Giudizi amari dai due ex pm del pool di Tangentopoli. “Ricordo i morti. La corruzione era sistema. Non si è investito nella formazione per educare al rispetto delle regole costituzionali. Hanno detto che ci siamo inventati la corruzione. Tra valori predicati e comportamenti praticati c’è una differenza abissale. I ‘cattivi’ non hanno vinto, ma rimangono i poteri criminali e le collusioni con la politica e l’economia difficili da affrontare”.

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Rossella Guadagnini - Micromega

L’inizio di tutta vicenda è noto. Il 17 febbraio del 1992 Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano, fu arrestato in flagranza di concussione in danno di Luca Magni, titolare di una piccola impresa di pulizie. Quest’ultimo doveva versare 14 milioni (di lire) – la prima di dieci rate – in relazione a un appalto per le pulizie e aveva denunciato Chiesa.
Il procedimento venne assegnato ad Antonio Di Pietro, che invitò Magni a versare metà della somma, i 7 milioni ribattezzati in seguito dai giornali “la madre di tutte le tangenti”, in banconote che Di Pietro e il capitano dei Carabinieri Roberto Zuliani avevano firmato, dopo aver fatto annotare i numeri di serie. L’uomo aveva una microspia e una borsa su cui era stata fissata una telecamera. Al momento della consegna del denaro ogni cosa andò come previsto: i Carabinieri intervennero e Chiesa venne arrestato. Da qui a seguire lo sconvolgimento. Fu vera gloria?MicroMega ne parla con due dei pm di allora, che facevano parte del pool milanese guidato da Francesco Saverio Borrelli, insieme a Gherardo D’Ambrosio, Antonio Di Pietro e Francesco Greco. Le loro indagini portarono a risultati che sconvolsero l’Italia, il suo sistema politico ed economico. Un terremoto che segnò la fine della Prima Repubblica.
Nelle parole di Antonio Di Pietro: “Chiesa non era un ‘mariuolo isolato’ come provò a raccontare Bettino Craxi, ma la rotellina di un ingranaggio. Tangentopoli. Già allora l’Italia poteva liberarsi dal cancro della corruzione, ma per colpa della politica non ci è riuscita”.

Mani Pulite, trent’anni dopo. Intervista a Gherardo Colombo*

Mani Pulite trent’anni dopo, parafrasando Dumas con un decennio in più. Che effetto le fa questo anniversario?
A me dispiace davvero tanto che allora, quando è risultato evidente che la corruzione era un sistema, non si sia progettato e operato per investire, in modo molto sostanzioso, nelle scuole e più in generale nella formazione delle persone al fine di educare al rispetto delle regole della nostra Costituzione e di quelle che ne derivano. Oggi staremmo tutti meglio sotto tanti profili, compreso quello economico.

I tre moschettieri, per proseguire la metafora, hanno preso strade diverse: qualcuno del gruppo non c’è più, lei ha lasciato anzitempo la toga. Che ricordo ha del clima di allora?
I ricordi sono tanti, alcuni positivi e altri tremendi. Tra i secondi i suicidi. A Milano ricordo quelli di Renato Amoruso, Sergio Moroni, Raul Gardini, Gabriele Cagliari, Agostino Landi. Persone che hanno deciso di togliersi la vita a volte perché destinatarie di informazioni di garanzia.
Di loro Gabriele Cagliari era detenuto, ma fosse stato per le nostre indagini sarebbe stato agli arresti domiciliari. Insisto sui suicidi, perché è tragico che ci si possa togliere la vita per via di un’indagine penale, ma ancora oggi succede: da inizio anno nove persone si sono suicidate in carcere.
È  necessario cercare – come abbiamo fatto – di prevenire, ma non sempre ci si riesce. Credo però che andrebbe modificato il modo di rispondere alla trasgressione. Come diceva Aldo Moro, non un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio del diritto penale.
Poi mi ricordo l’emergere dei reati, la facilità con cui si scoprivano, l’allargarsi sempre di più dello squarcio sul sistema della corruzione che aveva incominciato ad aprirsi il 17 febbraio.
E ancora l’atteggiamento della stampa, delle televisioni, tutte a esaltare il nostro lavoro. E la risposta della cittadinanza, a volte anch’essa sopra le righe, a volte molto sopra le righe.

Come accade sempre più spesso si tende a un revisionismo al ribasso di quello che fu un grande fenomeno. Quanto ha influenzato Tangentopoli gli anni a venire in Italia?
C’è chi dice che ci siamo inventati la corruzione! Forse si tratta di mancanza di informazione. Se si andasse a verificare quanti documenti abbiamo trovato che dimostravano il passaggio illecito di denaro per ottenere favori la si vedrebbe in modo diverso.
Io non credo che Mani Pulite abbia influenzato particolarmente gli anni seguenti. È un altro l’evento che ha sconvolto il mondo, non solo l’Italia: la caduta del muro di Berlino, che ha consentito che – al contrario di quel che accadeva in precedenza – le indagini proseguissero e non si richiudessero i cassetti del potere. E che – contemporaneamente – ha determinato la sostanziale scomparsa dei partiti tradizionali.

Oggi è cambiato tutto: il quadro politico, la situazione economica, la configurazione europea. La corruzione no. È più carsica, più ramificata, imbocca vie e usa mezzi diversi?
È cambiata anche la corruzione, a mio parere, ma non è sparita. Non è più legata al finanziamento illecito ai partiti, sembra di capire.
Tuttavia è ancora un modo nel quale si esprime un modello culturale piuttosto esteso, quello che sta alla base dell’evasione fiscale, della politica fatta in base ai sondaggi, senza programmazione.
Si antepongono – insomma – gli interessi personali al senso della collettività e alla necessità di solidarietà, dal cui senso è, invece, informata tutta la nostra Costituzione.

Mani Pulite, trent’anni dopo. Intervista a Piercamillo Davigo**

Quale eredità ha lasciato Mani Pulite?
Nel tempo ho compreso che le difficoltà che i miei colleghi e io abbiamo incontrato sono state enormi per una ragione semplice: non si può processare un sistema prima che sia caduto.

Come cominciò la fine della Prima Repubblica?
All’inizio dell’inchiesta sembrava che i guasti fossero limitati ai partiti politici, neppure tutti, e alle imprese che avevano rapporti esclusivi o prevalenti con la pubblica amministrazione. In seguito tuttavia ci siamo resi conto che il malaffare era dilagato ben oltre questi limiti: le falsità contabili erano diffuse.

E oggi che accade?
L’evasione fiscale riguarda, secondo alcune stime, 12 milioni di persone, cioè un quinto della popolazione italiana. Il merito cede il passo a clientele, raccomandazioni e servilismo, sia nel settore pubblico, sia in quello privato. Nella cittadinanza non sembra esservi riprovazione e neppure la consapevolezza che tali comportamenti, oltre a essere illegali, sono dannosi.

Lei sta dicendo che non c’è più etica?
Nessun popolo, cioè l’insieme dei cittadini, può vivere se non vi è un’etica condivisa e in Italia non sembra più esserci. Fra i valori predicati e i comportamenti praticati vi è una differenza abissale.
E anche nel caso in cui si conviene su alcuni principi, come per esempio ‘non rubare’, scattano poi i distinguo nella sfera pubblica e interviene lo spirito di fazione, così radicato nel nostro Paese. Si ricorre a un cavilloso richiamo a norme costituzionali anche quando si va in campi diversi da quelli regolamentati dalla Costituzione.

A cosa si riferisce?
Quando a carico di qualcuno emergono indizi di reato, è frequente che costui (e i suoi sostenitori) invochino la presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva di condanna (art. 27 della Costituzione), anche al di fuori del processo penale, quando non si discute di diritti dell’imputato, ma di valutazioni di opportunità o di prudenza nella vita sociale.
Perciò, persone investite di funzioni pubbliche continuano a rimanere al loro posto persino con sentenze di condanna, già confermate in appello, o prosciolti per prescrizione, senza
che qualcuno richiami i doveri di disciplina e onore di coloro che svolgono pubbliche funzioni. Accettare la prescrizione, (a cui l’imputato può rinunciare), anziché chiedere una pronuncia di merito, è forse onorevole?
Senza la condivisione di alcuni valori fondanti non è possibile una convivenza pacifica fra le persone. Se scattasse la riprovazione sociale e le persone con cariche pubbliche si dimettessero, i tribunali processerebbero degli “ex”, già allontanati dai posti di responsabilità dai loro pari e cesserebbero, o comunque si ridurrebbero, le tensioni fra i poteri dello Stato.

I ‘cattivi’ vincono sempre?
No. La consolazione, per quanto magra, è che neppure loro sono (per ora) riusciti a vincere. Le leggi per farla franca hanno attirato l’attenzione di organismi internazionali e i loro rilievi sono stati un deterrente a continuare su quella strada.
Numerose norme sono cadute sotto le pronunzie della Corte costituzionale che ne ha dichiarato l’illegittimità. I tribunali e le corti italiane hanno adottato interpretazioni volte a salvaguardare il sistema legale. Le elezioni hanno messo in evidenza una minore presa dei poteri locali e nazionali sull’elettorato, molto più volatile che in passato, consentendo anche un’alternanza di schieramenti al governo del Paese che è un’esperienza relativamente nuova in Italia.

Rimangono i poteri criminali e le loro collusioni con la politica e l’economia, i più difficili da affrontare.
La magistratura italiana ha fronteggiato varie emergenze come la criminalità organizzata, il terrorismo, la corruzione pervasiva e il degrado ambientale, senza riuscire a eliminarle del tutto. Ma anche senza farsene travolgere.

Arriviamo al caso Palamara.
Il discredito gettato sull’ordine giudiziario dalle intercettazioni operate nei confronti di Luca Palamara e ancor più la sua linea difensiva di tentare di accreditare l’idea che i suoi comportamenti fossero condivisi e perpetrati da larga parte della magistratura – cosa non vera – richiederà molto tempo per essere superato.
Il bilancio complessivo rischia di assomigliare a uno stallo, in cui nessuno dei vari soggetti e dei loro valori riesce a prevalere sugli altri, e ciò è fonte di scoramento.

Lei stesso sta attraversando una vicenda giudiziaria complessa, non ancora chiarita, collegata alle dichiarazioni di Pietro Amara sull’esistenza della loggia massonica segreta ‘Ungheria’.
Sono stato iscritto nel registro degli indagati della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Brescia per rivelazione di segreto d’ufficio. Attualmente c’è l’udienza preliminare che dovrebbe concludersi proprio il 17 febbraio con il rinvio a giudizio o con il proscioglimento. Nonostante il tripudio di coloro che pensano che essere indagato mi faccia cambiare idea sull’inefficienza del processo penale italiano, non ho perduto la fiducia nella giustizia e attendo il corso del procedimento.


*Su Mani Pulite segnaliamo la riedizione aggiornata del volume di ChiarelettereMani Pulite[1], di Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio in libreria dal 17 febbraio.**Piercamillo Davigo ha appena scritto su TangentopoliL’occasione mancata[2]per Laterza Editore.

Fonte: Democrazia Oggi

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