Intrattengono gli automobilisti al semaforo con le loro acrobazie: brevi spettacoli in cui evidenziano la loro arte. Sono Paolo e Andres, due artisti di strada e il semaforo di piazza Giovanni XXXIII a Cagliari è attualmente il loro “ufficio”.Si presentano puntualmente alle 8 per sbrigare le prime pratiche di preparazione e riscaldamento. Alle 9 aprono al pubblico per poi chiudere alle 13,30 circa. Insomma, un vero e proprio lavoro ma senza pareti, senza soffitto. Tra i loro progetti oltre quello già realizzato di girare il mondo c’è quello di insegnare la loro disciplina presso un laboratorio artistico, quando la pandemia lo consentirà.Andrea Darco, di Monserrato, descrive incontri ed emozioni con gli artisti di strada apprezzati ed applauditi dai tanti automobilisti di passaggio: “Come ogni giorno andavo in ufficio facendomi strada nel traffico mattutino di una Cagliari che ha voglia di rialzarsi e di ricominciare. Accanto a me mio figlio, assonnato e taciturno che ascolta nelle sue auricolari una musica che forse oramai son troppo grande per capire.  In una vettura cosi piccola cosi grande distanza tra me e lui. Nella mia mente scorrono mille appuntamenti, cose da fare e scadenze da rispettare.  Viaggio con la mente in questo torrente di impegni mentre guido per inerzia ma puntualmente un clacson da dietro mi riporta dentro la mia vettura incastrata nel traffico. Un altro semaforo, arancione e subito rosso, non passo per un attimo, mi fermo mentre l’orologio si porta via un altro minuto resto qui, primo della fila, a fissare il semaforo rosso. Dalla mia destra entra in scena con una grande ruota un uomo vestito di nero con rosse bretelle e un sorriso che sinceramente vorrei indossare anche io cosi bene. Lo osservo, tutti lo osservano assonnati e incuriositi,  o meglio tutti quelli che hanno ancora gli occhi del cuore aperti per osservare. Vedo quest’ uomo danzare agile e sorridente, volteggiare leggero, libero dentro, libero dentro un cerchio. Vedo mio figlio fissare quello spettacolo, vedo il suo volto sorridere, sento sorridere il bambino che vive in me e spesso nascondo.Sono felice, per un attimo sento un energia partire dal petto e salire fino alla bocca a disegnare un minuscolo sorriso. Quell’uomo è uguale a me sembriamo coetanei, sembriamo simili, si, siamo uguali. Ci separa solo un vetro ci separano le scelte che abbiamo fatto o forse no. In un attimo lui è accanto a me, apro il finestrino, ora non ci separa più nulla. Ha un sorriso che mi ricarica e io ricarico lui rispondendo al sorriso con un sorriso. Lui guarda i miei occhi e quelli di mio figlio come a cercare una fiamma dentro le nostre anime,  per capire se lo spettacolo l’avesse accesa, alimentata, resa viva.Lo saluto allungando la mano fuori dal finestrino e porgendoli una moneta. Lui mi ringrazia la accoglie nel suo cappello e il suo grazie sembra arrivare dal cuore di un bambino. Sessanta secondi. Tanto è durato lo spettacolo.Il palcoscenico era umile composto da asfalto e strisce pedonali, ma il teatro che gli ospitava era enorme era bellissimo e lo conoscevo molto bene perché è il teatro della mia mente, dove ogni giorno vanno in scena le mie emozioni. Anche io voglio essere libero nel cerchio della vita. Ma osservando questo spettacolo mi ricordo che sentirsi liberi è un gioco in cui ci vuole tanto allenamento.Un attimo dopo è scattato il verde, un colore acceso dal sapore di un addio, ma non sarà un addio.  Sono felice di fare questa strada ogni giorno, alzo la mano come dire “ciao, grazie a domani”. Guardo mio figlio, sorridiamo insieme, complicità, gioia.Grazie ragazzi non immaginate nemmeno, o forse si”.Foto: Andrea Darco

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