Tonino Dessì

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È ufficialmente iniziato il 7 giugno il ritiro del contingente italiano dall’Afghanistan.
Non si è trattato di una missione di peacekeeping interpositivo sotto l’egida dell’ONU, ma della partecipazione a una guerra guerreggiata intrapresa all’estero dagli USA come reazione all’attentato dell’11 settembre 2001.
Una guerra nella quale gli USA hanno sollecitato la partecipazione anche della NATO, nonostante l’Afghanistan come Stato non potesse formalmente essere considerato un Paese aggressore da cui difendersi e le operazioni militari fossero in effetti finalizzate a colpire le organizzazioni dei Taliban, ossia degli ex alleati degli USA in territorio afghano nella guerra interna contro i governi filosovietici e nella resistenza all’invasione sovietica durata dal 1979 al 1989.
Dopo averle armate e finanziate a lungo, gli USA decisero di colpire le organizzazioni talebane in quanto su di esse si era imposta l’egemonia di Al Qaeda e del leader terrorista saudita Bin Laden, a suo tempo rifugiatosi in Afghanistan.
La presenza armata occidentale in quel Paese è durata il doppio di quella sovietica e si avvia a finire per decisione degli Stati Uniti, senza una vittoria militare e senza aver assicurato alcuna stabilità politica interna.
L’Italia lascia l’Afghanistan dopo avervi impiegato a turno reparti di terra e squadriglie aeree, strutturati in un contingente di millecinquecento unità, perdendovi sul campo cinquantatré persone oltre a qualche centinaio fra mutilati e feriti.
Saranno consegnate a personale locale alcune strutture di assistenza sanitaria e di logistica anche civile realizzate durante la presenza italiana.
A parte questo scarno bilancio, non mi pare di aver letto in giro particolari riflessioni critiche sul fatto che si è trattato di una delle più dirette e incisive violazioni della Costituzione italiana (art. 11) dal 1948.
Sarebbe troppo semplicistico, a mio avviso, spiegare questa vicenda come motivata da mera subalternità alla storica, tradizionale ragion politica dell’alleanza con gli Stati Uniti, che pure si è puntualmente verificata.
Questa specifica spedizione nel lontano Paese asiatico ha costituito il compiuto esperimento della messa in essere di un’effettiva entrata in guerra italiana, sia pure a supporto di una più ampia spedizione di Paesi alleati, concordi dal 2001 in poi tutti i governi, tutte le forze politiche e i maggiori organi di informazione che orientano il consenso di massa.
I precedenti sono da rinvenirsi nelle missioni armate aeree nella ex Jugoslavia, a sua volta da considerarsi preparatorie di altri analoghi futuri interventi, come quello in Libia e come quelli in Iraq.
Ma stavolta il dispiegamento coordinato delle forze armate italiane di terra e di aria ha avuto più larga scala, più lunga durata, maggior significato strategico.
Alle operazioni in Afghanistan hanno partecipato anche le forze armate tedesche.
Un fatto pur esso grave: per la Germania è stata la prima spedizione militare “di guerra” dopo il secondo conflitto mondiale. Fino all’Afghanistan la Germania aveva praticato -anch’essa ex Jugoslavia a parte- il rifiuto della propria partecipazione militare diretta anche quando si è trattato di operazioni che non aveva osteggiato politicamente, come per esempio gli interventi di alcuni Paesi europei in Libia e quelli degli USA e della “coalizione dei volenterosi” in Iraq.
Il Giappone ha finora partecipato con qualche reparto a operazioni di guerra solo in Iraq.
Ma certamente, delle tre potenze sconfitte dopo la Seconda Guerra mondiale, l’Italia è quella che ha per prima, negli ultimi decenni, più durevolmente e con maggiore spregiudicatezza aggirato sia i limiti imposti dai Trattati di pace, sia i divieti costituzionali interni, col beneplacito unilaterale degli USA.
Penso che valga la pena di prospettare una specifica spiegazione interna alla presenza italiana in così importanti operazioni di guerra.
Si tratta della manifestazione di determinate pulsioni da tempo in atto per una nuova dimensione militare italiana complessiva a livello internazionale.
Alla smobilitazione del massiccio apparato militare strategico sul fianco est, derivante dalla fine della “guerra fredda”, non è conseguito dopo il 1991, come pure ci si sarebbe potuti aspettare, un ridimensionamento della spesa militare italiana, bensì una riconversione delle forze armate italiane in chiave più offensiva e con una capacità di proiezione a raggio assai più lungo di quello mediterraneo.
Basti pensare emblematicamente che, nonostante il divieto contenuto espressamente nel Trattato di pace del 1947, l’Italia oggi dispone di ben due navi che imbarcano alcune squadriglie di cacciabombardieri dell’aviazione di Marina, le quali, pur essendo classificate, col pretesto della dimensione e del dislocamento relativamente compatti, con altro nome tecnico, sono delle vere e proprie portaerei.
Il fatto è che l’industria bellica, pure in “tempo di pace” (si fa per dire, perché occasioni di intervento attivo non ne mancano, proprio in questa temperie), fa valere tutto il suo peso e tutte le ragioni del suo volume di affari anche a prescindere da ogni ipotetico e variabile indirizzo di politica internazionale.
E l’Italia ha sviluppato un’industria bellica di tutto rispetto, che ovviamente necessita, per restare competitiva, di investimenti pubblici, di commesse interne e di opportune “vetrine” internazionali, comprese quelle delle vere e proprie guerre, per limitate che siano, ai fini delle commesse esterne.
Sono gli interessi dei soggetti pubblici e privati del complesso militare industriale italiano -basti citare i più noti, da Fincantieri, a Oto Melara, a Fiat IVECO- e del relativo indotto, distribuito in varie regioni (si pensi a RWM in Sardegna), cioè afferenti a un comparto non marginale dell’economia italiana, a rendere irrinunciabili per questi interessi anche le facilities fornite dalle servitù militari su vasti territori della Sardegna.
Sono cose che evidentemente contano più sia della Costituzione sia ovviamente degli interessi civili, ambientali ed economici di una regione come la nostra.
Questo sì, che ha contribuito a modificare nel profondo la coerenza del Paese con uno dei principi e con una delle missioni che gli erano stati assegnati dalla sua Carta fondamentale.

Fonte: Democrazia Oggi

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