26 Agosto 2014

Gianfranco Sabattini

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Gli Italiani mancano di una memoria storica condivisa in cui identificarsi; nonostante la recente celebrazione del centocinquantesimo annivesario dell’Unità nazionale, non passa giorno che questa non sia vilipesa. A causa soprattutto delle crisi nella quale il paese è coinvolto, ma non solo per essa, il rispetto della “res publica” si è affievolito parallelamente al crescente riproporsi, come afferma Giacomo Bollini (Limes, 5/2014), ricordando un’osservazione di Norberto Bobbio, della “malattia cronica dell’Italia, “incarnata oggi dalla corruzione, dall’intolleranza e da quel pensiero tipicamente italiano che la violazione delle leggi sia un simbolo di astuzia e virilità”.
E’ accaduto così – continua Bollini – che la nazione, risorta dopo il secondo conflitto mondiale, vent’anni di fascismo, più di ottant’anni di monarchia e dopo aver salvaguardato le propria integrità contro le insidie del terorismo che ha caratterizzato gli “abbi di piombo” della Prima Repubblica, debba trovare, anche se non sempre, un motivo per offrirsi agli italiani solo durante l’esecuzione dell’inno nazionale in occasione delle manifestazioni calcistiche.
Un’altra ricorrenza celebrativa che potrebbe riproporre il problema delle mancanza in Italia di una memoria storica condivisa, è la celebrazione del centenario della dichiarazione di guerra all’Austra-Ungheria, il principale oppositore al completamente del processo unitario dell’Italia. Può la Grande Guerra – si chiede Bollini – essere considerata un evento storico fondativo dell’identita nazionale italiana? Sì, può esserlo, a condizione che sia valutato positivamente, rovesciando alcuni giudizi stereotipati che si sono consolidati nel tempo, lo spirito di sacrificio collettivo manifestatosi durante quella guerra. Sennonché, il fascismo, le tragiche conseguenze del secondo conflitto mondiale e lo spirito della Resistenza hanno impedito che quel sacrificio, nonostante l’erezione di un Altare della Patria nel quale è stato inumato un Milite Ignoto caduto sui campi di battaglia a siboleggiarlo collettivamente, possa essere considerato almeno un “contributo” alla creazione di “una religione civile laica”, in cui gli italiani possano identificarsi e condividere un comune modo di sentirsi obbligati nei confronti di una patria comune, scevra da ogni pretesa di stampo nazionalistico.
Ma la nazione risorta dopo il secondo conflitto mondiale è stata fondata in modo esclusivo sui valori della Resistenza; per capirne le ragioni, secondo Bollini, bisognerebbe “rimuovere i filtri imposti dalla storiografia del secondo dopoguerra. Termini come ‘patria’, ‘orgoglio nazionale’, ‘eroismo’, ‘italianità’ giacevano nel fango in cui li aveva gettati chi ne aveva voluto fare le proprie parole chiave”; in altri termini, quei termini risultavano svalutati perché, come ebbe modo di affermare Piero Calamamdrei, una delle colpe più gravi del fascismo è stata quella di uccidere il senso di patria, in quanto la retorica con cui esso ha preteso di celebrare la Grande Guerra per porla a giustificazione della propria affermazione ha causato il rigetto delle parole-chiave “appartenenti al vocabolario di un regime” che tante sofferenze ha causato agli italiani.
I valori della Resistenza sui quali i padri costituenti hanno fondato la nascita dell’Italia repubblicana dovevano essere la negazione degli slogan sui quali il fascismo aveva fondato la propria nascita, a causa del fatto che il massimalismo delle forze socialiste nel dopoguerra non avevano saputo recepire le istanze di rinnovamento sociale che venivano avanzate dai reduci dal fronte, consentendo così che fosse il fascismo a recepire tali istanze e a farle valere attraverso la violenza di monoranze squadristiche.
Inoltre, il fascismo ha strumentalizzato la memoria dela Grande Guerra per consolidare il proprio potere, rintracciando le radici dell’identità nazionale attraverso un processo di glorificazione mistificatoria del Risorgimento, del quale la guerra è stata considerata l’ultimo atto; processo, questo, valso solo a nascondere i problemi sociali che, nonostante le denunce mazziniane, erano rimasti irrisolti, per via del prevalere di un’élite, nata dal disfacimento degli Stati pre-unitari, che aveva subordinato il conseguimento dell’Unità nazionale alla soddisfazione dei propri interessi sotto l’ala protettiva della Casa Savoia.
Solo di recente, la critica storica ha squarciato il velo dell’ipocrita glorificazione del Risorgimento, facendo emergere le gravi contraddizioni che l’unità burocratico-amministrativa della nuova Italia non è riuscita a rimuovere, ridando concretezza al profetico presagio di Massimo D’Azeglio: “Il primo bisogno d’Italia è che si formino italiani dotati d’alti e forti caratteri. E pure troppo si va ogni giorno più vero il polo opposto: pur troppo sì è fatta l’Italia, ma non si fanno gli italiani”.
Per evitare la pericolosa deriva sociale in atto, in un momento di crisi, non solo economica, come quello attuale, è avvertita l’urgenza che gli italiani acquisiscano un minimo di orgoglio nazionale per il rispetto della patria comune, attraverso la rivisitazione critica del processo unitario culminato nella Grande Guerra, sfrondandolo sia dalle interessate e ideologiche interpretazioni del fascismo, ma anche dai “paletti” inibitori della storiografia del secondo dopoguerra.
Se di ciò gli italiani saranno capaci, sarà possile anche che essi, finalmente, riescano a rimuovere definitivamente gli esiti dell’interpretazione strumentale della loro storia recente; ovvero, a rimuovere, non solo gli effetti della strumetalizzazione che del Risogimento è stata effettuata, prima, dalle élite monarchiche e, successivamente, dal fascismo, ma anche, conclude Bollini, dagli effetti della “damnatio memoriae” di tutto ciò che, secondo la storiografia del secondo dopguerra, ha prodotto il fascismo.
In questo modo, forse, sarà possibile costruire l’identità degli italiani, fondata su una memoria storica condivisa; non più inquinata dagli esiti di due guerre civili (quella post-unitaria, contro il presunto brigantaggio, e quella resitenziale), ma cementata dalla interiorizzazione di un evento, la Grande Guerra, per il ricordo dello spirito di sacrificio collettivo col quale è stata portata a compimento l’unità della patria comune; ciò nella prospettiva, pur in presenza di contrasti profondi, di un rinnovamento politico e sociale nell’interesse di tutti. Solo le celebrazioni di eventi storici comuni consentono la costruzione di una memoria sorica condivisa, nella certezza che il ricordo di sole guerre civili non unisce, ma divide.
In Italia, sia il conseguimento dell’Unità che la Grande Guerra non consentono un loro “uso pubblico”; non è solo la patina retorica della quale sono stati “appesantiti” a causarne quasi l’oblio, ma è piuttosto la caduta di senso dell’Italia in quanto Stato nazionale. Generalizzando un giudizio espresso nell’editoriale di “Limes 5/2014” sull’uso pubblico della guerra 1914-1918, a quale logica gli italiani dovrebbero ascrivere la celebrazione del 17 marzo 1961 come sigillo dell’Unità nazionale, conseguita al prezzo di una guerra civile della quale hanno sofferto le regioni meridionali?; oppure, a quale logica gli stessi italiani dovrebbero ascrivere la celebrazione della Vittoria di Vittorio Veneto come sigillo della cosiddetta quarta guerra d’indipendenza, se si sta consolidando l’idea che i nostri padri hanno combattuto per liberare regioni i cui abitanti attuali aspirano ad essere indipendenti, quando non propensi a rientrare nell’”ideale famiglia asburgica”?
I politici “sonnambuli” del secondo dopoguerra, della Prima e della Seconda Repubblica, troppo a lungo hanno evitato di dare risposte costruttive agli interrogativi, preferendo mercanteggiare elettoralmente la disaffezione degli italiani dalla loro patria e assistere così all’evolvere della lenta agonia dello Stato che, quasi morto, continua a vivere solo nella speranza, nutrita da pochi, che ciò non avvenga.

Fonte: Democrazia Oggi

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