Andrea Pubusa

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Lussu ha più volte e puntigliosamente ricordato come è nato lo Statuto sardo, narrando di vicende di cui lui fu un protagonista primario. E’ nota la sua posizione. Poichè lo Statuto siciliano fu elaborato in tempi stretti e riconosceva alla Sicilia poteri legislativi e amministrativi molto ampi, Lussu propose di estendere alla Sardegna la Carta sicula. Aveva parlato di questa ipotesi con De Gasperi e con lo stesso presidente della Repubblica, ottenendo un assenso, ma incontrò l’opposizione proprio della Consulta regionale sarda, che riteneva poco dignitoso avere uno Statuto fotocopia, anche se in realtà iniziavano a manifestarsi i dubbi e le perplessità nei confronti delle autonomie regionali e di un’ipotesi, quella siciliana, che consentiva uno sviluppo di tipo federale.
Ma quale era la differenza di fondo fra la bozza siciliana e quella sarda? La prima all’art 14 recita:”L’Assemblea, nell’ambito della Regione e nei limiti delle leggi costituzionali dello Stato, senza pregiudizio delle riforme agrarie e industriali deliberate dalla Costituente del popolo italiano, ha la legislazione esclusiva sulle seguenti materie: a) agricoltura e foreste; b) bonifica; c) usi civici; d) industria e commercio, salva la disciplina dei rapporti privati; e)    incremento    della    produzione    agricola    ed    industriale;    valorizzazione, distribuzione, difesa dei prodotti agricoli ed industriali e delle attività commerciali; f) urbanistica;
g)    lavori    pubblici,    eccettuate    le    grandi    opere    pubbliche    di    interesse prevalentemente nazionale; h) miniere, cave, torbiere, saline; i)  acque  pubbliche,  in  quanto  non  siano  oggetto  di  opere  pubbliche  d’interesse nazionale; l) pesca e caccia; m) pubblica beneficenza ed opere pie; n)  turismo,  vigilanza  alberghiera  e  tutela  del  paesaggio;  conservazione  delle antichità e delle opere artistiche; o) regime degli enti locali e delle circoscrizioni relative; p) ordinamento degli uffici e degli enti regionali; q) stato giuridico ed economico degli impiegati e funzionari della Regione, in ogni caso non inferiore a quello del personale dello Stato; r) istruzione elementare, musei, biblioteche, accademie; s) espropriazione per pubblica utilità”.

Il testo per la Sardegna invece aggiunge il limite della legislazione statale. Quindi, osserva Lussu, la potesstà legislativa primaria siciliana incontra solo i limiti della Costituzione e delle grandi riforme sancite dalla Costituzione, per la Sardegna invece valgono anche i limiti delle grandi riforme poste con leggi ordinarie, ossia introdotti volta per volta dal parlamento nazionale. Lussu ritiene questa differenza sostanziale perché nel caso della Sardegna la potestà legislativa primaria è limitata anche da semplici leggi ordinarie statali. Insomma, mentre per la Sicilia lo Stato non può con sue leggi introdurre limitazioni che non sia contenute nella Costituzione o in leggi costituzionali, e quindi anche la sovranità statale è limitata, per la Sardegna la sovranità dello Stato è incontrastata entro i limiti generali posti dalla Costituzione. Può apparire un sottile gioco di parole proprio dei legulei, ma non è così. C’è in gioco la sovranità, di cui la Sicilia è contitolare, mentre la Sardegna no, è soggetta a quella statale espressa con le leggi ordinarie. Ed è, a ben vedere,  su questo delicato confine che si gioca la differenza fra autonomia e federalismo.
Lussu, com’è noto, votò lo Statuto sardo per paura di un rinvio dell’approvazione al parlamento da costituire, ma espresse sempre giudizi fortemente critici: lo statuto sardo è “una creatura poliomelitica, infelicemente allevata“, sta alla famigliao dei felini come il gatto e non come il leone. L’attuazione, poi, in un ordinamento non regionalista, ma accentrato per la mancata istituzione delle regioni ordinarie, ha determinato di fatto un ulteriore svuotamento dell’autonomia sarda e un ridimensionamento anche di quella siciliana.
La critica di Lussu è ormai un fatto storico del tutto superato e inattuale? O la si può assumere a base della riflessione  per una revisione dell’ordinamento in chiave federalista? Forse sì. La base lussiana e’ solida ed equilibrata, lontana da velleita’ separatiste. Tanto più che, a ben vedere, questa era anche la prospettiva del movimento angioyano, il primo tentativo di fuoriuscita dalla subalternità storica dei sardi. Può apparire un azzardo, si può dire che la Sardegna ha avuto nel lontano 1796, sì nel 1796!, nella primavera di quell’anno, nel corso della mitica cavalcata dell’Alternos da Cagliari, a Sassari e al Logudoro, un progetto di autogoverno della Nazione sarda? Si può sostenere che quel pensiero come un fiume carsico è sempre stato vivo e che è riemerso un secolo e mezzo più tardi, concretandosi nello Statuto speciale? Molti lo sostengono e individuano perfino i soggetti (Tuveri anzitutto) che hanno mantenuta accesa la fiaccola, passandola di mano in mano fino al movimento combattentistico-socialista e agli anni liberatori dell’Assemblea costituente del 1946. Ma qui sorge un ulteriore quesito. Lo Statuto sardo, visto dalla “Nazione sarda”, è una carta data da sé o è una Carta ottriata, concessa? Certo, nasce da un processo popolare e da organi democratici, quale certamente fu l’Assemblea costituente, eletta direttamente dal Corpo elettorale, ma rispetto alla visione angioyana è fuor di dubbio che era eteroimposta, la “sarda nazione” non era considerata neppure come esistente nel 1946 se non da qualcuno, mentre nel 1796 molti pensavano che esistesse e così credeva e diceva Angioy e il gruppo dirigente che gli stava attorno. Vedendo questo processo con gli occhi del gruppo degli angioyani, lo Statuto speciale non è certamente una carta autoprodotta. Ma non lo erano neanche le leggi fondamentali a garanzia del Regnum Sardiniae, ch’erano contenute in trattati internazionali, stipulati non certo coi sardi. Sta qui, nell’essere in qualche modo ottriato, la ragione del carattere insoddisfacente dello Statuto? Una Carta d’autogoverno o di autonomia, per essere tale, deve anzitutto essere prodotta da forze interne e fondarsi sulla storia della comunità di riferimento. Ma, se è così, ecco un altro quesito: quali sono i legami fra lo Statuto e la tradizione sarda di autogoverno? Certo, qualche similitudine c’è. Anche Angioy, prima dell’esilio, dava per scontato, come portato della storia, e, piu’ realisticamente, degli equilibri internazionali, il rapporto della nazione sarda con i possedimenti di terraferma dei Savoia, e del Regno sardo con altri territori della Corona. Insomma, non si versava in un caso di indipendenza ma di relazione con un altro ordinamento, con uno spiccato e intangibile potere legislativo e con delle pregogative, giuridizionali ed amministrative, inderogabili. Certo, poi anche lì, c’è una costituzione formale e una materiale e mentre quella è presidiata dal leggi fondamentali immodificabili anche dal re, la seconda è il risultato di un’opera di erosione per mano degli organi dell’ordinamento facenti capo al re. Il gruppo degli angioyani è sulla costituzione formale che punta per contrastare prassi e condotte volte a svuotare surrettiziamenti le leggi fondamentali del Regnum Sardiniae, lo scontro, aspro e poi la reazione nasce proprio dal fatto che Angioy e il suo movimento nella primavera del 1796 ritengono giunto il momento di una messa a punto della quetione istituzionale sarda, richiamando le leggi fondamentali e i trattati internazionali, fino a quello di Londra del 1720, emendandoli dagli elementi spuri che i feudatari, i viceré e le segreterie di Stato avevano pian piano arbitrariamente introdotto. E’ certo tuttavia che lo scontro non avvenne su una ipotesi indipendentista, ma piuttosto su una linea di autogoverno. Anche Lussu è fieramente contro l’indipndentismo e per un’ipotesi di autogoverno di tipo federale Ecco, dunque, una osservazione apparentemente insensata: nella posizione di Lussu (espressione del combattentismo sardista e socialista) per l’autogoverno della Sardegna si sente l’eco dell’elaborazione di Angioy e del suo movimento sui rapporti fra Regno sardo e Corona. Per la riforma dello Statuto può trarsi ispirazione da questa risalente tradizione latamente federalista? Pura follia? Puro esercizio mentale? Chissà?! Certo, se una carta di auitogoverno deve fondarsi sul pensiero di chi intende autogovernarsi il pensiero su cui poggiarsi e’ quello che va da Angioy  a Lussu. E federalista era anche Gramsci.

Fonte: Democrazia Oggi

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