Tonino Dessì

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Lo sdraiamento sovranista di Salvini e Meloni sulla recente sentenza della Corte Costituzionale polacca, secondo la quale le norme europee non potrebbero applicarsi in Polonia qualora contrastanti con la Costituzione della Polonia, è al solito sguaiato e fuori luogo.
Per quanto concerne l’Italia, la legittimità dei Trattati, laddove prevedono la diretta applicazione del diritto comunitario in determinate materie, deriva dall’articolo 11 della Costituzione italiana.
Va da se che in astratto conflitti fra diritto europeo e ordinamento giuridico italiano potrebbero anche porsi, ma solo in casi, piuttosto difficili da prefigurare, che norme di derivazione europea contrastassero con la finalità di “assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni”, ovvero qualora contrastassero in senso restrittivo con i principi fondamentali in materia di diritti delle persone e dei cittadini riconosciuti dalla Costituzione stessa, in particolare con quelli compendiati nei suoi primi 12 articoli.
La verità però è che ogniqualvolta le destre sovraniste invocano il capovolgimento del rapporto vigente fra normative comunitarie e normative nazionali, lo fanno per favorire regressioni antidemocratiche, autoritarie, illiberali, discriminatorie, dei rispettivi ordinamenti interni.
In realtà poi, più che perseguire una fuoriuscita dall’Unione, gli Stati membri governati da partiti di centrodestra intendono ridurre la UE a un bancomat a proprio esclusivo vantaggio, o a uso e consumo di politiche reazionarie, come emerge dalla richiesta di dodici Paesi di avere finanziamenti europei per costruire barriere fisiche e sistemi di respingimento dei profughi e dei migranti ai loro confini.
L’antitalianità dei nostrani “patrioti” sta per di più nel fatto che l’Italia è fra i contributori netti delle politiche finanziate dal bilancio UE, mentre nella gran parte dei Paesi “sovranisti” si tratta di prenditori netti.
Ma quanto destinato dalla UE a quei Paesi, molti dei quali si son visti finanziare lo sviluppo dopo il crollo delle economie dell’ex est sovietico, ha un senso solo se viene mantenuto l’impegno alla convergenza economica e sociale in un contesto di democrazie di diritto.
Se la UE finanziasse nuovi fascismi al proprio interno allora si, che entrerebbe in una contraddizione distruttiva della propria esistenza.
La destra nostrana invoca equivocamente un parallelo con una sentenza della Corte costituzionale federale tedesca dello scorso anno.
Ma anche qui si cerca di manipolare l’informazione.
La sentenza della Corte costituzionale federale tedesca di cui si tratta aveva un presupposto di diritto, sia pure discutibile, che non metteva in discussione nè i trattati nè la supremazia del diritto europeo.
Semmai metteva in discussione la compatibilità con i trattati delle politiche monetarie della BCE.
Esprimeva in particolare la posizione secondo cui il quantitative easy, ossia l’acquisto illimitato di titoli di Stato di Paesi in grave deficit pubblico come l’Italia, sospettabili di insolvenza, praticato dalla BCE per bloccare la speculazione finanziaria, poteva violare (proprio nell’ipotesi, considerata verosimile, di incapacità di quei Paesi di onorare i propri debiti) i diritti economici costituzionalmente protetti dei contribuenti e dei cittadini tedeschi e sollecitava Governo e Parlamento ad una verifica della compatibilità e dei limiti della politica monetaria della Banca Centrale.
Su istruttoria del Governo federale il
Bundestag ha quindi accertato che il quantitative easy, in quanto rivelatosi capace di proteggere l’eurozona dai rischi della recessione, aveva al contrario tutelato e avrebbe continuato a tutelare anche la stabilità dell’economia tedesca, con questo proteggendo proprio i fondamentali diritti economici dei cittadini della Germania e i suoi interessi nazionali.
Lo sminamento interno della controversia ha ridimensionato anche la portata della comunicazione di messa in mora della Commissione UE al Governo tedesco, come preannuncio dell’avvio di una procedura di infrazione contro la Germania a seguito della citata sentenza, che avrebbe disapplicato un pronunciamento della Corte di Giustizia europea in merito ad alcuni ricorsi promossi davanti alla medesima.
La sentenza della Corte polacca ha ben altra portata: se i Trattati sottoscritti all’atto dell’adesione alla UE contrastano con la Costituzione polacca, o si esce dalla UE o si cambia quella Costituzione.
Rispetto al cul de sac (io lo definii così) in cui la Corte di Karlsruhe aveva rischiato di cacciare i rapporti fra la Germania e la BCE, sventati dalle istituzioni politiche tedesche con una valutazione di merito, il cul de sac in cui questa improvvida sentenza rischia di mettere la Polonia mi pare più grave.
La Commissione UE infatti pare intenzionata a mantenere il congelamento delle risorse del Recovery Fund alla Polonia, in applicazione del recente Regolamento che ha introdotto un vincolo al rispetto dei principi dello Stato di diritto, fra i quali si colloca l’indipendenza della magistratura dal Governo, che in Polonia non sarebbero assicurati.
È auspicabile che le istituzioni europee mantengano la più ferma determinazione e respingano gli orientamenti sovranisti dei Governi di destra dei Paesi Membri.

Fonte: Democrazia Oggi

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