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Nei giorni scorsi ho letto sui giornali che la giunta di un piccolo comune sardo vuole togliere dalla propria toponomastica due savoia e intitolare le due vie ad Eleonora  e ad un uomo illustre del luogo. Già altri comuni ci hanno provato, ma con difficoltà perché un decreto nientemeno di un savoia, il re sciaboletta, del 1923 lo vieta in mancanza di particolari approvazioni burocratiche, e - si sa - la burocrazia è spesso tarda di senso storico e di comprendonio.
Eppure è risaputo il trattamento riservato ai sardi dai Savoia. Ricorda Pino Aprile: “Il saccheggio dell’isola fu di tale ferocia che persino dopo l’Unità, nel 1864, in occasione dell’ennesimo inasprimento di tasse imposto dai Savoia, metà della somma rastrellata in tutto il Paese fu sottratta ai soli sardi. La disistima dei sabaudi per gli isolani era tale che tendevano a impedire i matrimoni ‘misti’, ritenevano i sardi ‘nemici della fatica, feroci e dediti al vizio’; e per de Maistre erano peggio dei ‘dei selvaggi perché il selvaggio non conosce la luce, il Sardo la odia’”.
Questo disprezzo è palese anche negli scritti successivi. Si pensi a “Caccia grossa“, per citare una pubblicazione emblematica. Ma, se ci pensate, anche la primavera scorsa, quando quel panzone di Solinas farfugliò con ragione di pretendere un’attestazione medica per l’ingresso nell’Isola dei non residenti, fummo assaliti da una reazione ch’era ben più di una presa di posizione sul tema. Sala, il sindaco di Milano, e Fontana, il presidente lombardo, minacciarono ritorsioni in caso di divieti all’accesso dei loro concittadini in Sardegna. Eppure che fossero un veicolo di contagio era evidente a tutti. Il fatto è che per loro i sardi non esistono, esiste solo la Sardegna come entità geografica dove a loro piace venire a solazzarsi. E anche quando dicono di amare l’isola, in realtà, parlano dei luoghi, il mare e le montagne, mai dei sardi. Eppure noi siamo sempre reverenti e apriamo loro le porte e non solo.
Non lo stesso trattamento ha avuto da noi sardi invece chi ci ha ammirato e ci ha fatto conoscere a noi stessi prima che al mondo: Max Leopold Wagner, l’eccentrico studioso tedesco nato a Monaco di Baviera nel 1880 e morto a Washington nel 1962. Grazie a lui,  famoso linguista, “sa lingua”, “sa limba” ha trovato un posto di rilievo fra le altre consorelle neolatine.  Wagner è il fondatore della linguistica sarda: con la sua opera portò alla luce gli aspetti più importanti dell’idioma isolano, dalla fonetica alla morfologia, dalla formazione delle parole al lessico, il tutto in prospettiva rigorosamente scientifica. In particolare, Wagner decretò, per conto della comunità internazionale, l’autonomia e il posto a parte che  “sa lingua”, ‘’sa limba” ha rispetto all’italiano e alle altre lingue romanze. Non a torto Giulio Paulis, fra i più autorevoli rappresentanti della linguistica sarda, sostiene che “raramente lo sviluppo delle conoscenze scientifiche di una lingua è legato in maniera così stretta alla figura di uno studioso, come è accaduto per il sardo con Max Leopod Wagner”.  Questo tedesco ha fatto scoprire la lingua sarda agli stessi sardi che, in qualche modo, tendevano (e tendono) ad emarginarla e ad abbandonarla. Un amore non ricambiato: l’Ateneo cagliaritano gli ha negato perfino una cattedra e le piazze e le vie sarde sono infestate dai nomi e perfino dai monumenti a dei sanguinari antisardi come Carlo Felice, mentre non esiste una viuzza dedicata all’insigne studioso tedesco.
Wagner aveva un modo particolare di studiare la lingua: si immergeva nel popolo dei parlanti. Così soggiornò a Cagliari e a Marina, stando fra i popolani, imparò a capire e parlare il sardo campidanese. Girò poi in bici la Sardegna per studiare le varianti locali. Ho letto tutto il suo vocabolario ed ho visto che visitò anche il mio Sulcis, che descrive sommariamente, insieme agli altri territori, nel volme “Immagini di viiaggio della Sardegna” (a cura di Giulio Paulis - Ilisso).
In quel volume traspare ed è dichiarato l’amore dello studioso tedesco per i sardi e per la Sardegna. E mentre ancora si teorizzava la innata malvagità e inferiorità dei sardi, lui traccia un profilo del tutto opposto. La virilità, la purezza e l’armoniosità della parlata - rileva Paulis - sono il coté linguistico dell’eccellenza riconosciuta alle genti della Barbagia e del Nuorese una popolazione libera e bella, indomita e  col nomadismo nel sangue, prestante nel fisico, diversa da quella della pianura dove l’impronta spagnola ha mutato il carattere della popolazione rendendola meno fiera e a tratti servile.
Non solo i vecchi patriarchi affascinano Max Leopold ma anche le donne sarde, coi loro splendidi costumi che ne mettono in risalto il petto attraverso la camicia trasparente e ancora le donne con la brocca sul capo a lui paiono le cariatidi dell’Eretteo.
Si potrebbe continuare, ma leggetevi il bel libro. Vi convicerete che noi sardi più bastonate prendiamo e più monumenti erigiamo ai bastonatori, mentre le carezze e le dichiarazioni d’amore neanche le consideriamo. Che ci volete fare, siamo fatti così.

Fonte: Democrazia Oggi

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