Giuseppe Caboni

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In questo scritto si pone al centro della riflessione il tema del rapporto fra dirigenti e masse popolari, che - secondo la tradizione della sinistra - dev’essere permanente ed organico, e ancora il nodo della comunicazione, fondamentale per orientare i ceti popolari e sottrarli all’egemonia delle destre. I dirigenti storici della sinistra prestaroo molta attenzione a questi aspetti, innervando il partito nelle reltà popolari e nei luoghi di produzione e fondando giornali, periodici e pubblicando libri contenenti analisi e ricostruzioni storiche.
Anche Lussu fu molto attento a questi aspetti, come ci dice Giuseppe Caboni in questo breve scritto.
Oggi, invece, c’è una vera e propria frattura fra ceto politico e strati popolari, al più la relazione è clientelare o di scambio, mentre la comunicazione è affidata a trasmissioni televisive o al web in modo molto superficiale e solitamente propagandistico. Qui sta forse la migliore attestazione del “non essere a sinistra” di aggregazioni che si autodefiniscono partiti e per di più di sinistra, senza esserlo neppure lontanamente. (a.p.)

Uno dei paradigmi coniati da Lussu è stata l’incapacità dei dirigenti socialisti e democratici di capire la consapevolezza e la disponibilità dei lavoratori, della piccola borghesia e delle classi popolari, nella possibile resistenza al fascismo (nel suo affermarsi) e al nazismo (la difesa di Roma).
E quindi il dovere dei responsabili politici di proporre idee, attività, battaglie.
Ma per un governo dei lavoratori, non amico dei lavoratori, come ha precisato a Corsi, nella nota lettera sull’”essere a sinistra” el 1957.
E quindi, sempre, dirigenti e masse insieme nelle lotte e nelle istituzioni. Accennerò a questo proposito, ad un tema fondamentale, che è oggi sempre più importante: quello delle forme comunicative, degli strumenti necessari per rendere concreti e fecondi i rapporti fra dirigenti politici e grandi masse.
Tutte le forze antifasciste e democratiche hanno avuto ben presente l’importanza della comunicazione politica. Da qui lo sforzo per giornali, testi programmatici, altri materiali di propaganda nella lunga lotta contro il fascismo.
E quindi, l’accanimento della repressione, da parte dell’OVRA e degli altri organi del regime, di ogni forma di propaganda.
L’impossibilità o difficoltà di comunicare le direttive per l’azione è stato in molti casi un dramma decisivo. Ricordo, per esempio, Giaime Pintòr che, come raccontato da Enzo Forcella, girava per Roma armato solo di un megafono, dopo l’8 settembre, per chiamare i cittadini alla difesa della città contro l’avanzare dei carri armati nazisti.
Il fascismo era ben consapevole della forza della propaganda, dei rapporti d’informazione fra dirigenti e masse organizzate contro il regime.
I migliori dirigenti di quella che avrebbe potuto essere un’Italia libera diversa, sono stati soppressi anche o proprio per le loro capacità di mobilitazione e di comunicazione: Gobetti (l’editoria), Rosselli (la stampa di G.L., radio Barcellona), Gramsci (la stampa torinese), Ginsburg (l’Italia libera).

Fonte: Democrazia Oggi

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