Fernando Codonesu

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Un’idea del giorno prima

Tutto scontato e perfino noioso.
Un copione già scritto, con il classico “a volte ritornano” e aspettando Renzi per la concelebrazione della festa con il vitello grasso e tutti felici e contenti come prima e più di prima.
In quell’ambiente si sostiene sempre che l’amore e il perdono guidino i passi e le scelte degli uomini e al bando ogni idea di dare a Cesare quel che è di Cesare, di rivalsa o peggio di vendetta.
E nel fare festa con il vitello grasso, felici quelli che stanno seduti a tavola comodamente e il più vicino possibile al capo, è naturale, che per gli altri c’è tempo o meglio, chi se ne frega.
Non c’è più il segretario Zingaretti che ha fatto una denuncia talmente pesante nei confronti del PD da essere costretti a pensare subito all’autoscioglimento per indegnità e invece no, esce dal cappello del prestigiatore (quanti sono?) la soluzione di Mandrake o Superman, appunto Enrico Letta, che viene chiamato a raccogliere e ricomporre i cocci del partito (intervista a Zoro, Propaganda live).
Ce la farà?
L’uomo ha molte qualità, risorse, energie, buone frequentazioni nelle posizioni che contano e sicuramente si cimenterà con tutte le sue forze in questo compito immane.
E noi gli facciamo i migliori auguri.
Una cosa è certa: si dovrà guardare più dagli amici interni, confidando anche sullo sguardo benevolo di chi lo conosce bene, sta lassù e tutto vede e tutto controlla, perché da quegli stessi amici sono venute nel passato recente le profonde pugnalate alla schiena e ai fianchi che pare abbia già dimenticato (forse, nda) piuttosto che dagli avversari esterni, perché questi ultimi fanno il loro mestiere, quindi sono prevedibili e si possono prendere le contromisure. Come sempre gli avversari fanno il loro gioco, il tradimento è roba degli amici!
Si sa che da tanti anni la scelta di campo del PD riguarda gli spazi delle ZTL, di Via Monte Napoleone a Milano o del quartiere Parioli di Roma, il neoliberismo in economia e la legge del mercato che non solo non si tocca, ma non si può nemmeno discutere almeno da 50 anni a questa parte, da quel lontano discorso all’Università di Roma fatto da Lama, allora alla guida della CGIL, che aprì al padronato con il riconoscimento che il salario non poteva essere considerata una variabile indipendente, senza alcuna contropartita per i lavoratori.  Da quel discorso scaturì una reazione sconsiderata di settori dell’autonomia operaia che portò alla sua cacciata dall’Università.
In seguito ci fu un imbarbarimento con gli anni piombo, che un noto giornalista chiamò “la notte della repubblica”, di lì a poco ci fu il sequestro Moro, poi vennero gli anni 80, la caduta del muro di Berlino nell’89, la caduta dell’Unione sovietica, la Bolognina del suicidio politico volontario del PCI di Achille Occhetto ancorché non richiesto da nessuno, la nascita del PDS, i DS, il Partito popolare, l’Ulivo di Prodi, la Margherita, il PD del 2007, ecc., ecc.
E intanto c’era stata internet, l’invasione dell’Iraq, l’avanzata tumultuosa della globalizzazione, lo sviluppo del digitale, la nascita delle grandi piattaforme informatiche e dei social network, le politiche e le economie della sorveglianza sempre più spinte (vedi Shoshana Zuboff)  e fagocitanti di interi popoli ad ogni latitudine del globo, l’aumento vertiginoso delle diseguaglianze, lo svuotamento e il superamento dei partiti di massa non solo in Italia, la continua politica di rapina delle risorse delle materie prime negli stati più poveri del mondo a vantaggio di quelli più ricchi, la continuazione dei genocidi dei popoli nativi in varie zone del terzo e del quarto mondo, il salto di scala per alcuni studiosi irreversibile della presenza della CO2 in atmosfera, una rapida ridefinizione del potere a tutti i livelli e a tutte le latitudini, con il depauperamento delle risorse primarie di ampie parti del mondo a favore dell’occidente.
Il cambiamento climatico e i grandi fenomeni migratori con i suoi grandi flussi determinati anche e soprattutto da guerre, carestie e condizioni climatiche dei paese di origine.
Insomma, l’inferno alle porte dei nostri stati e del mondo occidentale e la schiavitù all’interno, a casa nostra, dei vecchi e dei nuovi lavoratori con scarse o senza tutela alcuna.
Tutti temi, questi, in cui un partito di sinistra avrebbe potuto trovare ascolto tra ampie e larghe masse popolari, ma il lessico moderno è cambiato e questo è un mondo che esercita una scarsa attrattiva per i maggiorenti del PD.
Anche il lessico è cambiato, non è più tempo di masse, ora si parla di moltitudini, di gente, di individui e di persone all’interno delle quali si muovono le “maschere” più che i volti (Pirandello).

I lavoratori, i poveri, gli esclusi si citano in qualche rappresentazione, tanto per parlarne, qualche volta in un’occasione più o meno solenne, ma fanno parte di quella versione del capitalismo compassionevole che si traduce in qualche elemosina di tanto in tanto, ma sempre nella logica che  tutto viene deciso dal mercato e dai suoi equilibri farseschi, indipendentemente dal ruolo dello stato che non dovrebbe intervenire mai come attore principale e possibilmente nemmeno quale ente di regolazione. Salvo ricorrervi in periodo di crisi, di ricorso alla cassa integrazione, di ristori, pardon, sostegni, tutto possibilmente a fondo perduto.
Se poi una buona volta si parlasse di lavoro e di un partito del lavoro, un partito di sinistra finalmente, visto che la stragrande maggioranza della popolazione di questo paese continua a guadagnarsi il pane con il sudore della fronte non sarebbe mai troppo tardi e ci sarebbero tutte le condizioni perché un tale partito avesse un largo seguito.
Ma parlare di lavoro e di lavoratori da anni non è più nelle corde dei gruppi dirigenti di quel partito, per cui  si preferisce ritornare sui propri passi verso un cammino conosciuto e con attori di consolidata frequentazione.
Se ne sta uscendo in maniera più che chiara: recidendo definitivamente quel poco di sinistra che restava, quale vago ricordo nel dna rintracciabile nel cordone ombelicale di quel partito.

Scenografia

La scenografia è sobria perché la sobrietà caratterizza i nostri giorni di piena pandemia e perché sobria è la persona che sta per prendere la parola in qualità di futuro segretario del Partito Democratico.

Sul fondo di colore azzurro campeggia lo slogan del PD di Zingaretti “dalla parte delle persone”, che fa pensare Tutto è come prima e fa tornare alla mente il fortunato slogan di una nota catena nazionale di supermercati “persone oltre le cose”. Naturalmente è facile dire Meno male che non hanno scritto “dalla parte della gente” perché gli atti, i comportamenti e i vari passaggi del PD di governo questi ultimi anni conducono più alla parola “gente” che non alla parola “lavoratori”, ma su questo specifico uso del lessico di Letta ritorneremo.
Nel podio dell’oratore campeggia il colore giallo vaticano, o se preferite papalino, e poi, introdotto dalla presidente del partito Valentina Cucchi, interviene Enrico Letta, unico candidato alla segreteria di un partito democratico sempre più dilaniato dalle correnti interne e incapace di proporre una sua identità al popolo della sinistra e/o di centro sinistra.
Non c’è nessun cenno di rosso, tranne una borraccia di colore rosa-fuxia, (effetto dello schermo?), che riporta la scritta Bella ciao della nota canzone partigiana.
Ecco, questo è quel che resta del giorno, il legame con la storia del partito e il popolo della sinistra, anzi chiamiamolo Link che è più moderno e fico!
Dopo queste annotazioni di colore che però sono simbolo, sostanza e messaggio comunicativo osservo che Enrico Letta è persona mite, preparata, competente e noto interlocutore qualificato dei luoghi decisionali in Europa e nel nostro paese.
Bentornato, dunque, dall’esilio francese, caro Letta e che questa volta vada meglio rispetto al 2014 a te e al tuo partito, di quel disgraziato anno di cui si ricorda quel triste, penoso  avvilente e brutale scambio della campanella con il tuo tronfio successore Renzi, senatore di Rignano condannato per volontà popolare espressa mediante mano referendaria come colpevole di tentato scasso della Costituzione e recentemente salito agli onori delle cronache quale personaggio aduso a leccare i piedi del principe saudita Bin Salman, che con le mani ancora lorde del sangue del giornalista oppositore Kashoggi fatto a pezzi dalle sue squadre speciali, lo benedice a sua volta come esponente del senato italiano, ahinoi! E il nostro trombettiere Renzi a parlarne e lodarlo come Lorenzo il Magnifico, ma questa è un’altra storia.
Va pure detto, ad onor del vero, che il pisano Letta e il fiorentino Renzi hanno storie abbastanza somiglianti, provengono dallo stesso ambiente politico, la Democrazia cristiana, pardon il Partito Popolare da giovani, o meglio la Margherita da adulti, e da ragazzi sono cresciuti nel medesimo oratorio o giù di lì.

Letta parla da segretario del PD che sarà eletto da lì a poco con una maggioranza mai vista, un unanimismo di facciata imbarazzante, frutto della evidente crisi strutturale di questo partito.
Dice tante cose, Letta, alcune sicuramente interessanti e condivisibili anche dalla sinistra, ma fondamentalmente, il suo è un discorso di centro, da nuova democrazia cristiana 100 anni dopo la prima formazione politica che diede origine a quel partito, quel Partito Popolare fondato nel 1919  da Don Luigi Sturzo, riproposto con lo stesso nome nel gennaio del 1994 a seguito dello scoppio della vicenda Mani pulite, con segretario Mino Martinazzoli, e appena preconizzato nuovamente da Delrio.
Ed è pensando al ritorno dei corsi storici che mi sento di dire che Letta fa un passo indietro, ma citando al contrario il noto libro Un passo avanti e due indietro di Vladimir Lenin, nelle sue intenzioni, con la sua candidatura a segretario, è evidente la voglia di fare “due passi avanti” e su alcuni dei punti programmatici elencati nel suo discorso da candidato a quel ruolo Letta è degno di fiducia e va preso sul serio, anche dalla sinistra.
Su altri punti del discorso è altrettanto doveroso fare una critica puntuale e di merito perché esplicitano al meglio le sue scelte di campo perché mi fa ripensare al detto di ritorno del tempo che fu, che detto  alla rovescia suona proprio come “moriremo democristiani”.

Le dichiarazioni del giorno prima

Quanto mai singolari e bene auguranti, si fa per dire, sono le dichiarazioni  del giorno prima di alcuni esponenti di punta del PD (Ansa, 12/03/2021):
“Buone notizie dalle parole con cui Enrico Letta ha annunciato la sua candidatura. Ora al lavoro tutti insieme per la rigenerazione del Pd. Per un grande partito popolare”, ha scritto il capogruppo del Pd alla Camera, Graziano Delrio
“Bene la disponibilità di Enrico Letta. Ora al lavoro per un Pd più forte”, ha commentato il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, alla candidatura di Enrico Letta.
“I senatori Pd assicurano la massima collaborazione parlamentare ad Enrico Letta. Europeismo, sicurezza sanitaria ed agenda Draghi per rilanciare il Pd”, ha scritto su Twitter il capogruppo Pd al Senato, Andrea Marcucci.

Mettendo insieme le dichiarazioni di Delrio e quella di Marcucci si potevano già individuare  compiutamente il perimetro e i contenuti del discorso di Enrico Letta. Si badi bene, un grande partito popolare e l’agenda Draghi per rilanciare il PD.
E volete continuare ad aspettare la sinistra!
Certo, un discorso da segretario di partito in pectore, ma è stato anche e soprattutto un discorso programmatico da futuro Presidente del Consiglio e anche questo può essere salutato e accolto positivamente, almeno da un certo punto di vista.
Per il resto si tratta di un discorso da democristiano moderno, 100 anni dopo Sturzo e 27 anni dopo Martinazzoli, certo in continuità con i segretari che si sono succeduti alla guida di quel partito, ma con qualche significativo distinzione di non poco conto da sottolineare.
Eccolo sul podio

Letta ha parlato per 65 minuti e mezzo.
La storia per lui sembra incominciare nel 1989 con la caduta del muro di Berlino.
Nel Pantheon di Letta non ci sono i Gramsci o i Berlinguer e non si parla mai della sinistra quale parte della propria storia,  ma ci si ferma a Delors, Prodi, Andreatta, papa Francesco, Pirandello con il suo I giganti della montagna, tramite la rappresentazione teatrale di Gabriele Lavia e pochi altri.
Non viene mai usato il termine compagni, neanche per sbaglio, non esistono le classi, ancorché recentemente, per citare un noto esponente del mondo finanziario internazionale,  Warren Buffet ha ricordato che la lotta di classe continua ad esistere solo che l’hanno vinta i capitalisti e non i lavoratori, non esistono le masse degli sfruttati o le masse popolari.
Nel lessico di Letta esistono le persone, il territorio viene declinato con prossimità, si parla dell’articolo 49 della Costituzione e quando si parla di lavoro fondamentalmente ci si rivolge agli imprenditori per proporsi come interlocutori preparati, competenti e affidabili.
Come dargli torto? Questo è il suo mondo e il mondo del PD.
Di seguito vengono presi in considerazione, dal mio punto di vista, i punti più significativi del discorso di Letta.

Fonte: Democrazia Oggi

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