30 Agosto 2008

Gianfranco Sabattini

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Una recente pubblicazione di Pietro Ichino (I nullafacenti, Milano, 2006) sulla bassa produttività dei dipendenti pubblici e sulla necessità che essa sia contrastata con il licenziamento delle unità lavorative nei casi più gravi di accertata inefficienza ha sollevato, oltre a molte reazioni favorevoli, quelle decisamente negative dei sindacati. Queste ultime non stupiscono, in quanto è noto come i sindacati italiani siano tra i più conservatori tra quelli operanti, ad esempio, all’interno dei Paesi dell’Unione Europea; nello stesso tempo, però, le reazioni sindacali destano non poche preoccupazioni se si collegano al dibattito in corso, che vede impegnato lo stesso Ichino, sulla riforma complessiva del mercato del lavoro in funzione di una maggiore flessibilità riconosciuta alle imprese nella gestione dei livelli occupazionali. Che cos’è che rende così poco disponibili i sindacati ad affrontare uno dei temi ritenuto decisivo per il rilancio della crescita del sistema economico nazionale?
Secondo Ichino (A che cosa serve il sindacato?, Milano,2006), la nostra Costituzione garantisce il pluralismo sindacale; ovvero, in linea di principio, garantisce la possibilità di sperimentare tutti i modelli di relazioni sindacali per la stipula dei contratti salariali, secondo una gamma che va dai più conflittuali ai modelli cooperativi, sino a quelli più partecipativi. Nel contempo, sempre in linea di principio, garantisce la sperimentazione di tutti i modelli di relazioni industriali per la disciplina dell’impiego della forza lavoro dipendente, secondo una gamma che va da quelli a più alto contenuto assicurativo dei lavoratori a quelli a minore contenuto assicurativo, che, a differenza di quanto accade con i primi, risultano essere più orientati, con qualche punto di sicurezza in meno, a favorire la partecipazione dei lavoratori al controllo della gestione delle imprese. Per Ichino, la combinazione tra i modelli di relazioni sindacali ed i modelli di relazioni industriali consente di individuare un primo polo estremo, in corrispondenza del quale relazioni sindacali di tipo conflittuale si coniugano con relazioni industriali ad alto contenuto assicurativo; e un altro polo estremo, ma opposto al primo, in corrispondenza del quale relazioni sindacali di tipo collaborativo si coniugano con relazioni industriali ad alto contenuto partecipativo. La cultura giuslavorista, la disciplina dell’attività sindacale e le modalità della contrattazione collettiva consolidatesi in Italia hanno “spinto” il nostro sistema sociale verso il primo polo, penalizzando i modelli organizzativi delle relazioni sindacali e quelli delle relazioni industriali cooperativi intermedi e ancora di più quelli partecipativi. In particolare, le modalità della contrattazione collettiva, in assenza di una legge di attuazione del famoso articolo 39 della Costituzione (riguardante la disciplina dell’attività sindacale), hanno svolto un ruolo decisivo nel conservare le relazioni sindacali e quelle industriali del nostro sistema sociale fortemente ancorate al primo polo; dal dopoguerra, infatti, nelle vertenze lavorative è stato attribuito valore inderogabile ai minimi di trattamento retributivo fissati dai contratti collettivi nazionali e stipulati dalle rappresentanze unitarie delle imprese e dei maggiori sindacati nazionali (Cgil, Cisl e Uil); ciò ha comportato e continua a comportare una inevitabile impossibilità di derogare ai contratti collettivi nazionali, i quali, imponendo come parte fissa della retribuzione una quota molto elevata dei salari, hanno lasciano uno spazio assai ridotto all’attuazione ed alla sperimentazione di modelli organizzativi delle relazioni sindacali e di quelle industriali più propriamente cooperativi e partecipativi. Secondo Ichino, tale stato di cose può essere rimosso con la riforma dei meccanismi fondati sulle modalità di contrattazione collettiva sinora prevalse. Ma è sufficiente una riforma dei soli meccanismi contrattuali dei livelli salariali?
Il sistema sociale nazionale si trova a dover subire gli esiti di vincoli insormontabili all’interno delle tradizionali politiche pubbliche riformiste. Allo stato attuale, l’Italia risulta essere stretta fra i vincoli del debito pubblico ereditato dagli anni Ottanta, quello del debito pensionistico in continua ascesa, quello della concorrenza dei sistemi sociali più forti nei mercati dei beni e dei capitali, quello della concorrenza dei Paesi in via di sviluppo nel mercato del lavoro, quello dei propri tradizionali fattori di debolezza (bassa equità distributiva, ampia evasione fiscale, estesa economia sommersa, burocrazia pubblica inefficiente, ecc.) e di altri ancora; da questi vincoli, il sistema sociale italiano potrebbe sottrarsi solo con una riforma radicale del welfare state oggi adottato. Questa riforma, però, come si è detto in precedenti interventi sull’argomento su questo giornale, implica scelte di fondo che lascino spazio all’introduzione, non solo di una revisione delle modalità di contrattazione collettiva dei livelli salariali, ma anche della garanzia di un reddito minimo a tutti indistintamente i cittadini, indipendentemente dal loro status occupazionale; è questa la precondizione perché diventi possibile rilanciare il processo di crescita dell’Italia ed affrontare in prospettiva la rimozione dei vincoli che oggi sono alla base del suo grave stato di crisi.

Fonte: Democrazia Oggi

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