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E così Giulia Maria Crespi, fondatrice e Presidente onoraria del Fai, a 97 anni, è partita per il più misterioso dei viaggi. La prima volta che ci incontrammo, era forse il 2007, mi disse che ero in tutto l’immagine che Lei si era fatta del sassarino. Vale a dire di quel sardo verace che era stato precettato a fare questa Nazione e che non si era sottratto a questa responsabilità. In qualche modo, neanche tanto metaforicamente, “sassarina” si sentiva anche Lei in quanto guerresca d’indole.  E in quanto richiamata, dalla sua vocazione, a rifondare il senso figurativo, estetico, culturale, dell’immenso patrimonio artistico e naturale della nostra Nazione.

Le avevo fatto notare che fra il suo destino e quello del fante sardo, che tanto Le ricordavo, sussisteva una differenza sostanziale che si definiva nella voce del verbo “scegliere”. E che per quanto si potesse forzare il peso delle metafore, una cosa era essere precettati obtorto collo, una cosa era poter decidere a quali battaglie partecipare. La battaglia di Giulia Maria Crespi era quella di concepire il bello non come privilegio, ma come organismo genetico di una società.

Ma sul sassarino, e sui sardi in generale, Giulia Maria Crespi, non defletteva: per lei avremmo potuto essere esempio di eleganza innata, di sobrietà insita, di gusto sopraffino. Mi attaccai a quel condizionale come un botolo alla caviglia e gliene chiesi conto, aggiunsi che io ne conoscevo tanti di sardi specialissimi in tutto rispondenti a queste sue aspettative. E lei ammise che sì, che in effetti qualcuno c’era, ma che o non abitava in Sardegna o non faceva abbastanza.

Primo fra tutti quel Renato Soru in cui aveva riposto molte speranze. «Non vede quanto sono brutti la maggior parte dei paesi sardi?» Mi chiese. Seduto, nel salotto privato della sua immensa abitazione nel centro di Milano, su un divano situato tra un Bellotto e un Canaletto che si specchiavano, le feci notare che la “bellezza” rappresenta una fonte di reddito solo per chi se la può permettere. «Chi ha avuto molto, deve restituire molto» mi disse protendendosi leggermente verso di me in quella sua caratteristica attitudine che sembrava insieme totalmente disinvolta e totalmente guardinga. «Ma chi non ha avuto nulla?» ho insistito.

Era chiaro che mi stavo giocando la carta del vero sassarino, quella cioè di chi non molla la presa e prende le distanze da tutti quegli amici dei sardi che ci tengono a spiegarci come essere sardi. Giulia Maria Crespi vestiva sofficissimi tessuti nobili, tutti su quella particolare nuance che va dall’avorio al beige. E questo assetto neutro la qualificava come donna pericolosamente determinata. Tutta la storia che aveva addosso l’aveva resa scetticamente dolce. Era una donna che riconosceva il suo privilegio e lo metteva al servizio di una causa vera, totalizzante. La sua particolare autorevolezza derivava proprio da questo suo non vivere come espiazione il potersi permettere di dedicare la sua intera vita al bello.

Qualche anno dopo ci rivedemmo al Teatro Massimo di Cagliari per una Giornata dedicata dal FAI Sardegna al Piano Paesistico Regionale. Io leggevo un mio pezzo in sardo con Gavino Murgia al sassofono e Pinuccio Sciola che faceva risuonare le sue magnifiche pietre sonore. Alla fine della performance ci raggiunse, si complimentò con tutti, poi mi sussurrò: “questa è la Sardegna che mi piace davvero.” Se n’è andata Giulia Maria Crespi, un istante prima di doversi, definitivamente, ricredere.
 

Fonte: La Nuova Sardegna

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