all’autoimprenditorialità di un numero crescente di sardi, con particolare impatto proprio su quelle categorie la cui componente imprenditoriale andrebbe più fortemente rafforzata, cioè donne e giovani.”

“Le imprese della ristorazione e dei Pubblici Esercizi” – aggiunge Bastiano Rosu presidente FIEPET CONFESERCENTI – “sono state fra le prime ad essere chiuse e continuano ad essere oggetto di provvedimenti restrittivi che provengono da più parti, Governo e sindaci. E purtroppo gli aiuti e ristori sino ad oggi concessi non sono stati in alcun modo sufficienti e idonei a far recuperare il disagio di decine di migliaia di famiglie che dipendono dal settore a vario titolo”.

Tali provvedimenti e misure di contenimento hanno determinano un calo senza precedenti del fatturato del settore con variazioni negative in alcune situazioni ben superiori al 60%. Facendo un rapido conto si scopre che i pubblici esercizi hanno fin qui accumulato un periodo di formale chiusura per circa 160 giorni per la ristorazione, per non parlare di alcune componenti dei Pubblici Esercizi, come le discoteche o le attività di catering o le sale da gioco, che di fatto sono chiuse da un anno. Certo è che non si può negare che quello dei pubblici esercizi sia il comparto a cui più di qualunque altro si è imposto il sacrificio sociale di pagare il costo per il contenimento della pandemia a prescindere dagli effettivi rischi di diffusione del contagio da parte del settore.

Ciò che sembra del tutto ingiustificato è proprio il voler assimilare attività diverse a medesime restrizioni non distinguendo le imprese in base alle loro caratteristiche particolari. In tutti i casi il settore non vuole e non può farsi carico dei costi conseguenti ai ritardi ed inefficienze altrui.

“Se la situazione non verrà sbloccata, il 2021 sarà l’anno del tracollo – conclude Piana – e non sarà una perdita soltanto di numeri di attività produttive, e quindi di una catastrofe per l’economia isolana, ma anche una grave perdita di competenze e professionalità che rischia di impoverire tutto il settore.

L'articolo Covid-19, l’allarme di Confesercenti: “A rischio chiusura 2000 attività in Sardegna” proviene da Casteddu On line.

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