Andrea Pubusa

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L’ordinanza del Tribunale di Napoli, che ha sospeso la nomina di Conte a leader dei pentastellati, ha risollevato la questione della disciplina dei partiti, a cui qualcuno ha fatto seguire il problema della loro rivitalizzazione. Ma è proprio così? Cassese, ad esempio, ha mezzo in luce la contraddizione presente in organismi, che con le loro decisioni muovono le istitutioni pubbliche e, tuttavia, pretendono di rimanere soggetti di diritto privato, spesso senza una puntuale disciplina alla stregua di associazioni di base. Altri pensano che una disciplina precisa favorirebbe le iscrizioni perché eliminerebbe la loro tendenza a trasformarsi in consorterie, quali oggi sono ridiventate come nell’Ottocento, prima dell’avvento dei partiti mooderni di massa, partito socialista, partito popolare, e, via via, gli altri.
Si richiama spesso l’art. 49 Cost., invocandone l’attuazione. Ma in realtà questo articolo non tocca la questione dell’organizzazione interna dei partiti. Al Costituente intressò solo l’attività esterna del partito, a differenza di quanto dispone per i sindacati. Infatti, l’art 49 recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Come si vede gli elementi rilevanti sono la libertà dell’adesione (la tessera obbligatoria o “spintanea” ricordava i tempi neri, appena passati) e la modalità di partecipazione alla vita pubblica, il metodo democratico, ossia la partecipazione alle competizioni e al dibattito elettorale, anche in modo appassionato, combattivo e conflittuale, ma rimanendo sempre sul piano delle idee, dei programmi, delle proposte. L’articolo non a caso parla di “concorso” alla politica nazionale proprio a sottolineare ch’essa è il risultato di un’azione corale, non unilaterale. Anche qui è evidente la volontà di seppellire il ventennio nero.
La disciplina sui partiti risulta più chiara esaminando quella riguardante i sindacati. Art. 39: “L’organizzazione sindacale è libera./ Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge./ E` condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica./ I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”. Qui il riferimento all’ordinamento interno a base democrativca, indica non solo che i sindacati devono avere uno statuto, ma che esso deve prevedere una organizzazzione e modalità di decisione democratiche. E’ previsto anche un controllo, a fini della registrazione. E la ratio è chiara. I sindacati registrati stipulano contratti che sono atti normativi, come le leggi. Si applicao non solo agli iscritti ma a tutti i lavoratori della categoria cui il contratto si riferisce.
Ora, ci sono molti che trasfericono questa discipina ai partiti, ma è errato. Il partito, purché non sia militarizzato, può essere anche organizzato gerarchicamente. Siccome l’adesione è liberà, chi ama la democrazia e la discussione lo scanserà. Ma, se segue, nella sua azione pubblica, il metodo democratico, un partito di tal fatta non potrà che essere ammesso. Del resto, le eventuali sanzioni giudiziarie mentre incidono sui contratti se adottati sulla base di decisioni interne dei sindacati non democratiche, non inficiano le decisioni dei partiti, se gli organi agiscno nella vita pubblica democraticamente. Proprio la vicenda Conte lo dimostra. C’è qualcuno che ha contestato a Conte la sua rappresentanza politica e istituzionale del M5S dopo il provvedimento del Tribunale di Napoli? Nessuno, perché il ruolo politico degli organi di partito nasce dalla forza, dal consenso interno ed esterno, e siccome Conte, il consenso ce l’ha, incontra i segretari degli altri partiti, i ministri, il presidente del Consiglio dei ministri come se la decisione del Tribunale partenopeo non esistesse. Addirittura il Presidente della Repubbica ha ricevuto B., benché condannato ed espulso dal Senato. Nella rappresentanza politica le decisioni giudiziali sugli organi di partito non contano. Contano, semmai, paradossalemnte, sul piano privatistico. Se un creditore chiama in giudizio il M5S per il pagamento di un debito, chi sarà legittimato passivo, Conte o Crimi, il predecessore?  Qui certamente la decisione di un Tribunale è rilevante. Ma - come si vede - è un campo secondario, che interessa e coinvolge nessuno o pochi, e lascia fuori l’attività più interessante dei partiti, quella pubblica e istituzionale.
Cosa si desume da tutto questo? Una considerazione ovvia. La consorteria non diventa partito perché ha uno statuto democratico. Il Pd sardo ce l’ha. Eppure è un’accozzaglia di consorterie, che non riesce neppure a fare il congresso per eleggere il segretario regionale. Occorre che il partito, statuto o no, abbia un accettabile tasso di onestà intellettuale-morale e di cultura e pratica democratica. E’ questa tensione del partito a trasferirsi e a influenzare le istituzioni, rafforzandole, così come queste saranno deboli e infette se i partiti saranno tali solo di nome (con tanto di statuti e regolamenti), ma non di fatto. Come oggi.

Fonte: Democrazia Oggi

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