“Ho fatto già troppi anni di galera. L’idea di tornarci, e di morire lì, mi spaventava”. Ma Graziano Mesina, che così ha giustificato con le sue legali Beatrice Goddi e Maria Luisa Vernier l’ultima latitanza di una vita vissuta sempre al limite fra fughe rocambolesche e colpi di scena, sapeva di essere a rischio. Tanto da dormire vestito, per essere pronto a dileguarsi. Vestito e con 6mila euro in contanti in tasca, nonostante la pensione da 500 euro al mese gli fosse stata sospesa da tempo. Così l’hanno trovato i carabinieri del Ros alle 2.30 di notte, quando hanno fatto irruzione nella casa di Desulo, poco più di duemila anime nel nuorese, dove si nascondeva ospite di due cinquantenni, accusati di favoreggiamento e messi agli arresti domiciliari dai giudici del tribunale di Oristano. Era al primo piano, a letto con molte coperte addosso e una stufa. Nessun comfort, neanche una televisione. Al secondo piano c’era la coppia che lo ospitava, forse una delle tante che ha fatto rete per proteggerlo in questo anno e mezzo di fuga dalla giustizia.

Grazianeddu, ex primula rossa del banditismo sardo, arrestato per la prima volta nel 1956 e per l’ultima prima di oggi nel 2013 (uscì dopo 6 anni per decorrenza dei termini e sparì quando la Cassazione confermò la condanna per traffico di droga), fra i 6 superlatitanti italiani, non ha opposto resistenza. Una smorfia, nient’altro. Si è alzato, e ha seguito i militari che tenevano d’occhio già da un po’ la casa su tre piani che era diventata il suo rifugio. Da cui, pare, era uscito per un giro in paese un paio di giorni fa. Tutt’intorno, l’assoluto silenzio, nonostante il blitz abbia impegnato decine di militari: nessuna persiana aperta, nessuna luce accesa, nonostante la casa si affacci con altre abitazioni in un cortile interno, in perfetta continuità con il periodo di latitanza, durante il quale nessuno, è stato spiegato in conferenza stampa a Cagliari, ha mai fatto segnalazioni, neanche in modo confidenziale.

 

Maglione grigio e jeans scuri, sbarbato, molto dimagrito, così Mesina ha accolto le sue legali qualche ora dopo nel carcere di Badu‘e Carros a Nuoro. A loro ha raccontato di essere molto provato per aver perso nell’ultimo anno le due sorelle Antonia e Rosa e il nipote Giancarlo, tutti per Covid. Ha detto anche di non essere rimasto nello stesso posto ma di aver girato molto, provvedendo da solo a risolvere qualche problema di salute. Penultimo degli undici figli di una famiglia di pastori di Orgosolo, Mesina ha trascorso in carcere oltre 40 dei suoi 79 anni di vita, alimentando costantemente il suo mito con fughe rocambolesche, evasioni clamorose e colpi di scena, tanto da aver guadagnato una ampia platea di sostenitori in Sardegna, che anche oggi dopo il suo arresto hanno espresso disappunto e dispiacere. Un conto con la giustizia che non si è mai chiuso del tutto, neanche nel 2004 quando l’allora capo dello Stato Ciampi gli concesse la grazia.

Il primo arresto, quando Grazianeddu aveva 14 anni, per porto abusivo di pistola e oltraggio a pubblico ufficiale. Poi le fughe dall’ospedale di Nuoro, dalle carceri di Sassari e Lecce, quella per amore dal penitenziario di Porto Azzurro. Tra i primi a battersi perché gli fosse concessa la grazia fu Indro Montanelli, ma Giovanni Falcone disse no all’allora presidente Cossiga che si era espresso a favore. Il suo nome comparve anche nelle vicende del rapimento di Farouk Kassam, condannato per favoreggiamento.

Dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese a quello degli Esteri Luigi Di Maio, unanime il coro di apprezzamento per il lavoro svolto dall’Arma.

L'articolo Arrestato Mesina, ultimo atto di una vita al limite fra fughe e banditismo proviene da Casteddu On line.

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