Andrea Pubusa

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Rileggendo Lussu si ha forte la sensazione ch’egli più di altri abbia colto, drammaticamente, le ragioni dell’arretratezza della Sardegna, da attribuire anzitutto ai sardi stessi. Lussu cita spesso il rifiuto della Consulta per lo Statuto sardo di far proprio quello siciliano già stilato e sulla cui estensione all’Isola dei mori Lussu aveva ottenuto i necessari consensi a livello di Assemblea costituente. Quell’errore, che qualifica “irreparabile”, Lussu lo attribuisce esclusivamente ai sardi. Ed è alla natura essenzialmente individualistica o di tribù, paese, villaggio che Lussu annette l’incapacità di formare gruppi dirigenti autoctoni e addirittura di avere una storia.
Spietata l’analisi del Capitano. I sardi non hanno avuto storia fino all’irruzione nell’agone politico del movimento combattentistico e di quello operaio e socialista. Solo nelle trincee è maturata la consapevolezza di interessi comuni e di soluzioni e programmi  generali, in altre parole i sardi hanno acquisito soggettività politica, sono diventati popolo. I giudicati e gli stamenti, che certo hanno segnato la nostra storia, sono storia della Sardegna, ossia di chi nell’isola ha comandato, ma non storia dei sardi che, nel loro isolamento, hanno solo avuto una funzione servente e servile. E una riprova di questo viene - secondo Lussu - dalla stessa dislocazione e dall’alto numero dei nuraghi, posti a presidio delle tribù in lotta tra loro più che a difesa dei sardi dall invasioni di popoli d’oltremare.
Ma Lussu descrive impietosamente, essendone stato protagonista primo, l’epopea e il rinsecchimento del movimento combattentistico del primo dopoguerra, accomunandolo alla sorte del movimento socialista e poi anche comunista. Del resto, l’uomo di Armungia mette sempre in luce il carattere sociale e socialista del primo combattentismo e del Psdaz delle origini. Contadini, pastori e operai, insieme all’intellettualità progressista, ecco il blocco sociale della rivoluzione sarda, che Lussu vede nascere nelle trincee e nella gallerie delle miniere, e che acquista forma politica nel movimento combattentistico, nel Psdaz e nel partito socialista e poi anche comunista. A questo proposito Lussu cita spesso il manifesto di Gobetti che appunto vede nei contadini e negli operai il fulcro della rivoluzione italiana, al pari di Gramsci, che non a caso è - come Lussu - anche federalista.
Lussu, nella sua riflessione, individua un precedente nel movimento antifeudale di Giommaria Angioy, che però considera una fiammata per la sua breve durata e per la repressione terroristica che non ne lasciò traccia, anche perché i Savoia accompagnarono la repressione spietata e sanguinaria ad un’operazione politica di costruzione di un blocco sociale reazionario e moderato. L’abolizione del feudalesimo a vantaggio degli ex feudatari e la “fusione perfetta”, ossia la cancellazione di qualsiasi soggettività statuale dei sardi, col consenso e la spinta dei sardi stessi, sono il segno del pieno successo di questa operazione. Del anche la disfatta di Angioy e’ in larga parte dovuta ai sardi stessi, i ceti professionali delle citta’, sopratutto di Cagliari, presto passati dal  fronte dei cc.dd. “novatori” all’alleanza coi feudatari, l’aristocrazia e l’ alto clero.

Lussu descrive anche come il movimento combattentisco viene evirato e privato del suo carattere rivoluzionario e socialista. Sono sempre i Savoia a guidare l’operazione, stavolta affidandosi alla violenza fascista, espressione del blocco industriale e agrario, che impediscono qualsiasi libertà d’azione agli oppositori, riducendoli al silenzio o privandoli della stessa libertà personale. Nel ventennio non pochi dei vecchi dirigenti sardisti si ritirano in un dignitoso silenzio, esercitando le loro professioni o amministrando i loro beni, rimangono puri, non hanno amicamenti col fascismo, ma perdono qualsiasi carica rivoluzionaria, diventano degli onesti conservatori, a differenza del manipolo capeggiato dal Lussu che si oppone, confluisce nella Resistenza nazionale e internazionale, va a combattere e a morire in Spagna come il giovne sardista paulesu Giuseppe Zuddas, che muore a Montepelato.
Il rapporto col fascismo segna lo spartiacque fra sardisti moderati e sardisti-socialisti, fedeli allo spirito rivoluzionario della prima ora. Lussu, analizzando il secondo dopoguerra, mette magistralmente in luce anche l’opera sottile di riassorbimento in una prospettiva moderata dei messaggi e del lascito della Resistenza, condensato essenzialmente nella Carta Costituzionale. “Siamo - dice - in regime di democrazia, di democrazia repubblicana per giunta”, ma “solo formale e costituzionale”. “E l’anticomunismo, che pure porta la ste.ssa marca di quell’epoca, è solo politico e demagogico, non squadristico. Tuttavia, la situazione, proprio per gli stessi antichi motivi che si ripetono, è abbastanza confusa, non molto meno di quanto lo fosse venticinque anni fa”, ossia quando fu avviata l’operazione di tacitare le spinte radicalmente rinnovatrici del movimento combattentiso e socialista nel primo dopoguerra. Insomma, con la repressione violenta o con modalità formalmente democratiche la Sardegna e l’Italia non hanno conosciuto quel processo di radicale trasformazione democratica e sociale per la quale i Gobetti, i Lussu e i Gramsci si son battuti mettendo a repentaglio la propria vita e la propria libertà. A questa mancanza si deve la situazione attuale, che mostra una preoccupante fragilità anche sul piano della tenuta della democrazia formale. In Sardegna la svolta moderata e consevatrice dei sardisti avversari di Lussu produce i suoi frutti avvelenati anche oggi coi governi sardoleghisti, ben peggiori delle giunte moderate democristiano-sardiste degli anni ‘50.

Fonte: Democrazia Oggi

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