Antonio Floridia

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Proseguiamo la riflessione sulla riforma elettorale con questo post che mette in luce gli effetti positivi dei sistemi proporzionali, in particolare per la formazione di forze politiche trasparenti e affidabili in luogo dei magmatiici raggruppamenti attuali.
Antonio Floridia è dirigente della Regione Toscana, responsabile dei settori «Osservatorio elettorale» e «Politiche per la partecipazione». Dal 2014 al 2017 è stato presidente della Società italiana di studi elettorali. Tra le sue pubblicazioni, Un’idea deliberativa della democrazia (Il Mulino, 2017) e Un partito sbagliato. Democrazia e organizzazione nel Partito Democratico (Castelvecchi, 2019)

La posta in gioco, in questi mesi, nella politica italiana è tale da rendere comprensibile una certa remora a parlare della riforma elettorale: si può facilmente essere esposti all’accusa di occuparsi “d’altro” e non delle vere emergenze sociali ed economiche. Così tutto tace, su questo fronte. Salvo il fatto che, con una certa regolarità, qualche commentatore se ne esca fuori con la solita solfa: che per assicurare la necessaria “stabilità” di governo occorrerebbe una riforma in senso maggioritario, o almeno qualche “dose” di maggioritario.
E’ davvero sconfortante constatare la pigrizia politica e intellettuale di queste affermazioni, l’incapacità di interpretare le dinamiche del sistema politico e le loro vere origini.
L’instabilità e il trasformismo che dominano il panorama politico, il progressivo sfarinarsi dei partiti, nascono esattamente da sistemi elettorali che si fondano sul principio del “premio di maggioranza”. A partire dalla riforma di Calderoli del 2005 fino al “Rosatellum”, la logica è stata sempre quella di prevedere coalizioni pre-elettorali che conferiscono un potere di ricatto anche al più periferico dei notabili e ai micro-partiti personali. Coalizioni che, naturalmente, non reggono alle prime difficoltà. Ancora più sconcertante, poi, è la superficialità con cui si parla di “maggioritario”: semplicemente, in tal modo, si dice tutto e nulla.
Beninteso, si può essere fautori di questo modello, ma allora bisognerebbe precisare a quale maggioritario si pensa: sono tali, in particolare, il sistema uninominale britannico o quello del doppio turno di collegio francese; ma allora onestà intellettuale vorrebbe che si ammettesse che nessuno di questi sistemi, oggi, nelle condizioni di volatilità dell’elettorato italiano, potrebbe mai soddisfare la famigerata richiesta di conoscere il “vincitore, la sera delle elezioni!” Anzi, sarebbero modelli con un elevato tasso di aleatorietà, che potrebbero mettere in crisi anche gli equilibri costituzionali.
Del resto, quella del “vincitore, la sera delle elezioni” è un’aberrazione tutta italiana. Si prenda la Germania: a settembre si vota, con un sistema proporzionale – com’è noto - ed è presumibile che il futuro Bundestag abbia soltanto sei gruppi parlamentari: la destra estrema di Afd, la Cdu-Csu, i Verdi, i liberali della Fdp, la Spd e la Linke.
Ebbene, il dibattito politico di fronte agli elettori si sta svolgendo sulla base delle possibili compatibilità programmatiche tra le varie forze, nessuna forza si impegna o si vincola ad una qualche formula precostituita; ciascuno chiede i voti sulla base della propria identità politica e solo sulla base dei rapporti di forza che emergeranno – dopo il voto – si vedrà quale maggioranza parlamentare sarà possibile.
E’ la sana fisiologia di una democrazia parlamentare! E invece in Italia, ci si trastulla ancora con la formula aberrante del “sindaco d’Italia”!
Detto ciò, se si comprende la difficoltà politica di porre con troppa enfasi al centro dell’agenda la riforma elettorale, ciò non toglie che – nelle sedi opportune e con la necessaria trasparenza - se ne debba tornare a parlare, e con una certa urgenza. E che il Pd, in particolare, chiarisca quello che vuole: si stanno creando le condizioni – una specie di fortunata contingenza astrale – per cui la maggior parte delle forze politiche potrebbe trovare saggio convergere verso una riforma proporzionale (con soglia).
Ma non si tratta di un ripiego: non occorre qui riproporre i molti argomenti di principio che la rendono altamente desiderabile.
Ne basta solo uno: molti stanno scoprendo i guasti prodotti dall’assenza di partiti degni di questo nome, ma un passaggio forte di rilegittimazione, attraverso un voto proporzionale, è il primo passo per invertire questa tendenza.
Ma si possono anche considerare scenari più ravvicinati. Il primo è quello che vede elezioni anticipate nella primavera del 2022, dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica.
In tal caso, si voterebbe con il Rosatellum, e si capisce bene che Salvini e Meloni spingano in questo senso: potrebbero acquisire una super-maggioranza, in grado di intaccare anche la carta costituzionale. Se ne rendono conto tutti gli schifiltosi che, nel Pd, sembrano riluttanti alla costruzione di una coalizione con il M5S?
Sono evidenti la complessità e le difficoltà politiche di questa operazione; ma, allora, a maggior ragione, si dovrebbe decisamente puntare su una riforma proporzionale, che permetta a ciascuna forza politica di presentarsi in prima battuta agli elettori con un proprio autonomo profilo, senza forzare i tempi e i modi di un’alleanza. E permettere così di esprimere anche la reale articolazione delle “famiglie” di cultura politica presenti nel nostro paese.
Perché mai si dovrebbe consegnare all’egemonia della destra anche una tradizione moderata e conservatrice, ma sicuramente democratica ed europeista?
Perché costruire fittizie coalizioni che non hanno alcuna reale rispondenza nella società italiana?
E non sarebbe finalmente ora che tutte le forze che si autoproclamano “liberaldemocratiche” (così invadenti sulla stampa mainstream) misurino la loro reale consistenza tra quelle che un tempo si chiamavano “masse popolari”?
Solo in questo scenario, il Pd – forse – potrà chiarirsi le idee, piantarla con la finzione del partito a “vocazione maggioritaria”, provare a individuare nuovamente una propria base di rappresentanza sociale, avviare una qualche riforma del modello stesso di partito.
E quanto alla sinistra fuori dal Pd: se ne dovrà tonare a parlare, e per tempo, per evitare che il precipitare verso le elezioni costringa all’ennesimo improvvisato cartello elettorale.
E’ bene dirselo: non ci casca più nessuno! Percorrere questa via significa solo fare un regalo elettorale al Pd. Le opzioni sono chiare: chi rimane fedele al mantra metafisico “mai con il Pd” è libero di presentare una propria lista e poi cadere nell’irrilevanza. Chi vuole mettere le proprie forze, poche o tante che siano, all’interno di un progetto democratico, è bene che si dia una mossa. LeU è finita e non potrà risorgere come tale: eppure continua a vivere, con un gruppo parlamentare e nei sottotitoli delle dichiarazioni nei telegiornali! Forse si potrebbe ripartire da qui.

Fonte: Democrazia Oggi

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