Pietro Casula
Movimento per la Sardegna - Sardi nel mondo

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Finite le ovazioni per i „nostri“ azzurri campioni d’Europa, finita l’euforia, l’ubriacatura sentimentale, ci risvegliamo in una società traumatizzata ancora dal Corona-Virus e che deve affrontare la ripartenza in una  situazione in cui non è ancora possibile vedere una ben tornata normalità.
Anche se l’Europa ha cambiato passo nei nostri confronti e ha licenziato importanti investimenti per uscire dalla pandemia è inutile illudersi; la diffidenza nei nostri confronti non è affatto svanita. A più riprese ci si chiede in Europa se riusciremo a fare buon uso di questi fondi o saranno distribuiti a pioggia. Ce la faremo ad avere strutture più moderne? Avremo una macchina statale più efficiente, un sistema produttivo con al centro l’innovazione oppure sarà l’ennesima occasione persa?
Innegabile la nostra abissale incapacità a celeri decisioni, la nostra mancanza di strategie o più semplicemente l’instabilità nel mantenere una rotta. Non è certo molto simpatica, direi anzi alquanto fastidiosa questa mancanza di fiducia nei nostri confronti ma, ad essere onesti, sostanzialmente giustificabile.
Basti pensare alla pedanteria nelle decisioni oppure alla tempistica stratosferica e all’enorme mole burocratica che bisogna superare per far partire una qualsiasi iniziativa, come nel caso della nostra Sardegna,  oppure la pessima prova che abbiamo dato nello spendere i fondi europei assegnati alle Regioni.
Miliardi non utilizzati per mancanza di progetti e fondi spesi per iniziative quantomeno discutibili o sospette, come per esempio soldi spesi per sagre paesane stilizzate come eventi culturali di rilievo, o anche spese per piste ciclabili nei paesetti di montagna.
Ma questa volta l’evento dal quale non siamo ancora usciti del tutto ha sconvolto cosi profondamente la società prima e l’economia poi, da imporre di ristabilire priorità. Finora gli interventi attuati sono stati dominati dall’urgenza.
Affrontare la ripartenza, la ricostruzione è, però, tutt’altra cosa. Necessita di un programma che permetta alla nostra Sardegna di rimettersi su un binario di crescita che dagli anni sessanta/settanta non riesce a sviluppare, riadattare.
La Sardegna, un Paese si salva innanzitutto con le proprie forze, con le proprie capacità. I fondi europei che ci saranno da spendere, sono certamente un input importante che possono aiutare sin da subito, ma il problema verrà dopo:  senza buone idee, capacità di realizzare e soprattutto senza il supporto di una società coesa che si senta partecipe, beneficiaria del progetto, non possiamo farcela, non si può riuscire.
Si parla di infrastrutture, di riconversione ambientale, industriale, di capitale umano. Ci sono certo sensibilità divergenti sui singoli progetti o sul ruolo che debba avere lo Stato, la Regione. Sulle idee c’è un consenso largo. Il problema è che le difficoltà non vengono dalle idee, ma dalla capacità di tradurre queste idee, questi progetti in fatti. E non mi sembra che oggi  - da un punto di vista di conseguimento dei fini - la situazione sia migliorata rispetto al passato.
L’esperienza storica insegna che la capacità di trasferire idee, progetti in fatti, dipende soprattutto dalla qualità delle istituzioni. E per istituzioni intendo quell’insieme di regole de iure e de facto che rendono in uno Stato, una Regione la vita collettiva funzionante e pronta ad evolvere utilizzando al meglio le proprie risorse.
Avere una percezione complessiva delle cose che per la società sono importanti, eleggere un ordine di priorità, significa avere anche un’idea riguardo i mezzi per la realizzazione di tali cose e sapere se tali mezzi sono disponibili o meno, e nel caso non siano disponibili significa venire a sapere il perché ciò accade e applicarsi, quindi, metodicamente per dotarsene.
Un uomo politico non un genio e tanto meno un semi-dio in sembianze umane, ma semplicemente un normale individuo che si dedica professionalmente alla politica e che rispetta il mandato. Un individuo, appunto, che ha un progetto, che ha un’idea sua personale e non uno che deve chiedere ad altri che cosa deve pensare  o cosa deve fare, un team, un gruppo che vede in quell’idea un obiettivo da raggiungere.
La realtà ci ha presentato il conto. Le promesse elettorali, promesse impossibili sono rientrate, i provvedimenti sono stati continuamente riscritti e in un modo che spesso e volentieri hanno dimostrato un alto tasso di dilettantismo e incompetenza a monte. Activity confusa con action. Una continua passerella. L’accentramento senza rapidità d’azione. Stile leaderistico senza leader. Non vorrei apparire irriguardoso verso il lavoro, l’impegno degno di considerazione e di lode a cui i dipendenti e i membri delle varie commissioni regionali si sono sottoposti, ma mi domando: davvero davvero nel governo Solinas non c’è nessuno, a cominciare dal presidente stesso, che abbia mai pensato all’opportunità di attuare qualcuna delle centinaia di proposte indicate da varie associazioni culturali, ambientalistiche e movimenti politici? Si è mai pensato al concetto di ascolto e comprensione?
La società di oggi è molto più complessa di quella degli anni sessanta e ben consapevole dei propri diritti e di quello che può chiedere a chi li governa. In una società evoluta, matura che cresce poco o meno rispetto al territorio nazionale, quello che che importa, quello che ha un peso più rilevante è sapere, vedere come si distribuiscono le risorse. La sensazione, cioè, che chi governa lo fa per l’interesse della collettività e la qualità del progresso economico.
Questa trasparenza nel rapporto con i cittadini è quanto chiediamo come prima cosa a chi ci governa  per riaccendere fiducia della società che deve essere assolutamente protagonista del cambiamento.

Fonte: Democrazia Oggi

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