Tonino Dessì

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La conferma della decisione di Terna di realizzare l’elettrodotto Calabria-Sardegna-Sicilia ha suscitato nell’Isola, anche perché accompagnata da qualche dichiarazione discutibile del Ministro della transizione ecologica Cingolani, diverse critiche.
Contestualmente nei giorni scorsi l’AD
di ENEL ha prospettato la dismissione della centrale Grazia Deledda, sollevando a sua volta una serie di preoccupazioni soprattutto da parte sindacale.
Le decisioni in discussione in sede UE e italiana, concernenti una sorta di carbon tax per disincentivare l’uso industriale delle fonti fossili, chiuderebbero infine ogni spazio residuo -se pure ne residuassero a condizioni immutate- anche per Fiumesanto, attualmente di proprietà ceca (EPH). Anche su questa prospettiva sono emerse forti preoccupazioni da diverse parti politiche e sindacali.
Sul merito della principale questione va intanto richiamato il fatto che l’opera infrastrutturale in carico a Terna ha una valenza strategica europea e che l’Italia sta con essa assolvendo a un impegno interno e comunitario, quello di “chiudere” fisicamente il circuito elettrico nazionale portante.
SACOI e SAPEI ne costituiscono attualmente il segmento tirrenico centrosettentrionale, che collega Sardegna e Toscana, via Corsica l’uno, via Lazio l’altro.
L’obiettivo del nuovo elettrodotto sud-insulare è quello di assicurare la completa circolarità e la sicurezza, senza soluzioni di continuità, dell’infrastruttura elettrica fondamentale italiana, nell’ambito dell’integrazione dei collegamenti elettrici del Continente, isole comprese.
Questo obiettivo si innesta nell’attuale strategia energetica della UE, connessa alla progressiva riduzione della produzione da fonti fossili e a una transizione che sia pure non escludendo il gas, anzi avvalendosene ancora massicciamente nel medio periodo, intende assicurare diversificazione e pluralità di approvvigionamenti con canali il meno possibile soggetti a turbative geopolitiche.
Purtroppo la destabilizzazione del Nordafrica e del Medio Oriente di questi ultimi vent’anni, provocata dalla congiunta miopia di alcuni Stati Europei, degli USA e della NATO con le avventure in IRAQ, in Libia, in Siria, ha reso del tutto insicuri gli approvvigionamenti dai principali Paesi produttori prossimi al Mediterraneo, il che ha affossato fra gli altri il progetto del gasdotto dall’Algeria che avrebbe coinvolto la Sardegna e ha reso preferibile per la UE ogni aggancio verso Nord-Est, principalmente, ma non esclusivamente, con la Russia.
A mio avviso, in un contesto strategico di tal fatta, difficilmente potranno essere opposte resistenze regionali al nuovo elettrodotto, che peraltro troverebbero ben pochi appigli nelle norme dell’ordinamento speciale sardo.
D’altra parte, parliamoci chiaro.
Di proprio, la Sardegna, o almeno le sue istituzioni, le sue forze politiche e quelle economiche e sindacali isolane, stavano puntando su un’infrastruttura “locale”, il gasdotto dorsale della SNAM, oggetto a sua volta di critiche e di contestazioni, anch’esse locali, piuttosto incisive (e a mio avviso fondate e condivisibili).
Certo, restano, soprattutto nelle dichiarazioni rilasciate alla stampa sarda da esponenti del Governo, echi tanto generici quanto confusi di non nuovissime suggestioni, tra le quali la principale riproporrebbe la Sardegna come “piattaforma energetica al centro del Mediterraneo”.
Sul complesso dei problemi implicati bisogna fare una distinzione fondamentale.
La prospettiva del “tutto elettrico”, relativamente agli utilizzi e ai consumi, è conforme alle principali strategie non solo occidentali in materia.
Non è solo un fatto infrastrutturale, ma anche quantitativo e qualitativo: sul fronte della produzione per consumi, l’espansione della fonte solare per le autoproduzioni in campo edilizio-abitativo, agricolo e industriale a livello di singole unità o di gruppi di esse è ormai in atto e promette in Italia una sostituzione valutata come prossima a un terzo dell’energia prodotta da altre fonti.
Un discorso parzialmente diverso va fatto per la fonte eolica. Permane infatti la tendenza alla realizzazione di grandi impianti eolici finalizzati all’immissione in rete di quantità importanti di energia elettrica, ancorché discontinua, che tuttavia, specie se immagazzinata in accumulatori, potrebbe contribuire ad abbattere i costi in vista della produzione di idrogeno per via elettrochimica.
L’idrogeno è infatti il vettore energetico su quale stanno puntando tutte le strategie attuali di superamento dell’uso delle fonti fossili.
La tematica generale delle modalità di produzione dalla fonte solare e dall’analoga fonte eolica mantiene non poche zone d’ombra.
Fra queste, quella che ci coinvolgerebbe più negativamente, in Sardegna, se l’accettassimo, sarebbe la modalità consistente nel realizzare grandi concentrazioni impiantistiche solari o eoliche, la cui finalità non sarebbe per l’autoproduzione diffusa, bensì per la produzione energetica su scala industriale finalizzata al mercato.
Qui non c’è bisogno che mi dilunghi sulle ragioni che dovrebbero spingerci nell’Isola a contrastare operazioni del genere.
Si tratta di ragioni che attengono al rifiuto di sottrarre porzioni importanti di suolo all’uso agricolo e di compromettere il paesaggio per insediamenti dei quali noi non abbiamo affatto bisogno.
La prospettiva di mantenere nell’Isola un parco di produzione termoelettrica ormai sovradimensionato per le esigenze industriali regionali, dandogli un orizzonte di “esportazione”, l’abbiamo già conosciuta e ancora la stiamo pagando abbastanza cara.
Infine occorre mettere un punto fermo sulla questione della ripresa industriale in Sardegna.
Io non sono mai stato nè mai sarò contro l’industria per principio.
La politica sarda tuttavia non può pensare di campare altri vent’anni con vertenze sulla difesa di impianti e di strategie giunti all’ineluttabile fase terminale.
È stato così per la chimica di base, per il carbone Sulcis, è tuttora così per la metallurgia dell’alluminio e degli scarti delle fonderie (i fumi di acciaieria che importiamo).
E il risultato è sotto gli occhi: neppure semplicemente uno stallo, ma i tormenti di un’agonia infinita.
Stavolta la transizione va affrontata subito e di petto, al limite approntando qualche compromesso.
Azzardo in particolare che se in qualche modo, in questa transizione, si vuol salvare la centrale ENEL Grazia Deledda (cinquecento posti di lavoro coinvolti: questo certamente è un problema rilevante), sarebbe opportuno rinunciare immediatamente all’ormai improbabile gasdotto dorsale SNAM e ripiegare su un rigassificatore “dedicato” a Portovesme.
Quanto al resto, urge una politica energetica congrua rispetto a una politica industriale nuova.
Sviluppo dell’uso delle fonti non fossili, solare ed eolico, in edilizia e in agrozootecnia, con installazioni di autoproduzione individuali o distrettuali negli edifici e nelle aziende.
Nessuno spazio a speculazioni affaristiche su megaimpianti ancorchè non fossili sovradimensionati ed estranei al fabbisogno energetico regionale.
Sul terreno dello sviluppo industriale occorre indirizzarsi sempre più decisamente verso industrie a basso consumo di energia, non inquinanti e cionondimeno ad alto valore aggiunto delle produzioni e ad alta qualificazione del lavoro umano impiegato.
Ecco: stiamo a questo, perché questo è l’orizzonte della contemporaneità in movimento e non possiamo ancora una volta tagliarcene fuori.

Fonte: Democrazia Oggi

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