Andrea Pubusa

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 Venerdì 23 alle ore 18,30 ci sarà la presentazione del libro di Anthony Muroni su Mario Melis a cura della “Scuola di cultura politica Francesco Cocco”. Alle presenza dell’Autore ne parleranno Fernando Codonesu, Andrea Pubusa, Tonino Dessì, Franco Ventroni, Michela Melis (figlia), Efisio Pilleri e Claudia Zuncheddu.
Ne approfitto per un ricordo affettuoso del nostro Presidente!

Gennaio 1986. Sono nel mio ufficio di presidente della Prima Commissione del Consiglio regionale. Squilla il telefono. “Pronto? Sono Mario Melis”. “Buongiorno Predidente!“. Colgo dalla voce che è ombroso. Viene subito al punto con tono puntiglioso. “Senti, se vuoi paralizzare l’attività amministrativa della Giunta dillo subito“. Intuisco a cosa si riferisce, non si parlava d’altro in quei giorni in Consiglio e sulla stampa sarda. Con la sentenza n. 371, depositata il 30 dicembre del 1985, la Corte costituzionale aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4, secondo comma, del d.P.R. 19 maggio 1950, n. 327, nella parte in cui si prevede che i regolamenti di esecuzione delle leggi regionali siano approvati con deliberazione della Giunta regionale, e dell’art. 2 n. 3 della legge regionale della Sardegna 7 marzo 1956, n. 37. Traduciamo in italianese? L’art. 27 dello Statuto sardo riserva la potestà legislativa e regolamentare al Consiglio regionale, tutti i regolamenti regionali, invece, sono stati approvati dall’esecutivo, seguendo il modello classico dello Stato e delle altre regioni. Dunque, tutti i regolamenti della Regione sarda sono illegittimi. Una bomba. Una tegola sulla giunta. Occorreva una veloce riapprovazione, pena la paralisi dell’amministrazione. In Consiglio fu avanzata l’idea di fare una leggina di riapprovazione generale. Come presidente della Prima (e studioso della materia) osservai che i regolamenti sono testi normativi che in Sardegna vanno approvati come le leggi, articolo per articolo e con votazione finale. Un’impresa che sembrava proibitiva. Approvare centinaia di regolamenti!
Fine della premessa.
Caro Mario, nessun bicottaggio alla Giunta, immaginati da parte mia e del gruppo comunista! Ti assicuro che in due settimane, rimettiamo tutto a posto. Ho già allertato gli uffici per cercare e riesaminare tutti i regolamenti, riapprovarli e mandarli in Consiglio per il voto articolo per articolo e finale. Emanuele (Sanna, il presidente dell’Assemblea) è d’accordo ed è pronto“. Dall’altra parte del telefono, sentivo il respiro di Mario, che trasmetteva ansia e preoccupazione. “Tranquillo, Mario, un lavoraccio, ma siamo qui per questo”. C’erano in Consiglio allora fior di giovani funzionari (Alfonso di Giovanni, Tonino Dessì, Alessio Loi, l’attuale segretario generale Tack e altri) sempre pronti alle scommesse. Tonino, poi era anche dirigente del PCI, e dunque impegnato per la giunta non solo professionalmente, ma politicamante. Aveva anche scritto le dichiarazioni programmatiche del Presidente. Un comandante nel luogo delle operazionni. Ero sicuro che avremmo superato l’ostacolo.
Tranquillo Mario, siamo tutti in trincea con te come nell’Altopiano!“. Sarà questa intrigante e non casuale battuta finale, il richiamo all’Altopiano di Lussu e Bellieni, a rassicurarlo. Si sciolse. “Mi fido, vai avanti!“. “Mario, piuttosto allerta qualche funzionario della giunta da assumere a referente. Ci serve la raccolta dei regolamenti”. “Andrea, mi dicono che non c’è raccolta!!”. Pausa. Mario trasmette dai fili telefonici ansia estrema. “Vabbe’, li scoviamo uno per uno, tranquillo! Vedrai che facciamo anche un po’ di pulizia in questi testi talora ormai superati”.
Così era l’uomo, ansiotico, spesso sospettoso, ma capace di grandi e totali fiduce, se aveva la prova di avere a che fare con persone leali. Da allora il rapporto con Mario, che prima era cordiale per via di un grosso processo politico che avevamo fatto insieme, dalla stessa parte della barricata, dieci anni prima, è stato scorrevole e molto cordiale.
Un’altra volta andiamo assieme a Roma. La Commissione bicamerale Stato/Regioni, presieduta da Livio Paladin, aveva organizzato un incontro alla presenza del Presidente Pertini, del capo del governo Craxi e di tutti i presidenti delle regioni. un grande evento istituzionale. Oltre Mario Melis, era presente Emanuele Sanna, nostro presidente del Consiglio regionale, ed io come presidente della Prima Commissione competente sulla materia istituzionale. Pertini, al suo ingresso in sala, ebbe un’attenzione forte dei fotografi e cameraman. Gli altri presidenti regionali poco o niente. Quando entrò Mario, col suo immancabile doppiopetto e i quattromori all’occhiello della giacca, fu un tripudio, e lui fiero e sorridente si concesse con evidente compiacimento ai flash e alle telecamere. Era e si sentiva il presidente dei sardi. Fece un discorso da capo dei sardi, bello e appassionato, seguito in silenzio da tutti. Alla fine un fragoroso e generale applauso. Grande! Emanuele ed io ci guardammo, eravamo soddisfatti, quasi commossi. Mario era il nostro presidente, l’attenzione verso di lui era un segno di attenzione per i sardi. Che bella e indimenticabile giornata!
Mario era rappresentante dei sardi in servizio permanente ed effettivo, in ogni luogo. Un giorno, nel volo Roma/Cagliari, una signora sarda ebbe una discussione con un addetto di Alitalia. Non ricordo l’oggetto della discussione. Il tono non fu dei più cortesi. Di scatto, istintivamente, Mario si alzò dal suo posto, si presentò e ottenne le scuse di quel signore. Qualla sarda, su quell’aereo, era in casa sua e meritava rispetto. Così era Mario. Talvolta sembrava eccessivo. Eppure, a pensarci bene, anche quel giorno aveva ragione lui. Era in ballo una questione di dignità e di rispetto. E su questo il nostro presidente era inflessibile.

Fonte: Democrazia Oggi

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