Pina, comunista, staffetta partigiana, ci ha lasciato il 30 dicembre, dopo una lunga vita dedicata interamente alla lotta per la democrazia e l’uguaglianza. Vogliamo ricordarla in modo semplice, come lei era, richiamando un momento del suo instancabile impegno civile e politico: un incontro coi giovani studenti del Martini di Cagliari, organizzato dall’ANPI.

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Pina Brizzi, una staffetta partigiana al Martini

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25 Febbraio 2014

 Gianna Lai

‘Il 1 agosto del 1961 ho visto il Muro e i carri armati sovietici a Berlino, dove mi guadagnavo da vivere curando una rubrica a Qui Radio Berlino Internazionale. Un evento, in piena guerra fredda, che portò alla radicalizzazione dei rapporti Est Ovest dell’Europa, e tra Stati Uniti d’America e Unione Sovietica’.
Staffetta partigiana della Resistenza a Carrara dopo l’8 Settembre, inizia col ricordo della sua vita nel dopoguerra la storia di Pina Brizzi, di fronte agli studenti del Martini di Cagliari, che seguono con interesse vicende apprese .sui libri di testo, e approfondite con gli insegnanti in un importante lavoro  di ricerca sulla Shoah. Riuniti ora in Aula Magna, per confrontare conoscenze e sviluppare tematiche nuove, la testimonianza diviene sintesi importante di un’esperienza culturale che serve a prendere coscienza di questa storia, ancora così vicina a noi, ancora così drammaticamente espressione della contemporaneità.
‘Partire dalla Giornata della memoria, dice Pina Brizzi, dalla Shoah e dallo sterminio degli ebrei, e di 500mila zingari, e poi degli salvi e dei polacchi, e degli oppositori politici, in oltre cento campi di concentramento. E poi Strazzena e Marzabotto, e tante stragi di cittadini inermi: la  rimozione è un grave pericolo di fronte alla storia, rischia di giustificare gli atteggiamenti razzisti verso Rom e omossesssuali, perchè il Campo degli ebrei di allora corrisponde al Piano zingari del Comune di oggi. Ero una ragazza come voi, al tempo della Resistenza, e insieme agli altri giovani dovevo scegliere da che parte stare. Ma anche per voi c’è una responsabilità di scelta oggi, le leggi sulla clandestinità e sui Centri di espulsione, gli emigranti che si cuciono la bocca, sono le nuove emergenze dell’umanità, che ci mettono alla prova sulla nostra capacità di affrontare i nuovi razzismi. E  dobbiamo informarci   e schierarci, e prendere posizione e un impegno serio contro tutte le ingiustizie’. Già nelle prime  parole della Brizzi c’è un significativo richiamo al presente, che inquadra il  racconto nel contesto di un mondo molto vicino ai giovani riuniti intorno a lei, e così facilmente  riconoscibile nelle scelte dei cittadini e nelle responsabilità di chi governa, da divenire strumento fondamentale per una lettura più consapevole dei propri comportamenti e della storia stessa.
‘A Carrara e nella zona di Carrara si sviluppa la mia storia, prosegue il racconto, qui sono stata testimone oculare del fascismo e del nazismo e mi sono schierata dalla parte dei partigiani. Mio padre aveva un forte senso critico e non volle mai avere a che fare con i fascisti:  già dalla 1^ elementare, munita di certificato medico,  non feci mai ginnastica, lui non accettava che, in divisa della GF, balilla o figlia della lupa, io fossi una piccola italiana del Duce. Ci vuole la Repubblica, diceva mio padre, perchè il re  ha dato tutto il potere a Mussolini. E ci insegnava l’indipendenza e la libertà di pensiero, quando Radio e giornali appartenevano al fascismo, e l’olio di ricino e le violenze del fascismo umiliavano gli uomini, e la censura cancellava parte delle lettere di nostro fratello militare in  l’Africa, guerra da cui non sarebbe più tornato. La miseria continuava ad imperversare, una tale miseria che molti bambini venivano a scuola con gli zoccoli, senza che la megalomania di Mussolini, il Dio in terra, ne venisse minimamente scalfita, pur se la gente cominciava a capire e a lasciar trasparire il malcontento. L’Italia entrò in guerra nel 1940 a fianco di Hitler,  e la nostra vita sarebbe cambiata completamente di lì a poco, ma  andammo ugualmente in montagna quell’estate, come tutte le estati si faceva, già però consapevoli di doverci preparare al peggio. Attenti ai percorsi di salita e di discesa, ci diceva il nostro accompagnatore, imparateli bene, teneteli a mente e costruitene di nuovi. Ed infatti  il 25 luglio, alla caduta del fascismo,  eravamo lassù, e l’8 settembre  iniziò la nostra lotta contro il fascismo e il nazismo che, di fronte alla sconfitta imminente, richiamò alle armi persino i sedicenni. Avevo 17 anni e vivevo a Nazzano, nella zona industriale del marmo di Carrara: mentre preparavamo i fichi secchi, durante la festa di S. Maria, sentimmo giungere la gioia del paese fin sopra le nostre finestre, la guerra è finita, gridava la gente. Ma sul binario che costeggiava il fiume Carrione, e che trasportava il marmo verso il porto, c’era un treno di alpini che  non sapevano dove andare. Volevano tornare a casa,  liberandosi degli abiti per non essere presi dai nazisti, ma  riuscimmo a nasconderne solo quattro, mentre gli altri furono catturati e deportati in Germania. In montagna salimmo subito dopo, mantenendo sempre forti i contatti fra i gruppi partigiani e i paesi, e ampliando sempre di più il reclutamento, man mano che i soldati sbandati  arrivavano dalle nostre parti, rifiutando di indossare la divisa tedesca.  Frequentavo l’Istituto magistrale, e la domenica partecipavo al gruppo dei partigiani organizzato dal medico del paese. Come  staffetta dovevo  presentarmi al Tabacchino e chiedere, secondo la parola d’ordine, un pacchetto di sigari toscani. Ma assistevamo anche i feriti e portavamo sui monti, dentro le borse di vimini,  le armi abbandonate dai tedeschi dopo gli scontri con i partigiani: alla mattina alle cinque ero già in strada, perchè alle otto dovevo andare a scuola. Entrai in seguito nei Gruppi in difesa della donna, il braccio dei Gap che operavano in pianura, e subito dopo vissi un’esperienza molto drammatica. Ti stanno cercando, mi disseroun giorno al Tabacchino. I tedeschi avevano preso il  ragazzo che avrei dovuto incontrare e lo avevano impiccato vicino al ponte, e il giorno dopo  portarono via anche me. Ma io sono nata fortunata, lo diceva anche  Primo Levi di sè: attraversando la strada,  una donna tedesca  invitò i soldati ad entrare e, mentre loro mangiavano, fuggi, mi disse la signora, ho detto loro che non sei quella che cercano, ed io mi salvai’. E c’è la leggerezza del racconto, che richiama lo scrittore così noto agli studenti, per comunicare il  momento più drammatico di quell’esistenza, in altro modo  probabilmente indicibile. Una citazione che di nuovo riporta alla letteratura e alla narrazione di un mondo oppresso dal dolore, in cui la storia di Pina si rispecchia e acquista valore, dando voce a un  passato col quale ancora fare i conti ma, di giorno in giorno, sempre un po’ più pericolosamente lontano dalla nostra comprensione.
‘Erano i mesi delle stragi naziste, dice la Brizzi, nel nostro quartiere 11 uomini furono fucilati e gli altri deportati in Germania e, subito dopo,  bombardate le postazioni partigiane,  bruciati tutti i paesi a monte e decimati gli abitanti. A Colonnata come a S. Anna di Strazzena, tutte le stragi degli innocenti. Terrorizzavano la popolazione che aiutava i partigiani, e la gente esasperata dal dolore e dalla fame non poteva ribellarsi. Nessuno, se non i partigiani, a difenderla. Avrebbero potuto farlo gli americani, attestati dopo lo sbarco a nove chilometri di distanza da noi, venite avanti, salvate la gente, dicevamo ai soldati, e mandavamo ogni giorno delegazioni per sollecitarli. Loro non si mossero mai, arrivarono solo dopo il 25 aprile, quando noi ci eravamo già liberati, e tedeschi e fascisti erano tutti fuggiti. E non li amammo mai gli americani, proprio perchè non intervennero quando li chiamammo. Anche se nel dopoguerra, col Piano Marshall, ci aiutarono ad uscire dalla fame e dalla distruzione e, in parte, riuscimmo ad assolverli.
E’ questa è la storia che volevo raccontare, conclude Pina Brizzi, per arrivare al momento della pace, della Repubblica e della Costituzione. Nella Costituzione c’è tutto il nostro passato, tutta la nostra storia, è il testamento dei centomila morti per tutte le strade d’Italia. Ripeto ancora,  i giovani come voi ne sono stati i veri protagonisti, e  se penso a come oggi vengono  maltrattati, mi indigno di nuovo. Penso al G8 di Genova  e alle torture nella scuola Diaz, e ai giovani antifascisti di Cagliari,  impegnati a combattere, ogni 25 aprile, i facinorosi  che in piazza Gramsci vogliono onorare le vittime fasciste. Se vi viene il dubbio, ricordate che il Risorgimento e la Resistenza son stati fatti da ragazzi come voi. Io, da buona comunista quale ero e quale sono, ho  fatto parte negli anni scorsi a Quartucciu del  Comitato in difesa della Costituzione, per combattere  chi vuole modificarla e stravolgerla’. E a chi fra i ragazzi domanda della paura in montagna e della paura dei tedeschi, della scuola ai tempi del fascismo, e di cosa si sapesse dei campi di concentramento e di sterminio, riserva altri racconti e storie. Che era una ragazza azzardata, e che la paura l’ha rivissuta nel dopoguerra, sobbalzando ogni volta alla voce di un tedesco. E che ha avuto insegnanti molto civili, coi quali andava d’accordo, nonostante non partecipasse alle manifestazioni fasciste. E parla del Comitato di liberazione nazionale di cui ha fatto parte a Carrara, e dei fascisti interrogati, a guerra finita, e consegnati all’autorità. E di come un antifascista, perseguitato con l’olio di ricino, si fosse finto scemo per stare tutto il giorno seduto presso la sede fascista a sentire cosa si diceva, e salvare così tante vite. E dell’emozione provata visitando, nel dopoguerra, i campi di concentramento e di sterminio, di cui ben poco si sapeva durante la Resistenza, se non che le deportazioni  servivano ad alimentare i campi di lavoro tedeschi. E gli orrori di Auschwitz e del suo comandante, ossessionato dalla necessità di aumentare il numero delle camere a gas per moltiplicare il numero dei morti.
Vi passo il testimone dice Pina nel dialogo finale, e i ragazzi che hanno seguito con attenzione, e preso appunti e filmato l’incontro, le si avvicinano per salutarla e ringraziarla. Le esprimono simpatia, hanno capito il suo spirito e la sua vitalità, specie quando dice di star così bene alla sua età e di non aver mai avuto malattie, forse per riscattare quel certificato medico del tempo fascista, che la dichiarava di debole costituzione.

Fonte: Democrazia Oggi

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