Andrea Pubusa

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Rwm, dopo lo stop del Consiglio di Stato all’ampliamento e la revoca di una licenza di esportazione la fabbrica di bombe del Sulcis, minaccia licenziamenti.
L’ad Sgarzi, nell’incontro con i sindacati che si è tenuto prima di Natale nella sede di Confindustria, ne ha annunciato altri 90, che vanno ad aggiungersi ai 160 che sono stati lasciati a casa negli ultimi due anni. La risoluzione del contratto con l’Arabia e gli Emirati Arabi ha causato alla società, controllata dalla tedesca Rheinmetall, una perdita di 325 milioni. Così sostiene Sgarzi, che dal giorno della revoca della licenza di esportazione, va dicendo che il governo italiano deve intervenire e in qualche modo “rimediare” al danno procurato. “Per operare e crescere – si è lamentato davanti alla Commissione Difesa della Camera lo scorso 29 luglio – è essenziale … avere una prospettiva certa … che si concretizzi in progetti di sviluppo e contratti di forniture pluriennali. Ma questa continuità, nel settore Difesa a differenza degli altri settori, può essere assicurata solo dallo Stato tramite commesse nazionali o il consenso e il sostegno all’esportazione”.  I sindacati lamentano anch’essi la cancellazione definitiva del contratto con le due petrolmonarchie e “alla totale assenza di contratti da parte del ministero della Difesa italiano”. E così le Rsu aziendali e le segreterie territoriali della Ficltem Cgil e della Femca Cisl chiedono “l’immediata convocazione di un tavolo con il Mise e il ministero della Difesa.”
Al coro, si associano i sindaci di Iglesias e di Domusnovas, i quali capiscono quanto essenziali siano gli ospedali e giustamente si oppongono con fermezza al ridimenziamento del CTO di Iglesias, ma non avvertono che chiudere un reparto è meno terrificante che far saltare in aria un intero ospedale coi pazienti e i sanitari, o asili o scuole e scuolabus con bambini dentro, come attestato anche da una risoluzione del Consiglio d’Europa.

Il Sulcis Iglesiente è una delle aree più depresse della Sardegna e d’Italia e la perdita di posti di lavoro giustamente preocupa. Ma proprio questo deve indurre a impegnare le forze e le energie verso obiettivi di sicuro sviluppo, fondati sull’affermazione di principi di umanità e civiltà, che sono - per fortuna - recepiti anche nella nostra Costituzione, nelle nostre leggi e nei trattati e risoluzioni internazionali.

I due sindaci e i sindacati non si rendono conto della insensatezza e della velleità della loro pretesa di sviluppo in una produzione bellica per azioni che il Consiglio d’Europa ha annoverato fra i crimini contro l’umanità? Si rendono conto che pretendere d’imporre una produzione di bombe significa entrare in un vicolo cieco, stante il divieto dell’esportazione in contesti come quello saudita deliberato da tutte le istituzioni pubbliche, nazionali e sovranazionali di riferimento?  Dovrebbero ricordare che è stata respinta anche la richiesta al governo “di esplorare la possibilità di acquistare dalla Rwm Italia le munizioni e gli altri materiali d’armamento oggetto di contratti congelati o non più in essere, per destinarli alle Forze Armate italiane in quanto compatibili” . Ecco proprio questa compatibilità è stata ritenuta inesistente perché questo acquisto potrebbe configurarsi come aiuto di Stato. E infine, ma non per importanza, non si riflette sul fatto che in Germania questa produzione di ordigni non si fa?

Non migliore è il quadro giudiziario. A novembre il Consiglio di Stato ha annullato i provvedimenti che hanno consentito alla Rwm di ampliare lo stabilimento nel comune di Iglesias. Ora queste costruzioni sono abusive e devono essere demolite. Nonostante la sentenza, nessuno parla di abbattere i due nuovi reparti produttivi e il poligono sperimentale. Come si può prestare fede all’assessora all’urbanistica di Iglesias, Giorgiana Cherchi, che ha annunciato un impegno del Comune per una sanatoria? O alla sindaca di Domusnovas, Isangela Mascia, che addirittura si lascia andare a dichiarazioni contro la demolizione?  “Non è possibile - ha dichiarato - uno stop a lavori già ultimati in uno stabilimento che per le sue caratteristiche è continuamente sottoposto a controlli e che finora è risultato sempre in regola.” Non si rende conto che il Giudice amministrativo ha detto esattamente il contrario? E non hanno nulla da dire a tutela degli abitanti della zona che, come riconosciuto anche dalla prefettura, manca di un adeguato Piano di Emergenza per le aree Esterne (PEE)? Dimenticano che la Rwm è considerata una fabbrica a rischio rilevante? Non sanno che è loro dovere compiere ogni azione e adottare tutti i provvedimenti atti a prevenire o limitare eventuali incidenti per i lavoratori e per gli abitanti della zona? E non considerano che quella zona è soggetta a vincoli a tutela dell’ambiente? Forse la complessità della situazione dovrebbe indurre gli amministratori pubblici a maggior prudenza, anche perchè sulla vicenda si è sparsa voce di una “attenzione” della Procura della Repubblica di Cagliari, che certo non permetterà forzature e omissioni. E per loro e per i sindacati non è meglio, a questo punto, convincersi che bisogna battere altre vie? Ad esempio, la conversione della produzione? E’  un percorso difficilissimo, ma è più realistico di seguire una strada bloccata da tutte le norma interne e internazionali sulla materia. Seguire senza pensare alle alternative la RWM equivale a un suicidio. E’ meglio, se si vuole salvare l’occupazione, cambiare strada subito, prima che sia troppo tardi.

Fonte: Democrazia Oggi

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