Il lieto fine è arrivato oggi: esito del tampone “non rilevabile”, cioè “negativo”. A essere sottoposto al test, il ventisette ottobre scorso, un bimbo di dieci anni che frequenta una quinta elementare di Cagliari. Accanto a lui c’è il padre, Giacomo V., 47 anni (nome di fantasia per tutelare la privacy del minore) che può finalmente tirare un sospiro di sollievo. Niente virus, fortunatamente, ma tanta rabbia per una comunicazione tutt’altro che “flash”. Ma cosa è successo? “Una settimana prima della lettera ricevuta dall’Ats, sono venuto a conoscenza che un compagno di classe di mio figlio era positivo al Covid. Sono stati i genitori ad avvisare le altre mamme e papà nella chat di classe di WhatsApp. Il mio bambino, fortunatamente, era assente nei tre giorni precedenti ed è tornato in aula solo per un giorno. Appena ho saputo del caso anche dalle insegnanti, per precauzione l’ho tenuto a casa”. Ma quanto riferito dalle docenti al padre sarebbe stato in via ufficiosa: “Mi avevano detto che attendevano sviluppi dalla direzione scolastica e dall’Ats”.I giorni passano, e solo dopo una settimana arriva il documento ufficiale: “I minori dovranno essere accompagnati da un genitore presso la struttura situata in via Romagna, 16, Cagliari, padiglione N” per fare il tampone in seguito alla positività accertata “di un soggetto frequentante la classe 5 A” di una scuola primaria cagliaritana. Spicca, poi, la quarantena: la fine era prevista “il trentuno ottobre compreso”. La lettera dell’Ats è datata 26 ottobre, otto giorni dopo “l’ultimo contatto” avuto col bimbo positivo: “Ho avuto ansia e paura, oggi è arrivato l’esito del tampone e, per fortuna, risulta negativo. Ma non si possono lasciare i genitori per giorni e giorni in balìa dell’incertezza. In casi simili serve più rapidità”, osserva il 45enne, “e tutela della salute”.

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