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Ad un anno dalla scomparsa non si può non ricordare una donna dell’autorevolezza di Rossana Rossanda, esponente della sinistra comunista, al centro di una vicenda politica di grande rilevanza nell’ambito del movimento comunista nella seconda metà degli anni ‘60 del ‘900 e fondatrice del Il Manifesto. Per una generazione della sinistra è stata indubbiamente, coi suoi scritti e la sua riflessione, col suo rigore intellettuale e morale, un importante riferimento nella formazione culturale e politica. Il suo magistero proietta ancora effetti importanti nei giovani che allora la seguirono e le furono compagni/e di lotta.
Pubblichiamo un suo ricordo apparso su Sbilanciamoci.

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Il coraggio della libertà

20 Settembre 2021 | Sezione: Alter[1], Apertura[2]

Le molte direzioni del lavoro politico di Rossanda sono ricostruite in questa relazione che ha aperto l’incontro “La ricerca di un’altra sinistra”, tenuto il 20 settembre 2021 a Firenze, promosso dall’Istituto Storico Toscano della Resistenza e dell’Età contemporanea e dalla Fondazione Stensen, anche su YouTube.

È con particolare emozione che mi accingo a ricordare Rossana Rossanda in questa sala, perché esattamente 51 anni fa (settembre 1970), mi trovavo a questo tavolo assieme a Lucio Magri, Aldo Natoli, Luigi Pintor e Rossanda per coordinare la presentazione delle “Tesi per il comunismo”.

In quel momento la parola ‘comunismo’ aveva per noi un significato pieno, privo di nostalgici richiami all’Urss: il gruppo promotore della rivista il manifesto era stato radiato per una questione di forma – accusa di frazionismo – ma anche per una questione di sostanza, che era proprio il rapporto con l’Urss. “Praga è sola”, titolava il numero 2 della rivista, nel settembre 1969 – ed era un grido di denuncia in cui tutti noi ci riconoscevamo. Era un orizzonte in cui ci riconoscevamo, come le tesi esplicitavano, parlando di “attualità del comunismo” contro ogni sommaria liquidazione; una prospettiva che ci davamo, l’avvio di una nuova fase, più operativa del progetto di unificazione politica della nuova sinistra; con tutte le implicazioni teoriche e strategiche che escludevano una ‘presa del palazzo d’inverno’ come altre avventate, rapide soluzioni che circolavano nei gruppi dell’estrema sinistra. Non era un programma di partito, bensì una base teorica e politica che ci costituiva come un collettivo, e noi ci sentivamo parte di un collettivo, e per collettivi eravamo organizzati.

L’anno dopo, il 28 aprile 1971, usciva il manifesto giornale comunista, diretto da Rossanda e Magri, tiratura 54.000 copie (ricordo che anche il primo numero della rivista, nel giugno ’69, dopo una prima tiratura, aveva portato le vendite a 55.000 copie).

Il collettivo e la dialettica interna

Di questo lavoro collettivo Rossanda era un punto di riferimento imprescindibile, per il suo spessore e la sua lucidità; e una protagonista appassionata malgrado il suo maggiore riserbo e la sua proverbiale severità, in grande sintonia e stretta collaborazione in particolare con Pintor, Magri, Natoli. Ma non rinunciò ben presto a esprimere il suo dissenso su scelte cruciali.

Già in disaccordo sul tentativo di unificazione con Potere operaio, nel 1971, fallito sul nascere, fu in occasione delle elezioni del 1972 che si verificò “il primo serio contrasto all’interno del nucleo fondatore del Manifesto” secondo quando racconta Lucio Magri a Famiano Crucianelli e Aldo Garzia (Magri, 2012).

Pintor sosteneva l’opportunità di presentarsi con una propria lista, con capolista Valpreda; Rossanda, Natoli e Magri, seppur con diverse argomentazioni, erano fortemente contrari all’operazione, ma vollero evitare una spaccatura. Andò come sappiamo: meno dell’1% di voti. “Non mi do pace per gli errori fatti e dei quali porto una grande responsabilità” avrebbe poi ammesso Magri.

Nel 1974 Il Manifesto avviò un’unificazione, più laboriosa e apparentemente plausibile ma altrettanto azzardata, con il Pdup di Vittorio Foa (partito nato dopo che la maggioranza del Psiup era entrata nel Pci). Nel congresso che sancisce l’unificazione, a Bologna, vince a larga maggioranza la mozione di Rossanda (che la illustra) e Magri. Sarà lui il segretario della nuova formazione, chiamata “Pdup per il comunismo”, mentre la direzione del Manifesto (da cui scompare la dizione “giornale comunista”) è affidata a Pintor, affiancato da un organismo collegiale composto da Rossanda, Castellina, Ferraris, Foa, Puleo.

Due anni dopo, l’alleanza, non solo elettorale, con Avanguardia operaia porta all’elezione, nel 1976, di sei deputati in Parlamento ma segna anche la sostanziale sconfitta di un’alternativa di sinistra. E apre una riflessione critica sul ‘che fare’. In un susseguirsi di assemblee di valutazione, Rossanda giunge a manifestare per la prima volta pubblicamente il suo dissenso sulla relazione di Magri (il nodo è il giudizio sul Pci, assemblea di Bellaria). Il Congresso di Viareggio del novembre 1978 sancisce la spaccatura: Magri è confermato segretario del partito, Rossanda sarà impegnata nel Manifesto (direttore Pintor), dove fa anche un tentativo che non decolla di lanciare le “leghe del Manifesto”. “Quella con Rossana è stata una rottura molto dura, che ha lasciato per un periodo non breve segni profondi e molta amarezza”, ricorderà Magri (p.102).

Rimane dunque il giornale. Con alterne vicende. Dal marzo 1994 lei tiene una pagina alla settimana di riflessione politica: sono le Note a margine, di cui pubblicherà un’ampia scelta in un volume per Bollati Boringhieri uscito nel 1996. Dal 1999 e fino al 2004, esce “La Rivista del manifesto”, un periodico di riflessione e di confronto politico a cadenza mensile, collegato al giornale e nuovamente diretto da Rossanda e da Magri, a cui questa volta collaborano anche esponenti di primo piano (Ingrao, Tortorella e altri) che nel frattempo hanno abbandonato il Pds.

E tuttavia anche la collaborazione al giornale approderà a una rottura: nel 2012, quando lei abbandona la redazione del quotidiano, convinta che sarebbe necessario un impegno di riflessione critica e teorica sulla sinistra, sulla sua storia e sui compiti del presente.

La perdita

“Il 1977 è lo spartiacque”, dice ancora Magri. Rossanda è meno esplicita, ma le sue iniziative, i suoi interlocutori e i suoi libri parlano per lei: Le altre, Anche per me. Donna, persona, memoria dal 1973 al 1986, La vita breve, La perdita, Questo corpo che mi abita. Libri in cui una lucida coscienza si coniuga con la passione, il discorso autobiografico con le problematiche politiche e l’esigenza di teoria. Testimoni di una continua interrogazione, del mondo, di se stessa e della vita, capace di trovare sempre nuove voci, parole e forme di scrittura per arrivare agli altri. E alle altre.

Non che fosse venuta meno la passione politica, la responsabilità di contribuire a cambiare il mondo. Ma, sofferta, la perdita apriva lo spazio a nuovi incontri. E anche all’emersione di un io – o alla percezione di un io – soffocato dalla dimensione collettiva di un impegno totalizzante, come lei stessa non esiterà a esplicitare. Atre problematiche venivano alla luce, più esistenziali queste: il senso della finitudine, il corpo, la perdita che costella la nostra vita. Nascevano, quella prima persona singolare e quella singolare scrittura, dalla perdita di una prima persona plurale, quella del ‘collettivo’ del Manifesto, dopo quella del Partito con cui aveva condiviso glorie e miserie fin dalla giovinezza e che l’aveva ripudiata. Nascevano dal senso sofferto di una sconfitta storica e personale. Come avrebbe esplicitato nel chiudere le sue memorie di “Ragazza del secolo scorso” con il racconto della radiazione:

per smuovere un paese occorreva un grande partito. Non era, o non era più, il Pci. Almeno Aldo [Natoli] ed io non ci illudemmo mai che ne avremmo messo in piedi un altro” E però, “Non eravamo più dei loro, dei nostri.” Poi, laconica: “Speravamo di essere il ponte fra quelle idee giovani e la saggezza della vecchia sinistra, che aveva avuto le sue ore di gloria. Non funzionò (Rossanda, 2005, pp.384-385).

E come aveva dichiarato con accenti ancora più drammatici in un incontro organizzato dal centro Virginia Woolf di Roma nel marzo 1992:

io ho cercato di cambiare qualcosa nella società in cui vivevo. Non ci sono riuscita. E sento molto pesantemente la sconfitta. Sono comunista e lo resto. Non formalmente, lo sono davvero: sono persuasa delle ragioni per esserlo […]. Ma ho visto andare in pezzi non solo un sistema, quello dell’Est. Del quale da almeno venticinque anni penso che non fosse comunista. No, insieme a quel sistema, ho visto andare in pezzi l’idea che si possa cambiare il mondo, che si possa avere una società diversa da quella capitalistica. (Rossanda, 1992, p.24)

Ma è solo avanti negli anni, sulla soglia degli Ottanta, che la perdita sarebbe stata tematizzata: nella conversazione con un’amica femminista e psicoanalista, Manuela Fraire intorno al tema “Perdere cosa? Perdere cosa?”. È innanzitutto quella perdita impensabile che è la propria fine, ma anche quel “sedimentare delle perdite” che “pesa come un macigno”, la perdita della politica come perdita di senso, la perdita che aveva travolto Lucio e lei lo aveva aiutato a morire, e ancora… Lea Melandri ne avrebbe poi curato la pubblicazione con il titolo La perdita, accompagnandola con un suo testo in Postfazione (Rossanda, 2008).

Avrebbe anche permesso, questa perdita, di rivisitare criticamente e raccontare in forma letteraria, in una prospettiva esistenziale autoironica, momenti chiave del passato politico. Come in Un viaggio inutile (Rossanda, 1981), che racconta come l’impatto con la realtà, durante una missione in Spagna nel 1962, avesse messo in crisi le speranze sue e della sinistra italiana sulla fuoriuscita dal franchismo. A venti anni di distanza, questa esperienza è riletta non solo come un processo di conoscenza ma come un’educazione sentimentale alla politica. Avrebbe permesso, quella perdita, il grande racconto autobiografico La ragazza del secolo scorso (2005), che ripercorre lucidamente una scelta di vita dalla parte dei comunisti e nel partito comunista; e di questa scelta rende tutta la complessità, fra adesione convinta e dolorose scoperte.

Incontri 1: il nuovo femminismo

La nuova scrittura che ne nasceva, sul finire degli anni Settanta, era una scrittura partorita dall’incontro con il movimento delle donne e il nuovo femminismo, un incontro “tra i più decisivi”, che le insegnava a sentirsi donna oltre che individuo, a pensarsi nella concretezza irriducibile del singolo. Un incontro “problematico”, un confronto difficile e appassionato. Condotto nella consapevolezza dichiarata di riconoscersi nella ricerca delle donne e di non condividerne percorsi ed esiti, ostinato nel desiderio di analizzare l’intreccio fra contraddizioni di classe e contraddizione tra maschile e femminile.

L’occasione fu offerta dalle conversazioni radiofoniche sui rapporti tra donne e politica (novembre 1978-febbraio 1979) e dalla successiva elaborazione, in pagine sorprendenti che ne introducono la raccolta nel libro Le altre (Rossanda, 1979).

“La mia storia politica è lo sforzo di mettere me stessa da parte, per paura che, se no, non riuscirei ad ascoltare le voci degli altri” constata Rossanda in una trasmissione, replicando alla rivendicazione del diritto ad essere diverse e sempre tutte intere. Ma è dopo le trasmissioni, dopo aver ascoltato le voci delle altre, dopo aver cercato di capire le ragioni del femminismo che Rossana rivolge pubblicamente lo sguardo su sé stessa, recuperando la sua diversità, che è ‘scarto’ rispetto al nome pubblico, e storia singolare. L’io narrato – con toni autocritici, autoironici, talvolta duri – è quello della militante politica: è come tale che Rossanda si riconosce il limite e la responsabilità di non aver mai incontrato la donna.

Ma, insieme, irrompe nelle pagine di presentazione una prima persona singolare che introduce un atto diverso, di natura autobiografica. Così come il taglio del racconto, che – già qui, prima che nelle memorie – tende a spiegare un itinerario interiore alla luce di un cambiamento, “una conversione” potremmo dire con Agostino. Pur assumendo l’identificazione con il personaggio che “fa politica da sempre”, Rossana fa passare nel discorso il proprio vissuto, anche quello relativo all’atto di scrittura: il pudore e il desiderio di dire, di scoprirsi, una certa ansia legata alla singolarità della propria esperienza criticamente ripensata e al tempo stesso rivendicata. E mette in campo il corpo, il proprio. Lo spazio percorso dal testo è segnato da due immagini: le ossa che cominciano a dolere, il ventre squarciato in una corsia di ospedale. Approdo, su un piano figurale, di un percorso storico e soggettivo in una piaga profonda dove le cellule impazzite minacciano di morte. L’effetto di crescendo tra l’una e l’altra immagine dice drammaticamente la minaccia all’integrità della persona nel lacerarsi della tela in cui siamo presi e che abbiamo tessuto. La metafora è ancora di Rossanda: “Non ci salveremo se non ricuciremo tutti i fili di questa tela lacerata che siamo diventati”, in uno dei passi in cui il tono si fa più emotivo, misurandosi con tutte le sconfitte personali e storiche.

Sulle ragioni di questo tardivo emergere di un altro ‘io’ legittimato alla scrittura Rossanda sarebbe tornata una decina d’anni dopo, attribuendolo esplicitamente a “un doppio incontro: con la crisi della sinistra […] e con il nuovo femminismo”. Si tratta delle densissime pagine di presentazione di scritti, in gran parte provenienti dal Manifesto, che lei preferisce definire “parole”, perché “scritte anche per me, non dettate dagli imperativi di un giornale”; e anche, “righe dettate dalla memoria o da un’emozione o dal non semplice dialogo con il movimento delle donne”. Il titolo del volume è Anche per me e il sottotitolo Donna, persona, memoria (1987).

Il confronto con “le amiche femministe” non si è più interrotto ed ha sempre mantenuto questa connotazione: di essere riconosciuto come imprescindibile, ma da cui, al tempo stesso, lei non cessa di rimarcare la distanza, rivendicando quel personale percorso in cui si era venuta definendo la propria identità. E ha dato ancora vita, questo confronto, a “pagine sorprendenti per la coraggiosa esposizione di sé – il rapporto col suo corpo, l’invecchiamento, la morte”, come scrive Lea Melandri nel presentare i suoi contributi – tra il 1987 e il ‘94 – a Lapis. Percorsi della riflessione femminile, un periodico diretto dalla stessa Melandri, ora riuniti nel volume Questo corpo che mi abita (2018), l’ultima pubblicazione in vita.

Incontri 2: la politica, la lotta armata, il carcere

Negli stessi anni, Rossanda persegue una riflessione all’interno della sinistra, a cominciare dal Partito storicamente nato per rappresentarla. Una riflessione sui vizi d’origine, sugli errori commessi, sui paesi dei ‘socialismi reali’, sull’incapacità di interpretare in maniera coraggiosa i nuovi soggetti e i nuovi bisogni che si erano venuti manifestando nelle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche; un’analisi delle molteplici derive verso la lotta armata; un’adeguata lettura di come si andava ristrutturando il potere economico, finanziario e politico.

A una decina d’anni da una dolorosa rottura – quando lei aveva sfidato l’idea stessa che lui aveva del partito e lui aveva alzato la mano per radiarla – Rossanda propone e ottiene da Pietro Ingrao, allora Presidente della Camera dei deputati, un’intervista “sul problema dei giovani, nel momento in cui sembra consumarsi una frattura fra ‘noi’ e ‘loro’”. Drammatico approdo di un decennio da quando, già nel giugno del ’68, lei aveva fatto una ricognizione di quella nuova figura sociale che irrompeva sulla scena politica mutandone i connotati, e nel cui radicalismo aveva letto “un bisogno rivoluzionario”, un abbozzo di “un processo accelerato di transizione al socialismo, diverso dallo schema leninista”. E nel contempo aveva denunciato come “un grave errore” la resistenza delle organizzazioni politiche di sinistra, partiti e sindacato. Il movimento degli studenti è un piccolo, prezioso libro edito da De Donato e opportunamente ripubblicato, con prefazione di Luciana Castellina, dalle edizioni Manifestolibri (2018).

“Perché sparano? – chiede nel 1978 Rossanda a Ingrao – Qualcuno dice che assomigliano ai vecchi comunisti. Sparano perché ci somigliano, o perché non ci somigliano?” “Non ci somigliano” è la risposta immediata di lui, che poi argomenta con una riflessione storica sulla democrazia, sulla crisi dell’idea della politica, sul frantumarsi della società, insieme a cui “si frantuma anche un’idea morale, mutano di segno categorie, concetti, valori: uomo, società, vita, libertà, collettività, politica”. Rossanda rinuncia a chiedergli “quanto, in questo, sia responsabilità di una sinistra, capace di una straordinaria crescita nell’opposizione, ma immatura e paurosa davanti alla transizione e al potere, incline a trattare, contrattare, cedere.” Non glielo chiede, dice, perché “Mi risponderebbe come deve.” Poi aggiunge:

Penso, lasciando Ingrao, che la sua e la mia generazione ha vissuto e preparato questa crisi, senza avvertire che, arrivata, avrebbe chiesto nuove linee interpretative, nuovi ‘modi’ della lotta e della politica.

L’intervista era destinata a essere pubblicata sul Manifesto, dove però non arriva, perché non è ancora del tutto messa a punto quando, un paio di settimane dopo, il 16 marzo 1978, le Brigate Rosse lanciano “l’attacco al cuore dello Stato” con il sequestro di Aldo Moro. Rimane tra le carte di Ingrao ed è stata recentemente pubblicata da Alberto Olivetti in un piccolo volume dal titolo Novecentosettantotto. I giovani, le brigate rosse, Aldo Moro (2021).

Il 28 marzo il giornale esce con un editoriale di Rossanda, Il discorso sulla Dc, destinato a suscitare scalpore e letture riduttive, a cui lei risponde il 2 aprile con un articolo dal titolo L’album di famiglia. A destare scandalo e a essere strumentalizzata dalla destra è infatti la sua affermazione che il linguaggio del secondo messaggio delle Br, con il suo inedito e vasto attacco alla Dc, ricalca stilemi veterocomunisti:

chiunque sia stato comunista negli anni Cinquanta, riconosce di colpo il nuovo linguaggio delle BR. Sembra di sfogliare l’album di famiglia: ci sono tutti gli ingredienti che ci vennero propinati nei corsi Stalin e Zdanov di felice memoria. (Rossanda, 2021, p.42)

Con la variante, aggiunge, della guerriglia come conclusione. Quello che non si è voluto vedere è che al centro del suo ragionamento stava la denuncia di uno schematismo che fioriva sulla cancellazione di quella articolata analisi della Dc sviluppata negli anni ‘60, e che testimoniava di un precipitoso arretramento delle idee politiche. Con un richiamo al Pci per “lo spazio che ha lasciato scoperto e l’ampiezza di manovra che esso offre.”

Il manifesto – scriverà in seguito Rossanda – era nato poco prima delle Br e giorno per giorno ne aveva seguito, non senza sconcerto e apprensione le gesta […] eravamo degli outsider comunisti e non potevamo non chiederci perché, come, dove, prendesse forma questa insorgenza armata che aveva così poco in comune con le rivoluzioni del passato”.

All’interno di questa preoccupazione collettiva, lei prende l’iniziativa di andare a vedere di persona. Perché non si accontenta della riduzione della complessità alle verità processuali, come avrebbe poi esplicitato:

Un ricordo di studi ormai lontani mi ha fatto sempre diffidare della parola verità e del suo uso, specie quando riguarda la conoscibilità della verità della persona, soprattutto in quell’intrico di calcolo, emozioni, passione che è l’atto trasgressivo. E così complessa è la verità della persona che, in fondo, può apparire che la verità processuale sia la più semplice perché sorretta da un sistema convenzionale come quello delle procedure (cit. da Palma, 2020)

Dunque nel 1985 accompagna la giornalista Carla Mosca alle udienze del processo d’appello del caso Moro e incontra per la prima volta l’ex capo delle Br Mario Moretti, imputato per il sequestro e l’omicidio del Presidente della Dc. Da allora inizia a frequentarlo in carcere, nella misura del possibile – come fa con Renato Curcio. Nell’87 riceve una lettera a firma di entrambi, Curcio, Moretti, più Maurizio Iannelli e Piero Bertolazzi, a cui si aggiungono lettere di Prospero Gallinari e Barbara Balzerani: è un maldestro tentativo di sollecitare un confronto. Che il Manifesto raccoglie pubblicando tutto, ma – ricorda Rossanda – “il dibattito non decollò […] nessuno capì o volle capire quelle lettere”. Finché, nel 1993, Moretti – quello che ai processi non aveva mai parlato – le fa sapere di essere disposto a raccontare la sua versione. Rossanda e Carla Mosca ottengono di poter realizzare sei giorni di interviste nel carcere di Opera, non tutto ovviamente va liscio, ma alla fine ne esce un libro a tre voci Le Brigate rosse. Una storia italiana (1994). “Un modesto tentativo di fare storia o almeno di raccogliere materiali di prima mano per una storia”, così lo presenta Rossanda. È un libro con una puntuale ricostruzione storica e un confronto serrato su motivazioni e scelte delle Br in rapporto all’obiettivo – con la loro “propaganda armata” – di aprire la strada a un movimento di massa che avrebbe rovesciato il sistema.

Quel percorso che Rossana aveva coraggiosamente intrapreso per rispondere alle domande “perché sparano?” e “in che rapporto stanno con una certa tradizione veterocomunista?” l’avrebbe portata lontano. Le leggi eccezionali del 1979, le durissime condizioni del carcere portano alla ribalta anche un altro terreno di riflessione e lotta politica: quello delle regole e delle garanzie. Un tema che “apriva un nuovo fronte di rifondazione di un garantismo non formalista, ma attento ai mutamenti normativi, ai processi, ai rischi che l’eccezione diventasse normalità, a che una presunta ragione politica prendesse il sopravvento sull’ordinamento”, scrive Mauro Palma in un articolo sul manifesto nel settembre 2020 con il titolo La voce discordante di Antigone. Rossana è con lui (insieme a Luigi Ferrajoli e altri) nella creazione del Centro di documentazione sulla legislazione di emergenza che prende a esaminare i primi processi e a renderne conto sul manifesto, l’unica voce fuori dal coro e la più documentata. Rossana segue tutte le udienze del processo a cui approdò l’inchiesta padovana del “7 aprile”, fino alla sentenza di appello che smantellò l’impianto accusatorio. E partecipa alla creazione, intorno alla metà degli anni Ottanta, della rivista Antigone (allora “Bimestrale di critica dell’emergenza”), e successivamente alla sua trasformazione nell’Associazione che oggi lavora sul carcere. Con una tensione a conoscere e capire, l’attenzione sempre rivolta ai destini della persona.

Come testimonia anche la sua stima e amicizia per Alberto Magnaghi, uno dei fondatori di Potere Operaio arrestato nel quadro dell’istruttoria del “7 aprile” con l’accusa di essere tra i dirigenti dell’eversione. Detenuto per quasi tre anni in attesa di processo, rimesso in libertà provvisoria per decorrenza dei termini, poi assolto in appello (1987), ma già gravemente malato, Magnaghi – uno dei più apprezzati studiosi di analisi del territorio –riprende l’insegnamento universitario e pubblica nel 1985 Un’idea di libertà, San Vittore ’79-Rebibbia ’82, con una penetrante postfazione di Rossanda.                     

Di tutte queste esperienze si nutre il saggio di Rossanda Antigone ricorrente, realizzato nel 1987 per il centro culturale Virginia Woolf di Roma e pubblicato nello stesso anno da Feltrinelli in testa a una nuova traduzione della tragedia di Sofocle. Una rilettura – esplicita Rossanda – suggerita dalla “rivisitazione di Antigone nel conflitto degli anni ’70” e da un interrogativo mai sollevato: “perché per delineare l’antagonismo radicale alla pretesa di totalità del politico, Sofocle ha scelto una figura di donna?”

Incontri 3: Montegiove

Sono questo atteggiamento e questo impianto culturale – quanto mai raro nella tradizione comunista – che la conducono ad altri “strani incontri”, come lei stessa definisce quelli che si svolgono nel Monastero di Montegiove, nelle Marche. Anche in questo caso partecipa sin dall’inizio (1987) alla fondazione del “Centro studi Itinerari e incontri” animato da Dom Benedetto Calati, priore generale della congregazione benedettina Camaldolese, con Lorenza Carboni, teologa e docente e Adriana Zarri, eremita. Rossanda lo ricorda così: “Ci interessava ascoltarci, ciascuno parziale, su questioni che noi chiamiamo etiche ed essi esistenziali”. Testimoniano di questo ascolto le bellissime pagine sulla morte – inclusive di un racconto fiabesco su un personaggio che ottiene da Dio di non morire perché vuole “guarire il mondo” e che tuttavia finisce con l’invocare la morte perché “il senso della vita è marcato dalla sua limitatezza”, pagine lette nell’ incontro dell’estate 1992 e pubblicate assieme a quelle di Filippo Gentiloni nel volume La vita breve. Morte, resurrezione, immortalità (1996).

Incontri 4: Sbilanciamoci

Ma non c’è solo questo. Il suo bisogno di misurarsi sul terreno strettamente politico la induce a cercare nuovi interlocutori. Ricorderò solo due interventi a Firenze in convegni che si proponevano di ripensare una nuova sinistra. Il primo è nel novembre 2004, all’insegna dell’interrogativo “È possibile una sinistra nuova?”,  promosso dal “Laboratorio per la Democrazie” e altre sigle locali (“Un’altra città/Un altro mondo”, Insieme a sinistra”, “Aprile”), si svolge al Convitto della Calza; aperto da Paul Ginsborg, vede tra i partecipanti Asor Rosa, Francesco Pardi, Ornella De Zordo, don A. Santoro, ma anche un vecchio compagno, Giuseppe Chiarante, che, proveniente dal Pci, è approdato alla presidenza dell’Associazione per il Rinnovamento della sinistra. Il secondo convegno, nel dicembre 2011, ripropone il tema senza punto interrogativo: “La via d’uscita”; ed è promosso da “Rete a sinistra”, “Sbilanciamoci”, il “Manifesto”, l’”Associazione Lavoro e Libertà”; si svolge al Teatro Puccini, dove intervengono, oltre a Rossanda, Mario Pianta, Luigi Ferraioli, Maurizio Landini, Massimo Torelli. Questa volta l’incontro ha un qualche seguito.

In “Sbilanciamoci”, creato nel 1999 da un gruppo di economisti, giornalisti, operatori del sociale, che raccoglie una cinquantina di associazioni ambientaliste, pacifiste, solidali, e che dal 2008 aveva dato vita a una rivista online, Rossanda trova un interlocutore sino alla fine della sua vita. Vi collabora regolarmente dal luglio del 2011 fino al 2019, con una sessantina di articoli sul lavoro, sulla Francia (vive a Parigi), sull’Europa. Nel giugno 2012, partecipa a Bruxelles al Forum internazionale “Un’altra strada per l’Europa” organizzato da una trentina di organizzazioni – per l’Italia “Sbilanciamoci” – e apre con Susan George – studiosa di fama mondiale della questione della fame nel Terzo mondo – la sessione finale A democratic Europe?. Nel 2011 Rossanda apre la discussione – su Sbilanciamoci, il manifesto e in alcune reti internazionali – su “La rotta d’Europa”; poi, tra il 2014-2015 “Sbilanciamo l’Europa” diventa un inserto settimanale di 4 pagine dentro il manifesto (su cui, peraltro, Rossana non scrive).

A Firenze, Rossana Rossanda aveva poche ma intense amicizie e volentieri veniva per partecipare a iniziative culturali. In particolare, aveva avviato una collaborazione con Maria Fancelli, docente di letteratura tedesca alla Facoltà di Lettere, che le ha affidato la curatela di tre testi di Heinrich von Kleist per le edizioni Marsilio – La marchesa di O (1989), Il principe di Homburg  (1997, con traduzione del testo a fronte), e Pentesilea (2008), nonché del racconto di Thomas Mann, L’inganno (1994, ancora con traduzione). Sempre Maria l’avrebbe introdotta nell’Associazione Archivio per la memoria e la scrittura delle donne, nel cui quadro ha anche realizzato una bella intervista sul suo amore per l’arte e la letteratura.

Con me, nonostante la frequentazione politica nel Manifesto, il vero incontro è avvenuto con la pubblicazione di Le altre e una presentazione che ne feci a Palazzo Medici Riccardi. Fu solo l’inizio di un intenso rapporto, alimentato anche dal suo amore per la letteratura e dal comune interesse per Sartre e Simone de Beauvoir (ma non solo: sino alla fine ha continuato a ripetermi che dovevamo scrivere un libro insieme su Stendhal). Ne discutevamo in incontri privati a Firenze, Roma e Parigi, in articoli sul Manifesto, e in incontri pubblici in varie parti d’Italia. Ricordo qui soltanto la bellissima Tavola Rotonda assieme ad Antonio Tabucchi “Ripensare l’impegno” per il centenario della nascita di Sartre (2005) e la partecipazione al convegno internazionale su Simone de Beauvoir (2008). Ed è a Firenze che Rossanda ha voluto lasciare le sue carte, all’Archivio storico, che certamente avvierà progetti di ricerca e iniziative per permettere di conoscere meglio la sua figura di intellettuale.

Mi fermo qui, sull’immagine di una persona incessantemente animata dal desiderio di capire, in una prospettiva di cambiamento del mondo e di se stessa. Una persona coraggiosa e libera nella sua ricerca: aperta alla domanda e all’incontro, ma senza rinunciare alla replica, all’obiezione, al vaglio severo del suo rigore intellettuale.

20 settembre 2021

Bibliografia

Lucio Magri, Alla ricerca di un altro comunismo, a cura di Luciana Castellina, Famiano Crucianelli, Aldo Garzia, Il Saggiatore 2012

Mauro Palma, “La voce discordante di Antigone”, Il Manifesto, settembre 2020

Gugliemo Ragozzino, Mario  Pianta, “Quando Rossana si è sbilanciata”, Sbilanciamoci, 24 settembre 2020, https://sbilanciamoci.info/quando-rossana-si-e-sbilanciata/

Peter Kammerer, “Le voci degli altri”. Per Rossana Rossanda, Sbilanciamoci, 1 febbraio 2021, https://sbilanciamoci.info/le-voci-degli-altri-per-rossana-rossanda/

Testi di Rossana Rossanda

1968, Il movimento degli studenti, De Donato (ried., con prefazione di Luciana Castellina,   Manifestolibri 2018).

1979, Le altre. Conversazioni a Radiotre sui rapporti tra donne e politica, libertà, fraternità, uguaglianza, democrazia, fascismo, resistenza, stato, partito, rivoluzione, femminismo. Feltrinelli

1981, Un viaggio inutile o della politica come educazione sentimentale, Bompiani

1985, postfazione a Alberto Magnaghi, Un’idea di libertà, San Vittore ’79-Rebibbia ’82, Manifestolibri (n.ed. DeriveApprodi 2014)

1987a Anche per me. Donna, persona, memoria dal 1973 al 1986, Feltrinelli

1987b Antigone ricorrente, in Sofocle, Antigone, Feltrinelli               

1989, Heinrich von Kleist, La marchesa di O, a cura di Rossana Rossanda, Marsilio

1992, Per una critica al capitalismo a partire dall’essere donna, in Aa.Vv. Se la felicità…, Roma, Centro VirginiaWoolf, VandA edizioni 2021

1994, con Carla Mosca e Mario Moretti, Le Brigate rosse. Una storia italiana, Mondadori

1995, con Pietro Ingrao, Appuntamenti di fine secolo (con saggi di M. Revelli, I.D. Mortellaro, K.S. Karol), Manifestolibri

1996a, con Filippo Gentiloni: La vita breve. Morte, resurrezione, immortalità, Pratiche

1996b, Note a margine,Bollati Boringhieri

1997, Heinrich von Kleist, Il principe di Homburg, traduzione e introduzione di Rossana Rossanda, Marsilio

2005, La ragazza del secolo scorso, Einaudi

2008a, Heinrich von Kleist, Pentesilea, introduzione di Rossana Rossanda, Marsilio

2008b, con Manuela Fraire, La perdita, a cura di Lea Melandri, Bollati Boringhieri 

2013a, Quando si pensava in grande. Tracce di un secolo. Colloqui con venti testimoni del Novecento, Einaudi

2013b, con Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri, Il film del secolo. Dialogo sul cinema, Bompiani (nuova ed. Giunti 2018)                        

2018, Questo corpo che mi abita, Bollati Boringhieri

2021, Novecentosettantotto. I giovani, le brigate rosse, Aldo Moro, a cura di A. Olivetti, Bordeaux

Fonte: Democrazia Oggi

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