Tonino Dessì

image

L’intervista al Presidente della Regione Solinas, pubblicata su La Nuova Sardegna di sabato, 22 maggio, a me pare rappresenti la quintessenza di quel che è la situazione politica sarda di questa legislatura.
L’impressione di una accurata preparazione della “conversazione” col giornalista suggerisce un rapporto particolare fra le due parti, intendendo qualcosa di più del dovuto rispetto che una testata deve comunque tributare alla massima rappresentanza politica e istituzionale della Regione.
Una chiave di lettura inevitabile sembra potersi rinvenire nel giudizio positivo che il Presidente Solinas formula sul Governo Draghi, non solo a proposito della campagna vaccinale coordinata dal provvido generale Figliuolo.
Intendiamoci, non è che Solinas rinneghi la formula di rito secondo la quale per la Sardegna governi italiani amici non ce ne sono.
Tuttavia è evidente il suo sentirsi a proprio agio rispetto a una compagine governativa italiana nella quale la sua maggioranza sardoleghista ha solidissimi punti di riferimento.
Nel panorama della stampa sarda (in realtà ridotto alle due tradizionali testate cartacee, L’Unione Sarda e la Nuova Sardegna) siamo ormai avvezzi a considerare che la testata principale, quella cagliaritana, è più vicina al centrodestra, ma gode di una relativa autonomia, in quanto il suo editore è un potere economico-finanziario costituito fra i più importanti, in Sardegna, perciò può perseguire insieme, talvolta conciliandoli, tal’altra mettendoli in alternativa istanza, linea politica generale e interessi più contingenti.
La Nuova invece eredita una strutturazione (probabilmente anche qualche patto proprietario e parasociale più o meno esplicito) che la colloca anzitutto collateralmente agli schieramenti della stampa nazionale italiana e più in particolare, specie localmente, vicina al centrosinistra e al PD.
Per entrambe le testate, ma forse più per la seconda, il fatto che in Regione maggioranza e minoranze si trovino a essere frazioni della medesima maggioranza governativa nazionale deve costituire un rompicapo da gestire volta per volta.
Consapevole di questo non considero alla fin fine troppo compiacente l’intervista. Si vede che è concordata, ma nulla di più: resta un decente servizio giornalistico pubblico.
Il fatto è che anche questo finisce per evidenziare ancora di più le incongruenze della rappresentazione fornita dal Presidente della Regione sul complesso della situazione politica.
Tacciamo dell’orizzonte programmatico: qualche banalità nel vuoto pneumatico. La Sardegna al massimo attende il Recovery plan italiano nella mera aspettativa assistenziale eterodiretta dell’elicopter money. Non che non ci siano embrioni di idee in giro, ma obiettivi strategici niente di nulla. Su questo, se la maggioranza difetta, le minoranze non esistono.
Veniamo al nocciolo: il disegno di legge di riordino degli staff politici e delle competenze dell’amministrazione regionale.
Solinas sostiene che implementare gli uffici di gabinetto, verticalizzare gerarchicamente la direzione amministrativa della Regione, avocare alla Presidenza strutture specializzate come il CFVA, ampliare il reclutamento della dirigenza senza concorso, riaprire la scadenza delle nomine per lo spoil system risponderebbe a due esigenze. Ricondurre la burocrazia all’osservanza della politica determinata dal governo regionale e assicurarne, tramite la Presidenza, l’unità di indirizzo.
A sostegno della linea cita proprio il pranzo di Sardara, sul quale adombra nemmeno implicitamente una cospirazione ai suoi danni.
Difficile seguirlo, intanto, su questa esemplificazione.
Troppe persone, troppo eterogenee per funzioni, ma, per la parte più strettamente connessa a funzioni regionali, troppe di loro contigue alla Presidenza, non possono esser dipinte come dei cospiratori contro la Presidenza.
Per quanto, tra infrazione delle norme contravvenzionali anti pandemiche e violazione (penalmente in potenza più grave) di disposizioni che regolano i doveri dei pubblici funzionari, quel pranzo appaia qualcosa di sfacciatamente volgare, anzitutto per l’evidente convinzione di impunità da parte di organizzatori e di partecipanti, qualcosa in quel consesso -trasversale: la presenza di note persone del PD non può esser considerata una casualità- fa intuire che si sia trattato di qualcosa più di spartitorio che di cospirativo.
Perciò poche balle.
Checchè ne inferiscano anche i cronisti e le croniste consiliari dai rumors veicolati ad hoc, nemmeno la norma del disegno di legge sugli staff e sulle direzioni generali, che riaprirebbe di trenta giorni i termini per far decadere tutte le nomine deliberate entro i primi tre mesi della legislatura, può essere interpretata, come vorrebbe far capire anche il Presidente nell’intervista, quale rimedio paradisciplinare a sanzione dei presunti cospiratori.
Non regge.
Io ho una visione differente, in parte derivante dall’esperienza, in parte dall’osservazione e da un certo conseguente intuito.
Nella prassi politico-istituzionale sarda di gestione della Regione, invalsa almeno dalla “novità” introdotta col berlusconismo a partire dalla seconda metà degli anni ‘90, fra centrosinistra e centrodestra ci sono state differenze non da poco.
Il centrosinistra ha sempre cercato di appoggiarsi alla burocrazia esistente e pre-esistente, formatasi in larga misura sotto il consociativismo autonomistico storico. Fin quando quel personale burocratico non ha finito per andar via quantomeno per ragioni anagrafiche, questa linea non è stata priva di conseguenze, non sempre positivamente innovative. Lo dico anche memore di quanto capitò a me. In stretta obbedienza alle draconiane istruzioni presidenziali, concordate in Giunta, ristrutturai quasi completamente il quadro dirigente dell’Assessorato regionale della difesa dell’ambiente, entro i tre mesi canonici, puntando soprattutto su un ricambio generazionale e di genere e sulla rotazione degli incarichi. Suscitai, anche negli ambienti amministrativi e sindacali regionali che nutrivano aspettative fondate su affinità politiche e di partito, un mezzo vespaio. Quando andammo ad approvare collegialmente il quadro generale delle nomine mi resi conto con costernazione che in gran parte i miei colleghi (e non meno la Presidenza), con poche varianti avevano riproposto l’assetto preesistente.
Il comportamento del centrodestra è stato più caratterizzato da altre modalità. L’idea che bisognasse diffidare del legittimismo e del continuismo del personale regionale ascritto alla conformazione della Regione data dalla “sinistra” ha spinto sempre il centrodestra, da Pili, a Masala, a Cappellacci, per ricordare una certa sequenza, a privilegiare nomine di stretta osservanza ideologica, ma soprattutto a tentare di inserire nell’Amministrazione, attraverso varie modalità, personale esterno di varia e spessissimo ambigua provenienza.
Vi è stato chi ha espresso l’opinione che ogni volta che il centrodestra è andato al governo in Sardegna si è assistito a un vero e proprio assalto, più affaristico che clientelare, all’amministrazione regionale.
È un’opinione diffusa, che consegno senza personale commento o aggiunta.
Tutto ciò premesso come indirizzo di metodo, traccio una conclusione sulla situazione attuale.
Un centinaio di ingressi nuovi per affiliazione politica fiduciaria (e congruamente lottizzata dentro la maggioranza regionale), più altri movimenti di posizioni organizzative a cascata, costituiscono non una riforma, ma un’occupazione dell’Amministrazione regionale del tutto estranea alle finalità di legalità, imparzialità, buon andamento della cosa pubblica.
Tenuto conto che si, per quanto apparentemente le forze politiche della maggioranza siano legittimate dal voto maggioritario (ma della maggioranza della metà degli elettori aventi diritto al voto), si tratta pur sempre di apparati relativamente ristretti e soggetti alla fragilità dei soggetti politici dell’epoca italiana attuale.
In pratica, da tutto ciò che dice paludatamente il Presidente della Regione -mi si consenta una certa caduta di stile- quel che si evince è che si sta procedendo a sistemare a spese pubbliche proprio quegli apparati e le loro appendici.
Poi chi vivrà vedrà, poco importa se l’amministrazione regionale viene ulteriormente picconata (non che non fosse stata già ampiamente logorata dall’incuria e dall’incompetenza di altre maggioranze e di altre Giunte dagli alterni colori politici).
Mica possiamo pretendere che la politica si preoccupi anche degli interessi, del presente e del futuro della Sardegna. Ma quando mai.

Fonte: Democrazia Oggi

- SARDA NEWS -

LEGGI TUTTE LE NOTIZIE DI OGGI
 


Sarda News non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità nei suoi contenuti originali. La responsabilità del contenuto degli articoli importati dai feed rss è totalmente a carico della reale fonte dell'informazione indicata al termine di ogni notizia.
Sardanews.it - portale web informativo, non gode di finanziamenti pubblici, non chiede registrazioni personali agli utenti, totalmente gratuito, autofinanziato e sostenuto dai banner pubblicitari che compaiono tra le notizie. Se vuoi sostenerci ti ringraziamo per la fiducia e ti invitiamo a disabilitare eventuali adblock attivi sul tuo browser. Per info e segnalazioni scrivi a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.