Andrea Pubusa

 

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 (Marco Ligas)

 

Nel giro di poco tempo, ratione aetatis, per ragioni anagrafiche, stanno pian piano scomparendo i protagonisti degli ultimi 50/60 anni della sinistra sarda. Nell’area critica e di movimento spiccano due figure: Francesco  Cocco, deceduto due anni or sono, e Marco Ligas che ci ha lasciato nei giorni scorsi. Senza nulla togliere ai tanti altri valorosi compagni voglio parlar di loro perché sono due personalità paradigmatiche della tormentata vicenda dell’area comunista isolana o quantomeno di quella cagliaritana. Due compagni uniti da convincimenti , di fondo, a partire dalla rigorosa onestà non solo intellettuale e dalla signorilità, e divisi su molte importanti scelte contingenti. Francesco è sempre rimasto nel PCI. anche se c’erano molte questioni che lo lasciavano perplesso. Come i chierici osservanti rimase sempre nella casa madre, svolgendo il suo magistero di uomo disciplinato ma profondamente libero. Non sembri una contraddizione, disciplinato perché libero, perché partecipe criticamente delle decisioni. Lui non ha lasciato il partito, ma è il partito che ha lasciato lui, suicidandosi, il PCI, benché ancora robusto e sano, anche elettoralmente. Da allora Francesco ha continuato a impegnarsi nei modi possibili per sostenere, senza pregiudizi o chiusure, gli ideali democratici e comunisti sempre professati.
Marco, invece, fu uno dei protagonisti in Sardegna (e non solo) dell’avventura del il Manifesto in compagnia di un personaggio affascinante e trascinante come Luigi Pintor. Ma anche lui poi fu vittima dei contraccolpi dovuti, in parte, a difficoltà oggettive e, in parte, ad un altro suicidio politico. Il Manifesto, dopo varie divisioni e tormentate lacerazioni, abbandonò la sua qualità di movimento politico per rimanere solo un giornale comunista, quale è oggi. Anche Marco non si arrese e, con una perseveranza ammirevole, proseguì la sua attività politica nei movimenti, che lo videro sempre in prima fila con funzione dirigente.
In queste battaglie Franceso e Marco, come tanti di noi, si sono ritrovati, uniti da un comune sentire per la difesa e l’allargamento della democrazia, a fianco del mondo del lavoro e dei ceti subalterni, in favore dell’eguaglianza e delle libertà. Insomma, comunisti senza partito comunista. Ed anche, ahinoi!, senza radicamento popolare.

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(Fracesco Cocco parla ad un sit-in sulla città di Cagliari)

I vari tentivi di stravolgimnto della Costituzione (Berlusconi nel 2006, Renzi nel 2016) o dello Statuto sardo (Soru) li hanno visti schierati decisamente contro le mire autocratiche, in un ruolo molto importante. Francesco Cocco e Marco Ligas, insieme ad altri vecchi compagni (penso ad Andrea Raggio) costituivano una garanzia per tanti dell’area comunista diffusa, adusi ad seguire le indicazioni del partito di riferimento più che quelle di movimenti o comitati. Francesco e Marco fecero dunque opera di trascimento e orientamento nel voto di una vasta area della sinistra.
Ma ora che loro, insieme ad altri indimenticabili compagni, ci hanno lasciato cosa rimane? Non è un luogo comune dire che il vuoto è enorme, quasi incolmabile e fermarsi. No, bisogna ammettere che queste scomparse pongono inquietanti quesiti.
Anzitutto: chi prenderà il testimone? Qui viene il primo punto e forse il più dolente. Non ci sono alle viste successori, non ci sono gruppi consistenti forze fresche disponibili all’impegno. Insomma, siccome ognuno - anche noi - deve assumersi le proprie responsabilità, ammettiamo: non siamo stati capaci di investire nei giovani, di lasciare pian piano nelle loro mani la funzione dirigente; non abbiamo fatto ciò che il PCI, fin quasi allo scioglimento, fece con cura certosina, promuovere a funzioni dirigenti, nell’organizzazione e nelle istituzioni, giovani promettenti. Valga il vero, abbiamo sempre voluto decidere noi, anche quando abbiamo creduto di aprire alle forze giovanili. A pensarci bene questo è avvenuto anche nei comitati, nelle assemblee e in tutti i movimenti di questi ultimi decenni, ossia in un contesto in  cui il coinvolgimento è più naturale.
E cosa lasciamo alla sinistra? O meglio in quali condizioni la lasciamo? La risposta è altrettanto desolante. L’abbiamo così devastata che non rimane quasi nulla. Manca anzitutto un organico collegamento coi ceti popolari. La sinistra è se è radicata nei ceti subalterni, se no, semplicemente non esiste. Ognuno di noi pensa in cuor suo di aver fatto bene e che la responsabilità sia altrui. Certo non tutti in questi processi hanno le stesse colpe, ma se la sinistra oeganizzata è morta, la responsabilità, pur nei diversi ruoli, è di tutti, anche di quanti come noi si sono discostati o hanno combattuto contro la progressiva deriva dei gruppi dirigenti della sinistra e non considera tali i gruppuscoli, da noi presenti anche in Consiglio regionale (molto simili alle consorterie ottocentesche).
Qui emerge un deficit della sinistra critica, anche di noi tutti, Francesco e Marco, compresi: siamo stati efficaci nella critica, nella mobilitazione contro (pensiamo ancora ai referedum costituzionali), ma non lo siamo stati altrettanto nella costruzione di un’alternativa organizzata. Siamo stati difensori, ma non costruttori. E questo non basta ad assicurare una cospicua eredità. Francesco, ad onor del vero ci provò, creando la rivista “Nuovo impegno” e raccogliendo il fiore dell’intellettualità sarda progressista, poi lasciò l’impresa ritenendo cessate le condiioni per continuare. In realtà, lo strumento era datato, una rivista cartacea quadrimestrale, all’epoca del web, è troppo lenta, eccessivamente sfasata rispetto ai fatti, anche se si trattava di una rivista di riflessione.  Marco, invece ha imboccato una strada più in sintonia coi tempi, il blog, ed ha con tenacia e passione creato e alimentato fino all’ultima ora della sua bella vita, Il Manifesto sardo, e con impegno ha cercato di costruirci intorno un coordinamento. e quindi ha fatto quanto poteva, passando anche la mano come direttore, ma anche lui è stato sopraffatto dalle difficoltà nel creare una organizzazione politica. Altri fra noi - come lui - hanno creato blog, comitati ed ora una Scuola di cultura politica intitolata non a caso proprio a Francesco Cocco, ma, pur nella loro importanza, queste iniziative non colmano il vuoto di presenza della sinistra, non riescono a diffondere adeguatamente a livello di massa un pensiero di sinistra e non risolvono, neanche se lo pongo, il problema dei problemi: organizzare la sinistra, che con metodo democratico mantenga un’ispirazione anticapitalistica, nella prospettiva di una società che coniughi libertà e egualglianza formale e sostanziale, perché no?, con fraternité.
Certo, sopra tutto questo c’è l’attacco organico del capitalismo nella forma più dura del neoliberismo, che piano piano, ma decisamente, ha creato egemonia e pervade tutti i settori della società. E’ a questo che la sinistra non ha saputo tener testa. E’ qui che il movimento comunista e socialdemocratico si è frantumato. Siamo stati testimoni di un mutamento epocale, in cui oggi più che mai viviamo.  Questa verità non rende meno amara la constatazione di una sconfitta storica, un bilancio terribile, che non fa dormire sonni tranquilli.
Il vuoto lasciato da Francesco e Marco è doppiamente doloroso sul piano personale e su quello politico.  Dei quesiti politici sarebbe bene farne oggetto di appofondimento e di dibattito pubblico non solo fini conoscitivi, ma anche per pensare una ripresa. La crisi pandemica induce a speranze rifondative della società. Fra queste c’è solo il perpetuarsi del liberismo imperante o anche un’alternativa d’ispirazione socialista?

Fonte: Democrazia Oggi

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