Tonino Dessì

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Sabato 2 ottobre il programma di Rai3 PresaDiretta ha trasmesso un lungo servizio sui campi di fracking statunitensi, che hanno contribuito negli ultimi vent’anni alla totale autonomia petrolifera degli USA, tanto che già durante la Presidenza Bush jr era stata cancellata la legge che vietava le esportazioni petrolifere dagli USA verso paesi terzi, con l’eccezione delle forniture garantite al Canada da un trattato.
Ricordo che Obama non riuscì a contenere questa nuova modalità di estrazione del petrolio dagli scisti bituminosi sotterranei, mentre solo a fine mandato, con un ordine esecutivo emanato proprio negli ultimi giorni di presidenza, bloccò le autorizzazioni a perforare l’Alaska per estrarvi petrolio, gas e carbone, rilasciate sempre sotto Bush jr.
Trump le ripristinò appena eletto.
Le conseguenze ecologiche e i connessi effetti economici e sociali del fracking in Texas sono stati spaventosi e Biden aveva promesso in campagna elettorale di sospendere queste estrazioni.
Per ora tuttavia nulla di fatto.
Mi è parsa una scelta opportuna, da parte degli autori del servizio televisivo, far vedere cosa accade in un Paese sviluppato e non più solo quello che accade in Africa, in Paesi come il Niger e altri, dove è certamente peggio, ma che ai più sembrano realtà troppo aliene e comunque lontane, verso le quali al massimo levare le nostre voci “anticolonialiste” e “antimperialiste”, lavandocene poi bellamente la coscienza.
Dopo aver ascoltato le interviste riportate dal servizio non solo ai poveri cittadini texani colpiti dagli effetti delle estrazioni sul territorio, ma anche a molte persone legate al mondo petrolifero (dirigenti, ma anche dipendenti) ho tuttavia pensato che Greta Thumberg rischia di non potercela mai fare e noi con lei.
Tanto più che in occasione della ripresa delle attività di Greta e di Fridays For Future della trascorsa settimana è stata lanciata da molti media conservatori una potente campagna denigratoria, non solo nei confronti della giovane attivista, ma proprio nei confronti della generazione che la segue.
Riporto di seguito uno stralcio del commento attribuito a un giornalista di SkyNews Australia, che è stato rilanciato a tappeto da siti e profili non solo negazionisti e reazionari in materia di crisi ambientale, ma guarda caso anche di crisi pandemica.
“Voi siete la prima generazione che ha preteso l’aria condizionata in ogni sala d’aula; le vostre lezioni sono tutte fatte al computer; avete un televisore in ogni stanza; passate tutta la giornata a usare mezzi elettronici; invece di camminare a scuola prendete una flotta di mezzi privati che intasano le vie pubbliche; siete i maggiori consumatori di beni di consumo di tutta la storia, comperando in continuazione i più costosi capi di abbigliamento per essere trendy; la vostra protesta è pubblicizzata con mezzi digitali e elettronici. Ragazzi, prima di protestare, spegnete l’aria condizionata, andate a scuola a piedi, spegnete i vostri telefonini e leggete un libro, fattevi un panino invece di acquistare cibo confezionato. Niente di ciò accadrà, perché siete egoisti, maleducati, manipolati da persone che vi usano, proclamando di avere una causa nobile mentre vi trastullate nel lusso occidentale più sfrenato. Svegliatevi, maturate e chiudete la bocca. Informatevi dei fatti prima di protestare”.
Inutile sarebbe dire che mio figlio diciannovenne, il quale venerdì scorso, insieme alla sua classe ha aderito allo strike di FFF, non mi ha mai chiesto nulla di quanto gli rinfaccia questo malevolo giornalista. Semmai si è trovato nella situazione di poter godere di questi privilegi perché la mia generazione ha colpevolmente contribuito a costruire questa realtà (che tuttavia in Congo, Paese natale di mio figlio, non è esattamente la normalità in cui vivono nè i ragazzi nè la popolazione adulta e lui se lo ricorda fin troppo bene).
All’appena diciannovenne Greta Thumberg, che ha duramente e senza concessione alcuna contestato il vacuo “bla bla” dei leader mondiali sul tema ambientale, in questi giorni non è stato risparmiato nulla, compresi gli apprezzamenti per l’aspetto fisico (“E’ brutta!”), il dileggio per la sua gestualità (“Isterica, inquietante!”), le illazioni sulla sua lucidità psicofisica (“Ha l’Asperger!”).
Poi l’ovvio, complottista “Ma chi c’è dietro, chi la paga?”.
Eppure ormai si sa abbastanza, perché mica al tempo dei “media totali” si possono nascondere troppo, certe cose. Si pensi allo scoperchiamento dei “Pandora Papers”, che hanno rivelato le pratiche di evasione fiscale attraverso i “paradisi offshore” di migliaia di note personalità del mondo politico, economico, dello spettacolo in tutto il Mondo!
L’organizzazione personale che sta dietro di lei è la sua famiglia. Non ne risulta altra, nonostante tutti gli ovvi tentativi di frugarci sopra.
Se invece per organizzazione si intenda Fridays For Future, ormai è un movimento policefalo mondiale che Paese per Paese si organizza e si finanzia il tanto necessario a dei ragazzi per fare quello che riescono a fare, trascinando tuttavia sempre più anche un bel po’ di adulti.
Esemplare la vicenda della “Greta ugandese”, Vanessa Nakate, giovane attivista ambientalista in una delle realtà più colpite e pericolose del continente africano, quella centrale gravitante tra il fiume Congo e il bacino dei Grandi Laghi, che nei giorni scorsi ha affiancato nella scena mondiale la quasi coetanea svedese.
Ragazze e ragazzi tosti e capaci di sfidare pericoli personali che ormai la gran parte degli adulti non vorrebbe mai correre.
Chi c’è dietro il crescente consenso di opinione nei confronti della Thunberg?
C’è l’avallo della gran parte della comunità scientifica mondiale, che finora ha studiato, scritto e denunciato quasi inutilmente.
Illuminante e opportuno a tal proposito il Nobel per la Fisica appena assegnato agli studiosi Parisi, Manabe e Hasselman, all’uno per gli studi sul disordine nei sistemi complessi a livello planetario, agli altri due per gli studi sulle conseguenze delle emissioni di CO2 sul riscaldamento globale. Proprio l’italiano Parisi, nelle interviste rilasciate ai TG italiani, ha elogiato i colleghi Manabe e Hasselman e ha sottolineato la complementarietà metodologica dei rispettivi studi con i suoi.
Chi abbia nel corso della propria maturazione politica assimilato l’ambientalismo sa benissimo che l’allarme sul cambiamento climatico (lanciato dalla gran parte degli scienziati ormai da più di trent’anni) ha cominciato a essere preso in considerazione in politica prevalentemente perchè il fenomeno sta acutizzando una crisi ecologica che già è devastante di suo e che ormai non può più essere celata, in quanto sta colpendo direttamente anche la “metropoli” sviluppata e benestante.
Il fatto che una parte del mondo economico e produttivo stia orientandosi verso un tentativo di transizione energetica non può essere demonizzato sposando un nuovo negazionismo.
Il punto focale è che la questione tocca proprio il cuore delle prospettive economiche contemporanee: certo, anche di quelle capitalistiche.
Restare fermi a tecnologie mature, ma ormai obsolete, condizionate proprio dal ricorso alle fonti fossili e perciò da costi ambientali ormai non sostenibili, o puntare sulle frontiere delle nuove tecnologie, che comportano il ricorso anche sostitutivo a fonti energetiche diverse?
Ci sono soggetti economici che da queste nuove tendenze intendono trarre profitto, “cogliendo la palla al balzo”?
Quando leggo questa domanda posta da persone “di sinistra”, penso che alle volte nella nostra “critica al sistema” siamo persino comici.
È esattamente come dire che Big Pharma ha colto al balzo l’occasione della pandemia per produrre profittevolmente i vaccini.
Ma cosa ci si aspetta, che gli altri stiano fermi a guardare mentre noi illanguidiamo nelle nostre disillusioni?
Infine, a giudicare da quello che si è visto nel servizio di PresaDiretta, emerge la conferma che lo scontro apertosi (che ovviamente ha in palio anche la destinazione dei finanziamenti pubblici alla ricerca, alla produzione, alla distribuzione) è diventato sempre più sordo, durissimo, senza esclusione di colpi.
È questo scontro, che ha caratterizzato le due ultime elezioni presidenziali statunitensi ed è in realtà questo, il centro del nuovo conflitto asimmetrico fra USA e Russia e fra USA e Cina.
Uno scontro che tuttavia, fra le grandi potenze e fra i soggetti economico-finanziari che sostengono i rispettivi regimi politici, non è alternativo, bensì competitivo, perché ancora non intende mettere in discussione la struttura dei rapporti sociali del modello dominante.
Perciò il fenomeno Greta va assunto nella sua complessità, ma anche nella sua genuinità.
Greta Thumberg è al momento la maggiore interprete di una grande opinione pubblica planetaria che cerca di introdurre in questo scontro in pieno svolgimento un elemento di considerazione del fattore umano e del connesso fondamentale tema della giustizia sociale, geografica e generazionale.
In difetto quello scontro sarebbe giocato ugualmente, ma su piani strettamente geopolitici ed esclusivamente nell’ambito degli interessi dei poteri forti.
Sostenere Greta Thunberg e il movimento che ha messo in piedi perciò non è neppure una scelta: è la sola opportunità che abbiamo in questo momento storico.

Fonte: Democrazia Oggi

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