Gianfranco Sabattini

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Gli effetti devastanti della pandemia da Covid-19 ha spinto i governi ad iniettare stimoli nell’economia per proteggere la popolazione e salvaguardare le struttura produttiva, perché possa ripartire non appena il virus abbia allentato il suo impatto sull’intero sistema sociale; tuttavia, - afferma Mariana Mazzucato (insegnante di Economia dell’innovazione e del valore pubblico presso l’University College di Londra), in “Non sprechiamo questa crisi” – perché gli stimoli iniettati nel sistema risultino efficaci richiedono una struttura organizzativi economica e sociale molto diversa rispetto a quella all’interno della quale i governi hanno sinora effettuato le scelte di intervento.
La struttura prevalente, risalente agli anni Ottanta (agli anni cioè che hanno visto l’affermarsi dell’ideologia neoliberista e con essa l’avvio della globalizzazione) ha comportato l’accettazione del convincimento che i governi dovessero fare un “passo indietro” per lasciare che fossero le imprese a imprimere la direzione del sistema economico e a creare ricchezza, e di “intervenire solo per risolvere i problemi quando [si fossero presentati]”.
La struttura organizzativa del sistema produttivo formatai negli anno Ottanta trascurava però che non sempre i governi sono preparati e all’altezza per affrontare gli shock della dimensione di quello causato dal Covid-19; ciò significa, per la nuova struttura che dovrà essere realizzata, l’accettazione del presupposto che i governi debbano dotarsi di riserve di risorse se si vuole che i loro interventi risultino efficaci quando si verificano le crisi. Oggi, perciò la pandemia, secondo Mazzucato, presenta l’occasione “per capire come fare capitalismo in modo diverso” rispetto a quello consolidatosi nel corso degli anni Ottanta. A tal fine, occorre ripensare il ruolo dello Stato: “anziché limitarsi a correggere i fallimenti di mercato quando si verificano i governi dovrebbero assumere un ruolo attivo plasmando e creando mercati che offrano una crescita sostenibile e inclusiva, oltre a garantire che la partnership con le imprese in cui confluiscono fondi pubblici siano guidate dall’interesse pubblico, e non dal profitto”.
Per ricuperare lo Stato allo volgimento di queste funzioni - continua Mazzucato - i governi dovrebbero: anzitutto, investire in, e in alcuni casi creare, istituzioni che contribuiscano a prevenire le crisi e a facilitarne la gestione quando si presentano; in secondo luogo, dovrebbero coordinare meglio l’attività di ricerca e viluppo, orientandole verso obiettivi di salute pubblica; in terzo luogo, dovrebbero strutturare meglio i partenariati pubblico-privato, al fine che ne traggano vantaggio sia i cittadini, che l’economia; infine, tenendo conto dell’esperienza vissuta in occasione delle Grande Depressione del 2007-2008, dovrebbero tener conto della necessità, quando le imprese richiedono aiuti e assistenza dallo Stato, di dettare condizioni, destinata “a far parte di una nuova economia”, orientata a contrastare gli esiti negativi dell’attività umana sull’ambiente, investendo al tempo stesso nel miglioramento della qualità della forza lavoro per adattarla all’impiego delle nuove tecnologie.
I governi sono chiamati a svolgere tali funzioni, tenendo conto che il modo di funzionare del capitalismo attule è investito da tre grandi crisi: una crisi sanitaria, indotta dalla pandemia; una cri economica, con conseguenze ancora sconosciute e una crisi ambientale, che non può essere affrontata secondo un approccio di ordinaria amministrazione. La triplice crisi del modo di fare capitalismo ereditato dagli anni Ottanta impone così che lo Stato “torni a recitare un ruolo da protagonista”, subordinando gli aiuti erogati al mondo della produzione a una serie di condizioni, che sappiano garantire la connessione delle “soluzioni immediate” con la necessità che esse siano “pensate in modo da servire l’interesse pubblico nel lungo periodo”. In tal modo, diverrebbe possibile abbandonare l’assunto tradizionale secondo cui lo Stato, a differenza delle imprese private, sarebbe un peso per l’economia di mercato. Lungi dall’essere dirigistica, l’imposizione di condizioni alle imprese – secondo Mazucto - contribuirebbe a orientare strategicamente le risorse finanziarie, facendo sì che esse vengano investite in attività compatibili con l’interesse pubblico, anziché con l’interesse di ristretti settori imprenditoriali privati. Non solo, ma lungi dal costituire “un passo avanti verso il controllo dell’economia da parte dello Stato”, gli aiuti condizionati alle imprese si “sono dimostrati – afferma Mazzucato – uno strumento efficace per indirizzare le forze produttive nell’interesse di obiettivi strategici ampiamente condivisi”
La logica tradizionalmente seguita nell’erogare aiuti e assistenza alle attività produttive in crisi è stata sinora giustificata sulla base dell’assunto che “solo le imprese creano valore”, mentre lo Stato dovrebbe limitarsi a facilitarne la formazione e a correggere i fallimenti di mercato. Per il superamento di questo assunto occorre, per Mazzucato, ridefinire il concetto di valore, cessando di confonderlo con il prezzo; confusione, questa, imputabile al fatto che il valore è stato inteso dalla teoria economica come conseguenza dello scambio di mercato, dove solo ciò che ha un prezzo ha valore.
Il superamento della confusione tra prezzo e valore, che ha alimentato la disuguaglianze distributive e distorto il ruolo del settore pubblico, comporterebbe il riconoscimento che nelle formazione del valore, oltre alle imprese e al mercato, concorra anche lo Stato attraverso la sua attività di indirizzo. L’idea di Mazzucato che anche lo Stato possa essere creatore di valore non è però condivisa da molti, come, ad esempio, da Alfonso Fuggetta (autore di “Il Paese innovatore. Un decalogo per reinventare l’Italia”), secondo il quale è necessario distinguere tra Stato erogatore di sussidi e Stato imprenditore; per Fuggetta, i veri creatori di valore sono le imprese e il mercato; ma il mercato, secondo Mazzucato, regola lo scambio di beni e servizi a prezzi sopravvalutati. Ciò perché la produzione di beni inquina l’ambiente e utilizza servizi resi dalle infrastrutture di base, come le autostrade, la formazione della forza lavoro e altri beni essenziali, finanziate da tutti i cittadini. Il contributo dei cittadini all’assistenza alle imprese e la loro partecipazione al finanziamento della produzione attraverso l’azione dello Stato dovrebbe essere di per sé sufficiente a giustificare la distribuzione di “un dividendo di cittadinanza”, che darebbe ai cittadini stessi il diritto alla partecipazione diretta al valore prodotto nel Paese.
Mazzucato considera realizzabile la proposta di portare il ruolo dello Stato ad artefice, assieme alle imprese, di creatore di valore solo se si riuscirà a creare una “nuova costituzione fiscale, in grado di fornire un contesto finanziario adeguato allo sviluppo, alla trasformazione e alla stabilizzazione di un’economia innovativa e in piena occupazione”; ciò implicherebbe, dal lato dell’offerta, la necessità di concentrare l’attenzione sulla capacità dell’economia di “prevedere una produzione corrispondente alle sue esigenze di sviluppo di lungo periodo”; mentre, dal lato della domanda, comporterebbe l’urgenza di “ripristinare il vecchio impegno keynesiano per la piena occupazione sotto forma di un sistema di garanzie, tale da far sì che il capitale umano della società non vada sprecato, né si deteriori con la trasformazione dell’economia”. Il vantaggio dell’attuazione della proposta di Mazzucato sarebbe duplice: da un lato, verrebbe ridotto il “moltiplicatore negativo” di qualsiasi flessione dell’attività economica, mentre aumenterebbe il “moltiplicatore positivo” nelle fasi di congiuntura favorevole, “ottimizzando il rendimento degli investimenti pubblici nel lungo e nel breve periodo”, confermando così quanto affermava Keynes, secondo il quale “la più grande sfida intellettuale non sta nelle idee nuove, ma nel rifuggire quelle vecchie”.
Uno dei fallimenti dell’attuale modo di funzionare del capitalismo sta nel fatto che esso ha trascurato la produzione di beni pubblici, essenziali per la crescita economica, ma che le attività private non sono motivate a produrre. Ciò è accaduto, secondo Mazzucato, perché la teoria economica tradizionale riguardo all’attività d’investimento è ispirata da due “assunti ritenuti assiomatici”: innanzitutto, l’ortodossia finanziaria ritiene che l’investimento pubblico sia una forma di spreco, per cui esso dovrebbe essere contenuto al minimo e, in secondo luogo, ritiene che le economie di mercato siano dotate di meccanismi intrinseci che assicurano una spontanea tendenza al pieno impiego dei fattori produttivi. La Grande Depressione del 2007-2008 è valsa a dimostrare tutte le debolezze dell’attuale modello organizzativo del capitalismo: sia perché la riduzione degli investimenti pubblici è valsa ad orientarli verso la speculazione finanziaria, causando l’avvio di un serie di crisi finanziarie; sia perché ha determinato un’offerta da parte del sistema produttivo al disotto della piena capacità produttiva; sia perché non è stato in grado di orientare il sistema economico verso il risanamento di bilancio; infine, perché la marginalizzazione dello Stato nella sua funzione di investitore ha privato “i governi di un vitale ruolo precauzionale nell’affrontare gli eventi imprevisti”, ma anche di un vitale strumento di stabilizzazione, oltre che di un ruolo chiave di trasformazione per indirizzare l’attività economica verso il contenimento della crisi ambientale.
La nuova costituzione fiscale varrebbe, per Mazzucato, ad offrire anche nuove opportunità per l’occupazione, attraverso la creazione di posti di lavoro nel settore pubblico; in questa prospettiva, un alto livello di occupazione può essere considerato un “bene pubblico”, in quanto un occupato a tempo pieno “non solo consolida il proprio reddito, ma attraverso i suoi acquisti, aumenta quello della collettività nel suo complesso”. Un “public Job programma” (PJP) produrrebbe per il sistema economico quattro grandi vantaggi: innanzitutto, perché varrebbe a costituire una “scorta-cuscinetto di manodopera” che potrebbe espandersi e contrarsi automaticamente in funzione dell’andamento del ciclo economico, sostenendo la domanda aggregata ed eliminando il pericolo che i governi ricorrano a spese discrezionali per ragioni politiche; in secondo luogo, perché concorrerebbe a salvaguardare l’occupazione in modo più efficace rispetto al ricorso a tutte le forme di indennità cui i governi fanno ricorso in caso di aumento della disoccupazione; in terzo luogo, perché diverrebbe possibile, con l’attuazione di un PJP, rimunerare la forza lavoro occupata nel settore pubblico con stabilire un salario minimo al di sopra del salario minimo nazionale, le cui conseguenze consisterebbero in un “benefico effetto ridistribuivo”; infine, perché l’attuazione di un PJP consentirebbe di influenzare la struttura dell’occupazione per orientare il sistema produttivo verso obiettivi di solito trascurati dalle attività private.
In conclusione, per Mazzucato, la sfida che tutti i governi si trovano ad affrontare è enorme; per affrontarle, soprattutto nel mondo post Covid-19, è necessario “rivitalizzare gli investimenti privati e pubblici, l’innovazione e le collaborazioni”; ciò non significa un maggiore intervento dello Stato nell’economia, ma di “uno Stato di tipo diverso: uno Stato che sia in grado di agire come investitore di prima istanza, catalizzando nuovi tipi di crescita attraverso il coinvolgimento del settore privato sul fronte degli investimenti nell’innovazione. […] Per questo è necessaria una nuova forma di collaborazione fra Stato e imprese”.
Il Covid-19 ha ingigantito e accelerato la necessità, non solo di una nuova organizzazione del sistema economico, ma anche di quello politico, orientato quest’ultimo ad affrontare le sfide del futuro. Se si pensa all’Italia e alla mancanza in essa di una classe politica coesa nell’affrontare le conseguenze negative della pandemia, nonché alla sua litigiosità nell’assumere le decisioni per far fronte alle urgenze più immediate, la proposta di Mazzucato sembra appartenere al mondo dei sogni; c’è solo da sperare che gli effetti negativi del Coronavirus possa rappresentare “un banco di prova” in grado di convincere le forze politiche del Paese dell’urgenza di esprimere governi in grado di governare la società sotto l’incalzare di una crisi che al momento non è dato vedere il superamento.

Fonte: Democrazia Oggi

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