Alfiero Grandi

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Ci sono persone delle quali è complicato parlare per l’intreccio tra qualità personali indubbie e rapporti di amicizia. Distinguere con oggettività è un’impresa ardua. Bruno Trentin è una di queste figure, anche per questo avevo cercato di condividere con altri questo impegno che hanno partecipato allo stesso percorso nel gruppo dirigente della Cgil, ma finora senza esito. Dopo 14 anni dalla morte mi sono imposto di iniziare a fare i conti con le mie difficoltà e di provare a descrivere la figura di Trentin come l’ho vissuta.
Una figura chiave, importante, di svolta. Tanto più rilevante se inserita nel contesto sia del gruppo dirigente della Cgil che del Pci/Pds dell’epoca. I legami profondi con la Cgil e l’appartenenza al Pci, sia pure con disincanto e posizioni critiche, non erano un vincolo esterno ma fortemente vissuto e questo contribuisce a spiegare i tormenti e persino le sue difficoltà personali, come appare dai diari. Non poteva non esserne parte, ma non poteva esserlo per ragioni di appartenenza organizzativa e quindi Trentin doveva esercitare continuamente un difficile esercizio di responsabilità e insieme di coraggio individuale.
Al punto in cui si era arrivati nel luglio 1992 ritenne inevitabile che la figura del segretario generale, cioè lui, firmasse comunque l’accordo con il governo Amato, contrariamente al mandato del direttivo. Considerava questa decisione un atto inevitabile per il segretario generale della Cgil e con questo gesto la sua figura assumeva connotati tragici, simili al comportamento del capitano di una nave pronto ad immolarsi, come infatti era la decisione contestuale di dimettersi da segretario generale della Cgil. Prima aveva cercato in tutti i modi di evitare un accordo generale come quello del luglio 1992, il cui risultato principale, prevedibile, era il blocco della contrattazione – punto a cui era storicamente legato – per un periodo, la sterilizzazione definitiva della possibilità di difendere i salari con gli automatismi salariali di recupero dall’inflazione, condizione che divenne poco dopo particolarmente pesante per gli effetti della svalutazione della lira.
Questo frangente costrinse tutto il gruppo dirigente della Cgil a misurarsi con questa sua decisione. Una parte, anch’io, non condivise la scelta di accettare quell’accordo e si pronunciò contro, contestualmente in molti sostenemmo che Trentin doveva restare segretario generale della Cgil. Non poteva esserci in un frangente così tormentato e burrascoso, di vera e propria crisi, il cambio del segretario generale che era arrivato a quella responsabilità da poco più di 3 anni per consentire il superamento della crisi della segreteria Pizzinato.
C’era chi avrebbe voluto utilizzare la posizione di Trentin per i propri obiettivi. Le dimissioni invece furono tutt’uno con una reazione consapevole della maggioranza del gruppo dirigente che capì di dovergli chiedere con forza di restare al suo posto. La richiesta venne pur dovendo constatare un dissenso ampio, anche da parte delle persone che gli erano vicine nel gruppo dirigente.
Trentin ci rifletté sopra alcune settimane, dopo la pausa estiva imminente accettò di discutere della possibilità di revocare le dimissioni da segretario generale solo ad alcune condizioni politiche.
La più importante era l’impegno di tutti a recuperare la sostanza della sconfitta dell’accordo del 1992, in particolare il ripristino della contrattazione nei luoghi di lavoro e una forma di recupero dei salari dall’inflazione, che infatti furono i due punti di novità contenuti nell’accordo con Ciampi, divenuto Presidente del Consiglio. Il gruppo dirigente e l’insieme della Cgil dimostrarono di essere in grado di affrontare un passaggio drammatico e di recuperare in parte la sconfitta, senza cedere allo sconforto e alla paralisi interna.
Inoltre Trentin pose la condizione di considerare esaurite le componenti politiche organizzate che avevano dato vita alla Cgil nel momento della sua ricostruzione postfascista. Va ricordato che nel frattempo si erano formate altre due organizzazioni confederali, prima la Cisl, poi la Uil. Quindi le componenti politiche della Cgil, non più unico sindacato confederale, erano rimaste essenzialmente quella legata al Pci e al suo superamento, quella socialista e la “terza componente” che non aveva un’origine legata ad un partito.
L’intuizione di Trentin del sindacato di programma trae origine da questa scelta. Il problema non era più solo conquistare l’autonomia dai partiti, trovare una sintesi politica nella Cgil e nel sindacato, ma costruire una posizione programmatica del sindacato, almeno della Cgil, che lo rendesse effettivamente autonomo e di conseguenza le scelte politiche derivassero essenzialmente dal compito di guidare il mondo del lavoro per conquistare un ruolo riconosciuto e forte.
Trentin con la proposta di scioglimento delle correnti di partito, che avevano anche un’autonomia finanziaria, colpiva al cuore la vera ragione che aveva portato all’accordo separato sulla scala mobile del 1984 e in seguito al referendum, che segnò una sconfitta di chi avrebbe voluto abrogare il taglio della scala mobile. Personalmente giudicai necessario il referendum, altri invece avrebbero voluto evitarlo e certamente Trentin non lo condivise. Questo non impedì a Trentin di formare il nuovo gruppo dirigente, dopo la nomina a segretario generale alla fine del 1998, inserendo nella segreteria confederale, quindi al suo fianco, anche persone che avevano avuto posizioni diverse. Non era la diversità politica a preoccuparlo, gli bastava avere di fronte posizioni politiche di merito non strumentali, decise in piena autonomia, disponibili ad un confronto non settario e prevenuto.
Atteggiamento in cui era maestro, come può confermare Fausto Bertinotti che espresse spesso posizioni diverse, perfino antagoniste, fino alla sua uscita dalla segretaria della Cgil per diventare segretario di Rifondazione Comunista.
Per Trentin il merito delle scelte politiche, il relativo confronto era tutto, le piccole convenienze personali lo disturbavano, tendeva a circondarsi di interlocutori, accettava il confronto anche polemico, non gli interessavano gli yes men.  Altrimenti non si spiegherebbe come per anni sia stato il principale interlocutore del movimento studentesco in diverse e difficili occasioni. Non cercava consensi ma un confronto nel merito, anche molto critico e questo anche buona parte del movimento degli studenti lo avvertiva.
Per questo anni fa, quando mi è stato chiesto come avevo vissuto la partecipazione alla segreteria confederale di Bruno Trentin, avevo risposto che mi consideravo fortunato per avere lavorato con lui, per avere imparato molto al suo fianco, e per averne avuto la fiducia e l’amicizia, pur nelle differenze. Quando questo accade la conseguenza non è affatto essere sempre d’accordo ma vivere la diversità come un arricchimento.
Naturalmente un gruppo dirigente è tale quando ci sono diverse personalità forti, capaci e a queste si deve riconoscere di essere tributari e la Cgil a cui ho partecipato in ruoli di direzione ne aveva molti. Cito solo Sergio Garavini, un maestro di contrattazione, con una grande capacità di costruire una proposta laddove sembrava impossibile uscire da una contrapposizione e sempre lucido nell’individuare il punto di tenuta di una vertenza, di una trattativa. Personalità politica combattiva e originale, un maestro.
Nel 1993 l’accordo con Ciampi recuperò punti importanti della sconfitta del 1992, Trentin ricavò da questo risultato la convinzione di avere esaurito la sua funzione di segretario generale e nel 1994 fu eletto al parlamento europeo, impegnandosi per portare nel Pds l’esperienza della Cgil nel diventare sindacato di programma, ma questa è una storia importante, e controversa, che merita di essere ricordata a parte.

Fonte: Democrazia Oggi

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