Rosamaria Maggio

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Siamo un paese nel quale l’istruzione obbligatoria per tutti, per almeno 8 anni, oggi fino ai 16 anni, è diventata realtà con l’entrata in vigore della Costituzione Italiana il 1 Gennaio 1948.
Se partiamo da questo, la strada fatta è tanta: meno di un secolo-73 anni- per alfabetizzare un paese e consentirgli di occupare posti di tutto rispetto nel panorama internazionale circa il livello culturale raggiunto dai propri cittadini.
Non è stato facile perché i tentativi di far prevalere una idea classista dell’istruzione sono sempre stati in agguato e lo sono ancora.
Basta pensare al continuo richiamo non al merito ma alla meritocrazia, agli interventi riformatori atti a diminuire gli investimenti nella scuola, all’idea che si tratti di un costo troppo alto e non di un investimento, al taglio delle classi, alla riduzione del monte ore totale e per disciplina e potrei continuare.
L’impianto scolastico rimane valido, certo bisognoso di cure e attenzioni, sia sul piano organizzativo e didattico che sul piano dell’accesso, della formazione e dell’aggiornamento degli insegnanti.  Rimaniamo comunque un paese, nel panorama internazionale, di grande tradizione pedagogica.
L’ultimo attacco alla scuola proviene proprio dal governo dei “ migliori” e mi sembra che la cosa stia passando sotto silenzio.
Il nostro Ministero, originariamente, si chiamava Ministero della Pubblica Istruzione. Non era una banalità ma un diretto riferimento a quell’articolo 34 della Costituzione che recita nella prima parte:
” La scuola è aperta a tutti.
L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.”
Fu la Ministra Moratti che durante il suo mandato volle chiamarlo “Ministero dell’Istruzione”, un attacco al suo essere pubblica che prosegui, in verità, con la strada spianata dal Ministro Berlinguer al finanziamento delle scuole private.
Si alternarono scelte contrapposte per tornare alla sua originaria dicitura (Fioroni), e successivamente si ripristinò la dicitura Ministero dell’Istruzione (Gelmini), così è rimasto fino ad oggi.
Qualcuno potrà dire: ma è solo un nome!
Proverò a spiegare perché non lo è.
Il Dr. Giuseppe Guzzetti, Presidente Acri e della Fondazione Cariplo, in una lettera indirizzata al Ministro Bianchi chiede di modificare il nome del dicastero con“ Ministero della Comunità Educante”.
Per capire che cosa sta succedendo e perché la proposta arriva ora, bisogna fare un passo indietro. Durante il mandato della Ministra Azzolina, l’attuale Ministro Bianchi, fu chiamato a presiedere il CTS dell’istruzione. Nel documento redatto a conclusione dei lavori, venne dato ampio spazio alla possibilità di inserire il Terzo settore nel percorso scolastico.
Il Ministro proviene da una esperienza amministrativa in Emilia Romagna, ma è anche un economista dell’istruzione, uno studioso cioè degli aspetti economici della spesa per istruzione e dei suoi effetti.
L’esperienza emiliano-romagnola è molto diversa da quella di altre regioni d’Italia e soprattutto da quella del centro-sud ove esportare quel modello sarebbe deleterio. Significherebbe trasferire al settore privato il vuoto lasciato dalla mancanza di nidi e di scuole dell’infanzia ed il tema della dispersione scolastica e dei N.E.E.T. (giovani non impegnati nello studio, nel lavoro e nella formazione).
Non solo, cambiare il nome in Ministero della Comunità educante significa ancora una volta fare una operazione manipolatoria, incomprensibile ai più fra i non addetti ai lavori dato che, istruzione ed educazione sono due cose profondamente diverse.
Come da me scritto anche in altri interventi su questo Blog , l’educazione compete alla famiglia ed anche ad altri soggetti sociali ed in parte anche alla scuola, ma alla scuola soltanto compete l’istruzione sulla base di indicazioni nazionali, obiettivi e valutazioni in itinere e finali.
Confondere questi piani significa annacquare il percorso dell’istruzione e rischiare un grave impoverimento culturale del paese.

References

  1. ^In Italia il problema è la mancanza di leadership all’altezza (www.democraziaoggi.it)
  2. ^Nessun commento (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi

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