Andrea Pubusa

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Ventun deputati del M5S sono stati espulsi dal gruppo alla Camera ieri, quinndici senatori il giorno prima. Si tratta dei deputati e senatori che a Palazzo Madama e a Montecitorio hanno votato contro o non hanno votato fiducia al governo Draghi, eccetto quelli che risultavano in missione.
Un tempo queste si chiamavano purghe e di solito seguivano a dibattiti drammatici al vertice, a congressi combattuti, e a duri confronti fra gli iscritti nei territori, a partire dalle sezioni. Nel M5S niente di tutto questo, le espulsioni sono un fatto automatico, una conseguenza ovvia di atti di indisciplina rispetto ai deliberati degli organi statutari. Non c’è spazio al ripensamento. E’ un atto definitivo e senza appello. Una delle tante stranezze e novità introdotte dai pentastellati.
Si dirà, in questo modo il M5S si sfalda. Come mai il suo fondatore non fa nulla per salvare la sua creatura? In Grillo, nel modo di pensare di Beppe, sta la risposta. Cosa gli frulla per la testa? Azzardiamo. Grillo ritiene che senatori e deputati del M5S di per sé non contino nulla, crede che il loro apporto al successo (straordinario) del Movimento sia pari a zero. Li ritiene degli oscuri “signor nessuno” beneficiati dall’inserimento in lista, senza ch’essi abbiano offerto o dato alcunché. Il successo del Movimento è dipeso solo da lui, Beppe, dalla sua iniziativa e dalla sua intelligenza.
Molti pnseranno che è un discorso inaccettabile. La rappresentanza va rispettata e bla, bla, bla. Il divieto di vincolo di mandato è sacro. I parlamentari rappresentano la nazione senza vincoli. Ma Grillo pensa che rappresentino ciò che lui ha creato, e il pensiero e la linea che lui infonde. Assurdo, direte, pazzesco! Eppure, forse Beppe ha ragione. Pensate ai parlamentari pentastellati sardi, eletti nel 2018 nel M5S, neanche uno da solo sarebbe in grado di essere eletto. L’insuccesso di Caschili per la sostituzione del velista Mura dimissionario ne è la prova più eclatante. O l’altro, di cui ci siamo scordati il nome (Paderi?), messo in lista nelle suppletive per sostituire Solinas. Se non sono mimetizzati nella lista, da soli non contano o contano poco.
Stando così le cose, Grillo non si preoccupa neanche del futuro: gli espulsi non incidono in nulla sulle sorti del M5S, né nel bene né nel male. Sono solo dei nomi scambiabili con altri purchessia. Il successo o l’insuccesso non dipende da loro.
Da questo punto di vista il M5S costituisce l’estremizzazione del partito liquido, esiste come sigla, come gruppo, ma come soggetto politico esiste solo Beppe Grillo. Punto.
C’è però dell’altro. A monte dell’espulsione c’è  la violazione di un patto: la fiducia è stata sottoposta a votazione Rousseau e ha dato un esito chiaro a favore della fiducia a Draghi; chi non condivideva ben poteva manifestare la propria opinione dissenziente, ma nel rispetto, al momento del voto, della decisione assunta a maggioranza. Questo è il punto: mantieni la tua posizione nel dibattito interno, ma non nel voto. Si dirà che questa è compressione della volontà dell’eletto, ma non è così: si può essere rispettosi della disciplina di partito, che è un valore, e al tempo stesso farlo mantenendo la libertà di pensiero, che è anch’esso un valore.  Pretendere di violare le regole senza sanzione è irragionevole.
Si parla da parte degli espulsi della creazione di un contro-movimento da opporre al M5S. Avrà un ruolo? Sì certo, quello di far scrivere i giornalisti e di animare i talk show, di alimentare la propaganda anti 5 Stelle, ma futuro? Nessuno. Gli espulsi esistono e hanno rilievo solo perché dissentono da Grillo, vivono di luce riflessa rispetto al fondatore del Movimento. La massa degli espulsi, al pari dei dimissionari, finita l’avventura gialla, tornerà nell’anonimato e alle facende quotidiane. Forse qualcuno dei più noti (Di Battista) potrà avere una funzione, aggregadosi ad altri raggruppamenti esistenti in parlamento. Ma quasi tutti, in quanto creature di Grillo, periranno politicamente nel distacco dal loro creatore, a fine mandato.
Si dirà quel che si vuole, ma i grandi partiti di una volta erano un’altra cosa! E anche i parlamentari, che, nel faticoso radicamento sociale, trovavano anche una loro soggettività politica, divenivano coprotagonisti di una impresa collettiva.

Fonte: Democrazia Oggi

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