Andrea Pubusa

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Guardando la storia lunga della Sardegna il pensiero non può non andare a due grandi sardi, di epoche diverse, accomunati da un fatto eccezionale: l’esilio a Parigi. L’esilio anche se in contesti storici diversi, ha sempre un punto ricorrente: si fugge per la libertà, talora anche per salvare la vita. Per la liberta’ e la esistenza proprie e dei propri popoli. E così fu sia per Lussu che per Angioy. Il Capitano per sfuggire alle restrizioni fasciste, l’Alternos per scansare la forca dei governanti sardi in combutta coi Savoia.

Diversi contesti, ma entrambi, Lussu e Angioy, a capo di movimenti di profonda rivoluzione sociale e istituzionale. L’uomo di Bono alla testa di un movimento che, con l’abolizione del feudalesimo, voleva far entrare la Sardegna nella modernità. Ingresso nel modo di produzione capitalistico, a partire, come in Inghilterra, Francia e Nord Italia, dalla coltivazione del gelso, dalla produzione, filatura del cotone e la loro trasformazione. Superamento delle vecchie rappresentanze cetuali (gli stamenti) in favore di un’assemblea generale, rapporti con la Corona e i territori di terraferma dei Savoia di tipo latamente federale. Angioy e il suo movimento consideravano le prerogative dllel Regnum Sardiniae intangibili, anche dal re, perché frutto di leggi e regole poste nei trattati internazionali che lo hanno costituito e poi nel 1720 assegnato ai Savoia.
L’uomo di Armungia capeggia il movimento combattentistico che, per la prima volta nelle trincee del Carso, aveva acquisito consapevolezza della comunione di interessi di pastori, contadini e lavoratori. Un grande movimento che conquista gran parte dei comuni dell’Isola e propone radicali trasformazioni sociali e istituzionali. Democrazia e repubblica anzitutto. Riforma agraria, interventi a favore dello sviluppo della campagne e dell’allevamento, autogoverno, anche qui nella forma del federalismo. Nella stessa direzione spinge il movimento socialista, che nasce e mette radici sopratutto nelle zone minerarie, e fa causa comune col combattentismo sardo, come Lussu ha modo di sottolineare spesso, mettendone in luce l’ispirazione socialista. A più di un secolo di distanza l’uno dall’altro i  due grandi movimenti popolari puntano a far uscire l’isola dall’arretratezza e a dare al popolo sardo forme di vero autogoverno. I programmi e il blocco sociale, insieme  gruppi dirigenti consistenti e di alto profilo, indicano che si trattò di due tentativi seri per cambiare l’isola e la vita dei sardi, liberandola dalle servitù feudali e coloniali. Entrambi però furono sconfitti e repressi. Entrambi dai Savoia, entrambi dalle forze e dal blocco soiale reazionario del momento: feudatari, aristocrazia, alto clero e ceti professionali conservatori a fine ‘700, grandi industriali e agrari, ceti professionali reazionari dopo la Grande guerra.
A Parigi ritroviamo così Angioy e Lussu e i gruppi dirigenti dei rispettivi movimenti, primi fra tutti Gioacchino Mundula Michele Obino ed altri a fine ‘700, Giuseppe Zuddas e Dino Giacobbe ed altri negli anni del fascismo. In entrambi i casi i movimenti rivoluzionari andarono dispersi. Di più quello di Angioy anche per la capacità dei Savoia di avviare, insieme ad una spietata repressione di tipo terroristico, la creazione di un blocco sociale reazionario e conservatore proteso ad assorbire perfino le grandi famiglie di prinzipales che al Nord Sardegna sopratutto avevano costituito il nerbo del fronte antifeudale. Il successo di questa operazione è provato dall’abolizione del feudalesimo a favore degli ex feudatari e dalla c.d. fusione perfetta, ossia dalla abolizione del Regno di Sardegna come entità istituzionale autonoma, dotata di propri organi costituzionali, primi fra tutti gli Stamenti e la Reale Udienza. Il fascismo, impedendo lo sviluppo del movimento combattentistico di matrice lussiana, tolse al sardismo l’anima rivoluzionaria delle origini, consegnando al dopoguerra gruppi dirigenti interni del Psdaz non compromessi col regime, ma ormai, nel caso dei grandi professionisti e dei proprietari, approdati con dignità a scelte conservatrici. Lussu descrive, con la sua usuale efficacia e nettezza, questo fenomeno in molti scritti e interventi, per esempio nel discorso al Cinema Olimpia di Cagliari dell’11 luglio 1948.
Lussu continua la sua battaglia ed è sempre im prima linea per la Repubblica, la Costituzione, il federalismo, la giustizia sociale, la sua non è una sconfitta totale come fu per Angioy, anzi, insieme alle altre forze democratiche e della sinistra ottiene dei risultati di portatata storica, come la Repubblica e la Costituzione, ma anche qui poi il moderatismo democristiano vince, privando la Costituzione del suo carattere rivoluzionario e trasformando le istanze di autogoverno in un moderato autonomismo-uniformismo.
Gran parte dei mali dell’isola e la mancanza di veri gruppi dirigenti alternativi, dopo i moti antifeudali e la prima fase di vita repubblicana sta proprio nella sconfitta dei due unici movimenti rivoluzionari che la Sardegna abbia conosciuto, quello antifeudale e quello sardista-socialista.

Fonte: Democrazia Oggi

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