13 Aprile 2014

Gianfranco Sabattini

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1. Emanuele Macaluso, storico dirigente del PCI, ha deciso di esaminare l’opera di Palmiro Togliatti dopo il suo rientro in Italia nel marzo del 1944; lo fa “sollevando una questione che è stata al centro del dibattito storiografico e dello scontro politico negli anni della Prima repubblica e per molti versi anche della Seconda”, rispondendo alle domanda se il PCI, rifondato a Salerno, è stato una forza politica del sistema o antisistema. L’analisi di Macaluso è finalizzata a dimostrare che, dopo il 1944, il PCI non è stato una partito antisistema e che la personalità del suo Segretario non è stata caratterizzata dalla presunta “doppiezza” che molti gli hanno attribuito. Nel definire il PCI come partito antisistema, il riferimento è sempre andato al suo legame con l’URSS e ai suoi intenti anticapitalistici; Macaluso, consapevole dell’intreccio profondo esistente tra questi due aspetti, cerca nella sua analisi di dipanarne la complessità.
La complessità dello stretto legame della “fedeltà all’URSS” con la politica anticapitalistica di questa è stato il motivo delle critiche che da destra e da sinistra, da Togliatti ad Occhetto, sono state rivolte al partito; sulla base di queste critiche, il PCI è sempre stato considerato “partito antisistema”, inidoneo a governare il paese; si è trattato del celebre fattore di sbarramento “K”, con cui è stato individuato come connotato strutturale il rapporto del PCI con l’URSS e la sua estraneità alla possibilità di poter governare il paese. L’”accusa”, per Macaluso, ha una sua ragione, sino a giustificare il fatto che abbia accompagnato il partito anche quando Occhetto alla Bolognina ha avviato, dopo il crollo del Muro di Berlino, il tentativo di seppellire “sotto quelle macerie” il fattore K. Occorre, perciò, secondo Macaluso, capire perché tale fattore abbia resistito al tentativo di rimozione, quanto abbia influito “sulla natura e sulla qualità della politica del PCI” e quale significato esso abbia avuto nel corso nell’evoluzione del confronto politico nazionale. Macaluso è del parere che l’approfondimento di tutti questi aspetti sia importante, perché può consentire di capire l’attuale “congiuntura della vita politica” dell’Italia.

2. Togliatti, sbarcando a Salerno, ha rifondato il partito, ne ha definito le finalità e l’ha trasformato in un grande partito popolare; inoltre, escludendo in assoluto la costituzione nel paese liberato di un solo “partito al comando”, ha individuato nella realizzazione, assieme ai partiti delle diverse correnti sociali allora esistenti, le riforme da realizzare, poi confermate al V Congresso del partito nel 1946 e sancite successivamente nella Costituzione repubblicana. Secondo Macaluso, il PCI di Togliatti si è sempre attenuto a questa linea programmatica; su di essa però ha pesato la contraddizione, sempre lamentata, tra l’opzione democratica deichiarata, pluralista e riformista, e il “legame di ferro con l’URSS”. Questa contraddizione ha costituito il fondamento delle presunta doppiezza di Togliatti e del partito da lui diretto; per cui, considerato il peso che la contraddizione ha esercitato sulla storia politica del paese, è importante intenderne la dinamica interna.
Dopo il V Congresso del PCI del 1946, i risultati delle elezioni politiche del 1948, il peggioramento delle situazione internazionale e la conseguente accresciuta influenza sovietica nel mondo hanno condizionato i rapporti tra i diversi partiti, sino a determinare, dopo il VI Congresso del 1948, un arretramento della strategia del PCI rispetto al precedente impegno a percorrere una “via italiana al socialismo”. Poi è giunto il 1956 e il XX Congresso del PCUS che hanno determinato una “lacerante” discussione all’interno dell’intero gruppo dirigente del partito; questo, tuttavia, ha giustificato l’aggressore dell’Ungheria, considerando essenziale l’intervento armato, ed ha condannato ogni forma di dissenso, schierandosi compatto, salvo rare eccezioni, col principio enunciato da Togliatti, secondo il quale si doveva stare con la propria parte anche quando quella avesse sbagliato.
Poi è venuto il XXII Congresso del PCUS del 1961, che ha avuto l’effetto di rilanciare la discussione all’interno del gruppo dirigente del PCI sull’opportunità di continuare a conservare il rapporto stretto con l’URSS. Questa volta, la dirigenza non è rimasta unita e lo scontro ha investito direttamente Togliatti ed i suoi più stretti collaboratori; il Segretario che è da presumere abbia vissuto lo scontro in termini drammatici se, al termine dei lavori della Direzione del partito svoltasi nel dicembre del 1961 in vista del X Congresso che si sarebbe svolto nel 1962, è arrivato ad annunciare, in contrapposizione ai propri critici, che era pronta una sua mozione, e chi avesse inteso “contestarla era libero di fare altrettanto con un documento alternativo”.
In occasione del X Congresso, Togliatti ha avuto modo di confermare la strategia che già precedentemente aveva annunciato per realizzare le riforme e per promuovere una sviluppo graduale, muovendosi dentro una prospettiva socialista. A questa prospettiva, secondo Macaluso, Togliatti è rimasto sempre fedele, sino alla sua morte; e a testimoniare la fedeltà del Migliore alla scelta della via italiana al socialismo stanno l’ultimo suo articolo su “Rinascita” e il “Memoriale di Yalta”: nel primo, ha ribadito la necessità per l’Italia di riforme utili a superare le radici della reazione e della conservazione sociale, da realizzare stando all’interno del dettato costituzionale; nel secondo, invece, ha analizzato le ragioni che rendevano necessaria l’autonomia di ciascun partito nazionale, per facilitare l’adeguamento delle politiche nazionali ai cambiamenti in corso in ogni parte del mondo.

3. Ma se così stanno le cose, come si giustifica il perdurare dell’accusa di “doppiezza”, da molti attribuita alla personalità ed alla strategia politica del Segretario del PCI? Per Macaluso, la doppiezza non era della personalità di Togliatti e del PCI, ma “nel PCI”. Togliatti, sin tanto che è stato in vita, ha sempre avuto in cima alle sue preoccupazioni, oltre la via italiana al socialismo, la conservazione dell’unità del partito; il quale, sin dalla Resistenza, non è mai stato un corpo coeso ed unitario, in quanto nel suo seno sono coesistite diverse anime, che hanno sempre manifestato la tendenza a contestate la strategia togliattiana.
La più autorevole fra le contestazioni è stata quella di Pietro Secchia, radicalmente diversa da quella di una “sinistra comunista”, i cui esponenti non avevano niente a che vedere con la cultura e l’esperienza politica dei componenti la generazione di Togliatti e di Secchia. Tuttavia, per Macaluso, tra la contestazione di Secchia e quella della sinistra comunista è corso un “filo rosso” che le ha unite (qui il discorso si fa sottile), nel senso che mentre la contestazione di Secchia ha riguardato la “vicinanza o la fedeltà” di Togliatti all’URSS, la contestazione della sinistra comunista ha riguardato la “strategia togliattiana e le modalità con cui era realizzata nel concreto svolgersi della lotta politica” ed era condotta in funzione dell’accesso al “potere”.
A undici anni dalla morte di Togliatti, nel 1975, osserva Macaluso, è stato organizzato, da frange della sinistra comunista nel frattempo uscite o espulse dal PCI, un convegno dal titolo inequivocabile: “La nuova sinistra e Togliatti”; durante il suo svolgimento, il leitmotiv è stato quello di affermare che non era sufficiente allora essere contro Togliatti, ma bisognava andare oltre Togliatti, per aderire ad una “visione articolata della rivoluzione mondiale”, concepita come “pluralità di modelli di rotture rivoluzionarie”, perché queste fossero “liberate dalla meschinità delle vie nazionali”. Tutto questo è stato sostenuto per “aggredire” e superare la strategia che voleva trasformare gradualmente la società italiana da capitalista in socialista.
A parte Secchia (sconfitto, ma fedele al partito), la sinistra comunista interna al partito, pur con l’intento di andare “oltre Togliatti”, non ha consentito ai Segretari Longo e Berlinguer, privi del prestigio e dell’autorevolezza del loro predecessore, di superare la presunta doppiezza originaria; infatti, per Macaluso, gli immediati successori di Togliatti non hanno saputo creare “una base originale dell’autonomia del partito” ed i loro “strappi”, portati al rapporto privilegiato con l’Unione Sovietica, hanno avuto l’effetto di “dare fiato” all’interno del partito “alle trombe” di una “fiera resistenza” alla prosecuzione della strategia togliattiana. Il perdurare delle doppiezza ha esposto il partito alla continuità della critica d’essere sempre inidoneo a governare il paese e, contemporaneamente, ad un duro confronto con gli altri partiti politici, sulla base di argomentazioni e di scelte che hanno finito col distruggere la prospettiva di riformare il paese nella prospettiva gradualista, riformista, pluralista e socialista.

4. La fine del compromesso storico ha segnato il “de profundis” della strategia espressa dalla via italiana al socialismo lasciata in eredità dalla leadership togliattiana del partito. Malgrado ciò, Berlinguer, sino alla sua morte, non ha mai cessato di intrattenere rapporti con gli altri partiti e, in particolare, con il PSI di Craxi, al punto che nel 1983 ha incontrato alle Frattocchie una delegazione di socialisti per migliorare i rapporti tra i due partiti. I fatti però hanno smentito tutti i buoni intenti manifestati in occasione dell’incontro, in quanto Craxi, dopo l’incontro e dopo la sconfitta elettorale della DC, ha valutato di poter egemonizzare la sinistra, cui si è contrapposta la “durezza” dell’opposizione di Berlinguer, con l’intento di conservare al partito (unito, ma lacerato al suo interno) il peso ed il ruolo che aveva acquisito con i successi elettorali degli anni Settanta; l’esito dello scontro è stato nefasto: il PSI al governo, senza un rapporto privilegiato con il PCI, non è riuscito a raggiungere gli scopi che intendeva perseguire; il PCI, all’opposizione, non è riuscito a creare le condizioni utili a realizzare, non solo le riforme di struttura, da sempre “oggetto del desiderio” per percorrere la via italiana al socialismo, ma anche a fare fronte ai disagi ed alle conseguenza negative del processo di globalizzazione del capitalismo.
La rottura tra i due partiti, conclude Macaluso, ha comportato la rovina di entrambi: la “questione morale” posta a fondamento dell’opposizione del PCI al governo a conduzione socialista si è intrecciata con un giustizialismo che ha offuscato e fatto tramontare in modo definitivo la possibilità di risolvere le questioni connesse alla “ricucitura” dei partiti della sinistra democratica e riformista. La storia successiva del PCI è costellata di “frantumazioni” e di “apparentamenti”, che sono valsi a fare assumere a “politicanti improvvisati” ed ai loro partiti personali un ruolo-guida nelle vita politica del paese; gli uni e gli altri, dopo l’avvento delle Seconda repubblica, hanno determinato la fine definitiva della possibilità di creare un’area politica socialista e riformista.
Oggi, conclude sconsolato Macaluso, si è nell’epoca dei “rottamatori”, ovvero in un’epoca in cui si fa strame della propria memoria, con una sinistra che evoca come suoi ispiratori Giovanni XXIII e Papa Frnacesco, i quali, per quanto degni d’essere fonte d’ispirazione, sono portatori solo di valori caritatevoli nei confronti dell’indigenza dei più deboli, ma non dell’esigenza di rimuoverne le cause sociali ed economiche, mentre coloro che affermano d’essere di sinistra dovrebbero quantomeno tentare di correggerne gli effetti. Costoro, pur di conservarsi al potere, obnubilano e rinnegano il passato della sinistra, laddove ad essa dovrebbero fare riferimento per meglio costruire l’avvenire; e nella storia della sinistra, gli attuali “rottamatori” e “negazionisti” del suo passato, afferma giustamente Macaluso, “piaccia o non piaccia, c’è anche Bettino Craxi e il suo PSI”.

5. Per quanto fedele allo svolgersi dei fatti, così come essi si sono succeduti a livello nazionale e internazionale, l’analisi di Macaluso del ruolo svolto da Togliatti e dal PCI nella storia della Prima repubblica e dei motivi che hanno portato al fallimento della via italiana, democratica e pluralista al socialismo, solleva qualche interrogativo, il principale dei quali sembra essere questo: nel succedersi degli eventi, la doppiezza, non di Togliatti e del PCI, ma nel PCI, strumentalizzata dalla Destra per impedire, non solo l’accesso del PCI all’area del governo, ma anche la formazione di un’area democratica, riformista e pluralista socialista per l’attuazione della via italiana al socialismo, non è anche imputabile alle scelte del Migliore? E’ vero che dopo Salerno Togliatti ha rinnovato il partito e affermato la via nazionale al socialismo, ma è anche altrettanto vero che la “sua” doppiezza è nata per avere voluto, creando il “grande partito”, conservare al suo interno delle “costole” che non legavano tra loro, espresse non tanto da Pietro Secchia, sempre fedele al partito, ma soprattutto da coloro che hanno continuato a tenere vivo, dentro il partito, pur “mondato” dalle espulsioni, l’opposizione a Togliatti, per andare oltre Togliatti. Se non si fosse preoccupato di tenere insieme tutti i “gruppi rivoluzionari” all’interno del partito e se, a livello di movimento comunista internazionale, sempre per esigenze unitarie, non avesse rinunciato, dopo il XX Congresso del PCUS, grazie al suo prestigio, ad un ruolo dirigente che non fosse risultato solo ripiegato sulla tutela dell’originalità della via italiana al socialismo, forse un PCI meno “dilaniato” al suo interno avrebbe potuto consentire al Migliore di creare le premesse per la costituzione in Italia di un’area socialista riformista, meno conflittuale e più coesa di quanto non sia stata, sicuramente “insonorizzata ai rumor” delle voci populiste e ammaliatrici interessate dei Di Pietro, dei grillini e di tanta “altra fauna politica” che certamente non hanno dimostrato di avere a cuore le sorti del paese.

Fonte: Democrazia Oggi

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