Antonello Murgia

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La pandemia oltre ad aver impietosamente mostrato le falle di un Servizio Sanitario che negli ultimi 20 anni è stato piegato a logiche mercantili e interessi privati (di cui ho parlato in un precedente articolo del 4 maggio scorso: v. http://www.democraziaoggi.it/?p=6605), è stata occasione di discussione, anche accesa, fra i fautori del confinamento da un lato e quelli che reclamavano minori limitazioni della libertà dall’altro. Fra questi ultimi, oltre a chi è preoccupato per gli effetti del prolungato isolamento soprattutto delle categorie più fragili (sofferenti mentali, pazienti cronici, etc.) c’è anche chi ha rilanciato ripetutamente notizie poco attendibili, o chi le ha usate come strumento di autopromozione o arma contro i propri avversari politici, arrivando anche alla costruzione di prove false: il virus prodotto di un complotto cinese, il confinamento come prova generale di dittatura e l’App Immuni come strumento di schedatura dei cittadini, l’attribuzione a se stessi dei meriti per le nuove terapie che andavano affermandosi (quella con eparina in particolare) unitamente all’accusa anche di assassinio verso i medici che non le avevano adottate dall’inizio, l’interpretazione di un’incidenza molto ridotta della malattia in certi Paesi come conseguenza dell’uso di farmaci usati in altre patologie (antimalarici, etc.) in grado di bloccare il virus, etc. Col passare del tempo stanno aumentando gli studi e i dati epidemiologici sulla pandemia, per cui alcune ipotesi sono state confutate in modo abbastanza chiaro ed ampio, ma nonostante questo continuano ad essere agitate. Un esempio sono i dati epidemiologici della Svezia che aveva legittimamente adottato criteri anticontagio molto più blandi dei nostri e basati soprattutto su raccomandazioni affidate alla disciplina dei cittadini. La documentazione scientifica oggi disponibile ci dice che la Svezia ha mostrato una letalità in rapporto alla popolazione paragonabile a quella italiana o francese e molto maggiore di quella dei Paesi confinanti ed omogenei ad essa, tanto che lo stesso responsabile del Piano svedese ha fatto almeno parziale autocritica. Nonostante questo il modello svedese continua ad essere osannato da una parte dei nostri concittadini che lo usano per reclamare una ingiustificata riduzione del confinamento.
Con questo non voglio dire che le preoccupazioni relative alla limitazione della libertà non siano legittime e degne della più grande considerazione: il confinamento in spazi spesso angusti e il sostanziale annullamento della vita sociale e di relazione in genere, non ci fanno certo bene. Però per uscirne nel modo migliore possibile, è necessario affidarsi ai dati scientifici, scorporandoli dalla propaganda di parte e anche da ipotesi in buona fede ma prive di fondamento. Insomma, penso che la vignetta con gli uccelli chiusi in gabbia che criticano come untore l’uccello che vola libero sia stata fatta in buona fede, ma sia assolutamente depistante. Il fatto è, ad esempio, che diversi studi (Hong Kong, Houston, etc.) hanno dimostrato che la mutazione D614G, che conferisce al virus maggiore virulenza, sta sostituendo completamente le altre varianti perché verosimilmente è per il virus più vantaggiosa. Se 5 mesi fa potevamo dire che le affermazioni sul virus “clinicamente morto” o sulla estinzione naturale della pandemia con l’estate, non poggiavano su basi scientifiche, oggi possiamo dire con sufficiente certezza che erano non solo sbagliate, ma all’opposto della realtà. Tutti avevamo sperato che la virulenza si attenuasse, ma così non è avvenuto e pertanto è ancora più importante di prima l’osservanza delle norme anticontagio. Stesso discorso vale sulla contagiosità dei soggetti asintomatici: pure qui la polemica è stata molto lunga e sostenuta anche con polemiche e talora provocatorie manifestazioni di piazza. Oggi possiamo dire che sono proprio i soggetti asintomatici o presintomatici i maggiori responsabili della diffusione della pandemia. Lo dice, fra gli altri, uno studio cinese cui ha collaborato anche l’italiano Vespignani (che ora lavora a Boston) e che è stato pubblicato pochi giorni fa dall’autorevole Science: il 63% dei contagi avviene ad opera di asintomatici o presintomatici, cioè di individui che stanno bene. Ecco perché, fino a che non sarà disponibile un vaccino efficace, è necessario continuare ad osservare distanziamento fisico, mascherina e lavaggio/disinfezione delle mani. E sulle mascherine ci sono studi che dicono che anche quando non impediscono il contagio, riducono la carica virale e in tal modo determinano una minore gravità della malattia.
L’interessante lavoro dell’Università di Cagliari di una certa resistenza alla malattia da parte dei sardi per via del particolare profilo genetico, è controbilanciata dal fatto che la altrettanto frequente G6PD carenza favorisce forme più gravi.
Se i cittadini, grazie anche alle nuove acquisizioni scientifiche, hanno in larga misura accettato e stanno praticando le misure anticontagio, non possono essere sottaciute le inadeguatezze istituzionali che si manifestano in carenze evidenti di programmi, di materiali (i tamponi in particolare) e di organici. Certo è che se si fosse diffusa capillarmente la cosiddetta sanità d’iniziativa (il Chronic Care Model dei fondatori californiani) a lungo sbandierata per la gestione delle malattie croniche al fine di migliorare la qualità della vita e ritardare l’avvento della disabilità, oggi avremmo sul territorio un’organizzazione molto più efficace e la pandemia ci avrebbe trovati molto più pronti. Ma non è un modello che piace al liberismo dominante che ha imposto il blocco del turnover negli ospedali con la motivazione della territorializzazione della sanità, ma sul territorio ha prodotto solo qualche Casa della salute. Da questo occorrerà ripartire per una sanità più adatta alle necessità attuali, pandemia compresa.
Infine, vorrei fare un pur brevissimo accenno ad una grande questione che aleggia da tempo, che prima riguardava sostanzialmente l’economia e che la pandemia ha reso ancora più evidente, oltre ad estenderla alla sanità: la Cina deve i suoi successi economici e sanitari alla mancanza di libertà (bassi salari, coercizione) come si sente dire sempre più spesso anche da fonti autorevoli? E’ il regime autoritario che consente la più rapida implementazione dei provvedimenti (anche sgradevoli) necessari, oppure è la cultura del collettivo piuttosto che dell’individuo unita alla migliore organizzazione? Innanzitutto la Cina non è il vecchio stereotipo di Paese arretrato: è la più grande potenza economica, è un Paese tecnologicamente molto avanzato e con un’organizzazione invidiabile in tutti i campi. Se sta sconfiggendo la pandemia è grazie a questa organizzazione. Certo un controllo del territorio di tipo militare e la dura punizione del dissenso possono facilitare il governo, ma ci sono Paesi altrettanto autoritari (Iran, Russia, Colombia, Brasile) che hanno dati pandemici preoccupanti. E dall’altro lato ci sono Paesi asiatici di democrazia liberale che hanno numeri analoghi a quelli cinesi. Sono convinto che la cultura del collettivo ben radicata in Oriente (al contrario della cultura individualistica prevalente in Occidente) sia una componente fondamentale del successo asiatico (e cinese in particolare) contro la pandemia. Lo dico perché si sentono sempre più frequentemente discorsi favorevoli, in nome del superamento della pandemia, a soluzioni autoritarie o nella migliore delle ipotesi atteggiamenti rassegnati del tipo “eh, noi non possiamo permetterci soluzioni così efficaci perché siamo una democrazia che non può accettare una tale limitazione delle libertà individuali”. Credo che questo sia il discorso più falso e pericoloso che si possa fare. Falso perché lo Stato autoritario favorisce la corruzione e l’inefficienza; e le migliori condizioni di vita nei Paesi democratici sono dipese dal contenimento molto più efficace di tali difetti. Pericoloso perché abbiamo bisogno di aumentare i risultati economici e sociali del nostro sistema aumentando il tasso di democrazia e non riducendolo. Se la Lombardia, esempio emblematico di indirizzo sbagliato in sanità, non ha saputo/potuto affrontare al meglio l’emergenza Covid, è perché ha voluto privilegiare gli interessi economici privati di piccoli gruppi su quelli sanitari della comunità. Abbiamo bisogno di più collettivo e di più partecipazione, altro che di soluzioni autoritarie! Della Cina noi non riusciamo a permetterci la capacità di praticare 10 milioni di tamponi in 4 giorni in una città di 11 milioni di abitanti che ha presentato una decina di nuovi casi (importati) nella seconda ondata. E’, quella, una capacità che significa discussione e programmazione, prima che si verifichi il bisogno acuto, di un intervento che è composto dallo studio e realizzazione di un tampone diagnostico, dalla sua produzione in quantità sufficiente, dalla disponibilità di personale sufficiente per praticare gli esami e analizzare i risultati. La capacità di Wuhan è stata questo unito alla voglia di imparare dalla tragedia che pochi mesi prima l’aveva colpita, affinché non si ripetesse. Noi non solo non abbiamo tamponi sufficienti per tutti (e molti si rivolgono al privato pronto a soddisfare a pagamento le richieste), ma non riusciamo neppure a tracciare i contatti dei soggetti risultati positivi i quali vengono posti in quarantena col proposito di tamponarli dopo 10 giorni, ma sono tanti coloro i quali praticano l’esame dopo 20 e più giorni. Noi non riusciamo ad essere all’altezza neppure di un problema abbastanza piccolo come quello di garantire la vaccinazione anti-influenzale a tutti gli ultrasessantacinquenni, così da evitare intasamento dei Pronto Soccorso con pazienti con l’influenza che temono d’essersi presi il Covid. Problema abbastanza piccolo perché si tratta di una pratica di lunga data che quest’anno necessitava solamente della fornitura di un numero di dosi più elevato e con 2 mesi d’anticipo: e invece in Sardegna siamo sotto di 190.000 dosi e la Casa farmaceutica Sanofi preferisce pagare la penale invece che onorare il contratto. E’ legittimo anche pensare che altri siano stati più tempestivi o più “generosi” di noi e che le loro richieste siano state esaudite a scapito nostro: esempio di cosa succede regolarmente quando un diritto fondamentale come quello alla salute viene affidato al mercato.
Insomma, abbiamo bisogno di modelli organizzativi e di capacità di programmazione che peraltro non sono solo cinesi: l’Università dello Stato USA dell’Illinois ha da sola creato un tampone salivare sensibile e specifico, che non necessita neppure dell’operatore sanitario per la somministrazione e che viene praticato 1-2 volte la settimana a tutti, ed una app nella quale sono immessi tutti i dati di ciascun aderente: chi non pratica il tampone con la frequenza stabilita oppure risulta positivo, non potrà avere accesso alle strutture dell’Università. Tutto questo mentre attorno il “lassez faire” di Trump ha prodotto un’ecatombe.

Fonte: Democrazia Oggi

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