Gianfranco Sabattini

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L’ultimo “Report” dell’IPBES (“Intergovernamental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services” dell’ONU) denuncia la “perdita di natura senza precedenti” verificatasi negli ultimi decenni ed imputabile a cinque “motori” individuati come diretti responsabili dei maggiori impatti globali negativi dell’attività antropica sul pianeta: i “cambiamenti nell’uso del suolo e del mare”; lo “sfruttamento diretto degli organismi”; il “cambiamento climatico”; l’”inquinamento”; le “specie esotiche invasive”.
Il Rapporto denuncia anche che gli obiettivi globali per la conservazione e l’uso sostenibile della natura non possono essere raggiunti attraverso le attuali politiche riformiste dei singoli governi e che essi (gli obiettivi) possono essere perseguiti solo attraverso cambiamenti radicali della struttura economica e politica a livello globale. Gli effetti positivi delle politiche di contenimento dell’impatto negativo delle attività umane sulla natura, per quanto importanti, non posono comunque impedire che le “perdite di natura” aumentino ulteriormente.
L’”Organizzazione meteorologica mondiale” (OMM) ha raccolto ed elencato i dati più inquietanti del decennio appena concluso, che pongono il mondo di fronte all’urgenza di politiche pubbliche globali, per contenere le conseguenze climatiche catastrofiche in atto. Tra i segnali più preoccupanti, l’OMM rileva che quello appena concluso è stato il decennio più caldo di sempre, con una temperatura superiore di 1,1 gradi centigradi rispetto all’epoca pre-industriale; il 2019 sarà ricordato come il secondo o il terzo anno più caldo in assoluto. Dagli anni Ottanta del secolo scorso, ogni successivo decennio è risultato più caldo del precedente; in particolare, l’OMM sottolinea come, sempre nel 2019, vaste regioni dell’Artico abbiano registrato temperature eccezionalmente elevate.
Anche le concentrazioni di gas ad effetto serra nell’atmosfera terrestre hanno raggiunto nuovi picchi e continuano ad aumentare; a confermarlo è il rapporto annuale del “Global Carbon Project”, un’organizzazione inglese che cerca di quantificare le emissioni globali di gas serra e le loro cause, avvalendosi del contributo di molti scienziati e laboratori internazionali.
Secondo i rilievi satellitari, nel corso degli ultimi anni, il livello dei mari ha subito una continua crescita, con un ritmo di aumento sempre maggiore. Nel 2019, esso, da quando sono iniziate le misurazioni, ha raggiunto il massimo livello medio su scala globale; a ciò deve aggiungersi il fatto che il “contenuto termico” – ovvero l’energia in eccedenza accumulata nel sistema climatico a causa dell’aumento dei gas ad effetto serra, e che viene assorbita dagli oceani - si è mantenuto per tutto il 2019 a livelli record. Nel decennio 2009-2018, inoltre, gli oceani hanno assorbito circa il 22 per cento delle emissioni di CO2; fatto, questo, che ha contribuito in modo determinante a modificarne la composizione.
Per effetto delle alterazioni climatiche, è proseguita la ritirata della calotta glaciale artica, mentre i fenomeni meteorologici estremi in molti Paesi sono risultati in aumento. Il 2019 è stato anche caratterizzato da un aumento del numero degli incendi, con la foresta amazzonica colpita da migliaia di roghi e l’Australia stretta nella morsa di un’ondata di caldo record; il fuoco ha devastato centinaia di migliaia di ettari di boschi, provocando l’emissione di 250 milioni di tonnellate di CO2. Infine, nel 2019 l’attività ciclonica è risultata superiore alla media su scala globale.
La crisi ambientale, dunque, non è più collocabile in una prospettiva futura, ma è diventata la quotidianità dell’umanità, portando con sé anche rischi sanitari crescenti, con conseguenze sulla sicurezza alimentare e sulle migrazioni. Tra gennaio e giugno del 2019 – rileva il Rapporto dell’OMM - ci sono stati 10 milioni di nuovi spostamenti interni, con le relative incombenze umanitarie e di protezione.
Per tutti questi motivi, sia pure in presenza delle difficoltà create dal fenomeno del Coronavirus, il 2020 dovrà segnare l’inizio di un’azione volta ad inaugurare una “rivoluzione” politica per sconfiggere i cinque motori individuati dall’IPBES come i principali responsabili del dissesto ambientale che sta incombendo sull’intero pianeta, altrimenti condannato, se ciò non dovesse accadere, ad una sicura catastrofe. Nella prospettiva di questa necessità, si colloca il “Manifesto di disobbedienza civile” che Roger Hallam, fondatore del movimento “Extinction Rebellion”, ha pubblicato col titolo emblematico “Altrimenti siano tutti fottuti”, nel quale egli afferma che è “giunta l’ora di “aprire gli occhi e guardare in faccia la realtà. Se si consentirà che la temperatura del pianeta continui ad aumentare, i ghiacciai si scioglieranno e, in condizioni di siccità, i raccolti moriranno, mentre gli incendi distruggeranno le foreste. Lasciare che tali fenomeni continuino a causare i loro effetti devastanti significa accettare che all’orizzonte si profili il collasso ecologico. L’estinzione o la sopravvivenza della razza umana dipenderanno, perciò, “dalla capacità delle nostre società di attuare, nei prossimi dieci anni, cambiamenti rivoluzionari”.
Occorre superare – continua Hallam – la tendenza di molti a rassegnarsi di fronte alle “perdite di natura” causate dalle attività antropiche. IL “Manifesto” ha lo scopo di scuotere l’umanità da tale rassegnazione, “diffondendo una lampante verità sociale e scientifica” ed imponendo “un’immediata inversione di rotta, che non potrà essere attuata senza una rivolta e una trasformazione radicale delle nostre società e della nostra politica”. Quello che serve, sottolinea Hallam, è uno “stravolgimento” della struttura stessa delle nostre società, in considerazione del fatto che, “proprio come gli esseri viventi, le istituzioni non sono capaci di evolversi in maniera repentina”; di conseguenza, perché il cambiamento possa avvenire in tempo utile, esse vanno sostituirle con nuovi sistemi politici, sociali e culturali.
A tal fine, l’accettazione della realtà non è che il primo passo verso il cambiamento; il secondo dovrà consistere nel convincersi che, da un punto di vista sociale, “la cultura riformista, di sinistra come di destra, tipica dell’attuale società neoliberista non [è] adatta allo scopo”; ciò significa che i partiti e i movimenti politici “che ci hanno portati al disastro [ambientale] degli ultimi trent’anni […] rappresentano l’intralcio più grosso al cambiamento”. La prevalente attività politica con cui viene di solito affrontata la crisi ecologica è per lo più basata su decisioni per soluzioni graduali, che sinora si sono rivelate del tutto inefficaci; si deve perciò riconoscere – secondo Hallam – che le soluzioni graduali sono “un’impostura, utile solo a distrarre l’opinione pubblica, distogliendo l’attenzione e le energie dal compito più urgente: un’azione unanime radicale contro il regime politico che sta pianificando il nostro suicidio collettivo”. Conseguentemente, il precipitare della crisi ecologica impone di “passare dalle parole all’azione, dalle proteste alla violazione in massa della legge attraverso la disobbedienza civile nonviolenta. Dall’esclusivismo elitista alla mobilitazione democratica popolare”.
Diversi sono i fattori che stanno caratterizzando l’insufficiente azione della politica, tutti legati - secondo Hallam - oltre che al prevalere dell’ideologia neoliberista, al potere dei mercati finanziari e all’”influenza dell’industria dei combustibili fossili sulla politica”, nonché all’azione dei governi con le loro fragili politiche riformiste. La debolezza del riformismo riguardo al modo di affrontare la crisi ambientale è da ricondursi al presupposto sul quale esso è basato, ovvero che le condizioni politiche ed economiche in presenza delle quali esso viene attuato siano “perfette”, dando per scontato “la volontà dei governi di investire in nuove tecnologie e di prevedere forti innovazioni per le energie rinnovabili, i trasporti ‘verdi’ e le industrie meno inquinanti”. Tutto ciò non è avvenuto, e continuerà a non avvenire, perché l’industria degli idrocarburi alimenterà il dissenso sociale e politico, “finanziando gruppi di ‘scienziati’ scettici sul cambiamento climatico” e seminando dubbi sul fatto che questo possa essere causato dall’attività umana.
Lo stesso riformismo utopistico è alla base del “sistema europeo di riduzione e scambio delle quote di emissione, che impone alle industrie più inquinanti di pagare per i diritti emissivi”. Il difetto di tale sistema, che lo ha reso del tutto inefficace, consiste nel fatto che molte grandi industrie, per sottrarsi ai vincoli ambientali, sono state indotte a trasferire i propri impianti in altri Paesi, nei quali non sono previste sanzioni per i danni arrecati all’ambiente, oppure perché è previsto il pagamento di semplici multe. Si tratta di esempi che valgono a dimostrare l’inefficacia di azioni fondate solo sulla “buona volontà” sia dei governi che delle industrie, dando per scontata la totale razionalità delle decisioni assunte dalle “parti in causa e la sussistenza di condizioni nazionali e internazionali ideali”. I governi, in particolare, spinti dalle necessità elettorali e dalle pressioni degli interessi corporativi, non sono perciò in grado di assumere le decisioni con cui operare i cambiamenti economici ed istituzionali necessari. E’ questa, per Hallam, la ragione del perché serve una “ribellione” civile di protesta nonviolenta. Come realizzare questa forma di protesta?
Per imporre il cambiamento della struttura economica e politica degli Stati, Hallam ritiene che la disobbedienza civile debba tener conto della sua legittimazione politica (dovuta all’inefficacia delle decisioni governative) per tradursi in un’”azione di disturbo su larga scala” e svolgersi con il supporto di “un’assemblea democratica di normali cittadini”, dotata di maggior rappresentatività rispetto a politici incapaci di recepire la gravità del degrado ambientale.
Se fosse cosi semplice porre rimedio alle carenze del riformismo politico, non vi sarebbe che aderire alla proposta di Hallam. L’iter da lui proposto per addivenire alla organizzazione della disobbedienza civile nonviolenta sconta però l’ipotesi che le “risposte” del corpo dei cittadini siano sempre “perfette”, nello stesso senso in cui si presume lo siano le istituzioni delle quali si avvalgono i governi riformisti; istituzioni che, proprio perché considerate “perfette”, Hallam considera obiettivamente inadeguate a risolvere la minaccia ecologica che grava sul futuro dell’umanità.

Fonte: Democrazia Oggi

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