Andrea Pubusa

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Era una bella giornata di primavera, come oggi, quando incontrai per la prima volta Marco. Era il 25 aprile o forse il Primo Maggio e a  Carbonia si teneva una manifestazione popolare in piazza. Marco era lì in qualità di segretario regionale dei giovani comunisti (FGIC), una carica rilevante, che apriva la strada a importanti carriere. Ma Marco, come tanti giovani di quella generazione, fu travolto da quel ciclone che si chiamava Luigi Pintor. Inviato in Sardegna a dirigere la Commissione regionale agriopastorale perché in odore di eresia, con la sua brillantezza e la sua critica frizzante e profonda del sistema sovietico ormai imbalsamato e del PCI sulla via del compromesso storico, divenne un riferimento obbligato per chi la sinistra l’aveva scelta per cambiare il modo e aveva aderito al Partito comunista per rivoltare la società (fund’a susu), mettendo sopra quelli ch’erano sempre stati sotto, i lavoratori, gli sfruttati, i ceti subalterni.
Marco fece così parte con un ruolo di primo piano di quello stuolo di giovani che seguì il Manifesto e lo organizzò nell’isola. Lì c’incontrammo e non ci siamo mai lasciati. Venivamo da punti diversi, lui già dirigente importante del PCI, io giovne studente da Carbonia con simpatie verso il filone libertario del Movimento operaio. Fummo tutti affascinati da Pintor e dal Manifesto perhé inveravano quell’idea del socialismo e del comunismo come movimento ideale e pratico di liberazione. Uguaglianza e libertà insieme.
Furono anni di intenso impegno in una società che dal ‘68 ribolliva di idee e di voglia di combattere e cambiare. Per noi, più giovani e nuovi arrivati, fu una grande scoperta e una bella avventura, per Marco, e Salvatore Chessa ed altri fu anche un grande atto di generosità: facevano parte di quella nidiata che il PCI di Umberto Cardia aveva con cura e con attenzione tirato sù per lanciarli chi al Consiglio regionale, chi in Parlamento, e loro lasciarono tutto per tentare di cambiare non solo la società ma anche il comunismo italiano.
Da allora Marco non ha mai abbandonato quella speranza e quella prospettiva. E, quando ci è stato chiaro che la via intrapresa era ormai chiusa o strettissima, lui non si è arreso e ci ha provato ancora e sempre, tenacemente e generosamente.  Ha fondato il Manifesto sardo e attorno ad esso ha cercato di tenere unito e di allargare un gruppo regionale di iniziativa comunista.  Li ci siamo uniti e divisi. Uniti nel convincimento che la sinistra italiana dovesse essere rinnovata, ma divisi perché una parte di noi (i più giovani) pensavamo che l’idea di fondare una nuova formazione politica comunista fosse fallito. tanto più che poi lo stesso PCI fu “suicidato”, benché godesse ancora di  buona salute anche elettorale. E così, con Marco ci siamo ritrovati in tutti i momenti di lotta e battaglia sociale e democratica, sempre schierati dalla stessa parte e, in linea generale, nello stesso modo. Ma fummo divisi dall’idea di poter partire da quei movimenti per costruire un nuovo soggetto politivo. Così anche dopo la esaltante e vittoriosa campagna referendaria del 2016  contro l’assalto di Renzi alla Costituzione, Marco voleva e tentò un coordinamento regionale dei Comitati, altri (fra i quali Tonino Dessì, Franco Meloni ed io) per una valorizzazione dell’iniziativa locale in piena libertà, senza organismi regionali o provinciali, spesso fonte di divisioni e lacerazioni.
Ora, pensare alla sinistra militante cagliaritana senza Marco è impossibile, inimmaginabile. Pensare solo al grave vuoto morale che Marco lascia, sì morale, che non è moralismo stantio, ma è la cristallina dirittura di un uomo che in tutta la sua vita, ogni giorno, in ogni sua azione, in ogni relazione ha sempre e soltanto pensato e operato per l’interesse generale, per la causa dei lavoratori e dei ceti subalterni. Ecco perché non c’è mai stata diversitò di punti di vista o di collocazione che mi ha diviso da Marco o ha attenuato in me l’attenzione e il rispetto per la sua persona e le sue posizioni.
Ora anche tu, Marco, ci lasci e il dolore è grande, ma in fondo tu sei in qualche modo anche noi, perché una militanza comune di mezzo secolo, alimentata da ideali di libertà e uguaglianza, a ben veder, fa sì che ciascuno di noi viva nei compagni di una vita che rimangono. Ecco perché, caro Marco, il tuo impegno vivrà ancora nelle piazze e nelle nostre discussioni, nei pensieri dei compagni che hanno combattuto al tuo fianco.
Tu sei uno di quelli che si è costruito un invidiabile privilegio: credere da grande negli ideali degli anni verdi e professarli con la stessa passione e generosità.
A Maria Grazia e alle care figlie un abbraccio affettuoso.

Fonte: Democrazia Oggi

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