Le tragedie umane e materiali in Ucraina sono conseguenze della guerra innescata dall’invasione russa. Sulle tragedie, conseguenze della guerra, è in corso una campagna di propaganda, con scarico di responsabilità reciproco tra Russia e Ucraina, ma è del tutto evidente che gli scontri avvengono in Ucraina e quindi sono i civili e le strutture di questo paese ad essere colpiti, a pagare il prezzo più alto. La tragedia dei costi umani e delle efferatezze conseguenti alla guerra colpisce le coscienze in profondità. Solo alla fine del conflitto si potrà (forse) accertare la responsabilità degli episodi e farsi un’idea più precisa sulle (gravi) conseguenze della guerra. Come in tutte le guerre, basta ricordare quelle recenti, distruzione e morte la fanno da padrone. Le conseguenze umane e materiali, le sofferenze delle persone – se la guerra continua – purtroppo sono destinate a crescere giorno dopo giorno e possono essere affrontate da almeno due punti di vista.
Un punto di vista parte dalle sofferenze per lanciare una campagna di isolamento sempre più dura verso la Russia, in un crescendo impressionante. L’Europa sta discutendo il sesto pacchetto di sanzioni. Un altro punto di vista ritiene che dalle sofferenze bisogna trarre la conseguenza di impegnarsi per fermare la guerra ad ogni costo, prima possibile. Unico, vero obiettivo è interrompere la perversa spirale innescata che è all’origine delle sofferenze. Da questo obiettivo discendono le varie iniziative, corridoi umanitari, lenire le sofferenze delle persone, proteggere i civili.
Le guerre a volte finiscono con un vincitore, ma a volte con la rovina di entrambi i contendenti, che potrebbero uscire distrutti da questo scontro.
Dentro il primo modo di affrontare le conseguenze della guerra ci sono più letture che portano ad obiettivi diversi. C’è chi pensa che occorre aiutare l’Ucraina a non perdere, a fermare l’invasione con tutti i mezzi, armi comprese. C’è chi pensa che l’obiettivo è la vittoria, cioè il cambio di regime in Russia, come del resto è preannunciato da valutazioni del tipo “criminale di guerra” riferite a Putin che non lasciano spazio a dubbi, puntando ad una vittoria dell’Ucraina, sostenuta militarmente, con la conseguenza di un confine mobile sui mezzi militari da fornire, che da difensivi si stanno mutando sempre più in offensivi.
Le armi in sostanza non servono più a non perdere, ammesso che fosse questo il vero obiettivo, ma a far vincere l’Ucraina. Il salto di qualità è fondamentale e gli Usa stanno puntando a questo risultato, tanto che decidono unilateralmente quali armi fornire, a lato delle decisioni Nato che evidentemente non bastano a questo scopo. Tra Usa e Ue c’è, per ora, questa differenza perché Biden persegue un obiettivo che non prevede una trattativa per fermare la guerra prima possibile e cercare di raggiungere la pace. La trattativa è in ombra, non è l’obiettivo attuale. I vari attori nazionali che hanno tentato di svolgere più o meno sinceramente un ruolo di mediazione hanno dovuto prendere atto che lo spazio per loro è angusto, in presenza di posizioni che frenano la prospettiva di tregua e di pace. Altri che avrebbero maggiore forza come la Cina restano in attesa di tempi più favorevoli.
In questi giorni ci si meraviglia per l’assenza dell’Onu nel ruolo di mediazione.
Sono decenni che l’Onu ha preso colpi in occasioni fondamentali, è stato aggirato, ignorato, le potenze grandi e medie ne hanno ignorato scientemente il ruolo. Le potenze hanno deciso interventi militari, azioni di guerra, invasioni, arrivando a negarle le risorse per funzionare. Di più nell’unico caso in cui l’Onu si è occupata della guerra in Ucraina non si è trovato di meglio – a maggioranza – di escludere la Russia dal consiglio sui diritti umani, decisione che con gli stessi criteri avrebbe potuto avvenire in altre occasioni passate e sarebbe stato ugualmente un errore.
Quando un paese sta commettendo una evidente ingiustizia e va fermato deve essere sottoposto alla tortura proposta da Luigi Ferrajoli con una riunione dell’assemblea dell’Onu in seduta permanente per mettere sotto pressione i protagonisti. Affermazioni del tipo: l’Onu dov’è? sono finte. L’Onu è l’incarnazione della consapevolezza dei paesi membri, a partire dai più importanti, che occorrono regole e apertura al confronto per affrontare i contrasti e questo richiede che tutti riconoscano il valore della sede internazionale non perché ha una forza propria ma perché così i conflitti possono essere composti in quella sede, nell’interesse di tutti. Si fa prima a chiudere l’Onu che a darle l’importanza che dovrebbe avere nell’interesse di una regolazione dei rapporti internazionali. Le dichiarazioni di Zelensky in proposito non sono state felici.
Solo 6 mesi fa si discuteva nelle sedi internazionali dei rischi climatici per la vita sul nostro pianeta, coinvolgendo tutti i paesi, a partire da quelli più importanti. Era la conferma che i problemi difficili si affrontano con il coinvolgimento, la cooperazione e sia pure con difficoltà e ritardi sembrava un percorso possibile. Poi la guerra in Ucraina ha gelato tutto. Il clima è globale ma la possibilità di lavorare insieme sembra dissolta e lavorare insieme in un’area del mondo è un succedaneo.
La guerra in Ucraina ha fatto una prima vittima.
Pochi mesi fa sembrava all’ordine del giorno l’iniziativa per riprendere la riduzione degli armamenti a partire da quelli nucleari. Oggi al centro c’è il riarmo, il rafforzamento della cosiddetta difesa armata che assomiglia fin troppo alla preparazione della guerra. Questa è la seconda illustre vittima della guerra e la grave responsabilità del governo russo è evidente. Ne sono testimonianza le decisioni di tanti paesi europei, a partire da Germania e Italia impegnate ad arrivare al 2% del bilancio. Questo avviene senza l’obiettivo di un esercito europeo. Non a caso si era parlato di una difesa europea per organizzarsi in modo più efficace spendendo meno, mentre se l’iniziativa è dei singoli stati è evidente che i raddoppi si sprecano. Le armi sono prodotte per essere usate. Una sorta di profezia negativa che si auto avvera.
Il pericolo più grande continua ad essere il rischio che da un confronto di guerra che si pensa sotto controllo si finisca per arrivare ad un conflitto diretto tra Nato e Russia, con l’obiettivo di vincere, allargando il conflitto. I leader ucraini ne hanno parlato più volte, sia pure affermando che si può rischiare l’allargamento del conflitto perché il rischio di guerra nucleare non esisterebbe. È una certezza destituita di fondamento. Il rischio esiste, soprattutto se la situazione dovesse mettere un protagonista con le spalle al muro, senza via d’uscita.
La peggiore pace è sempre meglio di una guerra e delle sue conseguenze.
Quindi si torna al problema iniziale, proseguire la guerra per conseguire la vittoria è un’illusione pericolosa, che provocherà ulteriori lutti. Solo una trattativa può portare ad una soluzione rispondendo al bisogno di sicurezza della Russia e dell’Ucraina, con una garanzia internazionale da definire nella sede Onu, tanto più che è probabile serviranno osservatori neutrali per garantire il rispetto dei risultati della trattativa.
I profughi ucraini ormai in quantità bibliche debbono essere assistiti nel modo migliore, del resto ci si sta muovendo in questa direzione. Restano contraddizioni con cui l’Europa deve fare i conti. Benissimo e doverosa l’accoglienza dei profughi ucraini ma paesi come la Polonia solleciti in questa direzione hanno blindato i confini con la Bielorussia e resta il drammatico problema irrisolto delle migliaia di profughi provenienti da guerre più lontane: Afghanistan, Siria, ecc. Del resto l’accoglienza dei migranti del versante sud è anch’essa una ferita aperta. Per fortuna nel Mediterraneo ci sono navi di soccorso di Ong, che in passato qualcuno voleva fermare ed arrestare (attualmente è a processo) mentre l’Europa si è ritirata.
L’Europa proprio perché si è impegnata sull’esodo dei profughi ucraini, verso i quali è stata impostata un’accoglienza giusta dall’inizio, deve trarne le conseguenze per tutte le accoglienze da guerre e tragedie immani.
L’Europa deve superare la subalternità al paese dominante dell’alleanza. Oggi non sembrano mature le condizioni per superare la Nato, ma certamente non può andare avanti una situazione in cui le decisioni americane vengono introiettate senza un adeguato coinvolgimento dell’insieme dell’alleanza. Del resto perché ad un paese Nato è concesso non adeguarsi alle sanzioni alla Russia e ad altri no? Per di più gli Usa aggiungono regolarmente la loro iniziativa unilaterale ad ogni decisione “collegiale”. Certamente una difesa europea degna di questo nome potrebbe essere molto utile per marcare l’autonomia dell’Europa, ma con i meccanismi attuali di decisione dell’Unione difficilmente si andrà oltre i simboli attuali e nel frattempo continuerà l’adeguamento delle spese militari dei singoli, che per di più in tempi di recessione incidono direttamente nella carne viva delle spese sociali dello stato e neppure portano ad una difesa europea.
Per quanto riguarda le sanzioni qualcosa non va. La pressione verso il gruppo dirigente russo è necessaria e le sanzioni ne possono fare parte, ma qualcosa non convince. I dittatori e i despoti nel mondo sono parecchi e non sono pochi quelli che fanno la guerra e quindi, come si dice per la Russia, comprando energia fossile si finanziano le guerre, con l’aggiunta che in molti casi vendiamo loro sistemi d’arma che vengono impiegati in queste guerre. Ad esempio l’Arabia Saudita, che non è certo un modello di democrazia e di diritti umani, è impegnata direttamente nella guerra in Yemen, così gli Emirati. Anzi il blocco di forniture militari a paesi che sono impegnati in guerre è stato rapidamente tolto per non dispiacere a questi interlocutori. Quindi i despoti non sono tutti uguali. Inoltre la battuta pace o condizionatori è particolarmente infelice. Nulla lascia pensare che con ulteriori sanzioni ci sarà la pace e invece è certo che continuando di questo passo le relazioni economiche mondiali che si sono ampliate negli ultimi decenni verranno lacerate e si formeranno aree economiche sempre meno comunicanti, con conseguenze di recessione, disoccupazione. Le sanzioni hanno contraccolpi sui paesi che le decidono e certamente sull’Italia, compresa l’Ucraina che fino a prova contraria usa, quando può, il gas che proviene dallo stesso gasdotto russo che arriva in Europa.
La Russia, non più fornitrice dell’Europa, continuerebbe a rifornire l’Ucraina?
Il mondo dopo la guerra e le sanzioni sarà molto diverso e non promette niente di buono. Muri e cortine più o meno di ferro tornano di attualità. In campo ora ci sono le sanzioni per petrolio e gas, addirittura rivendicate. Intanto va detto che se ci sono paesi europei che hanno problemi da risolvere, alcuni dei sostenitori della linea dura non hanno problemi, a partire dagli Usa, ed è normale che alzino la voce. Siamo proprio sicuri che la soluzione stia nell’accelerare sulle sanzioni e che questo non contribuisca, con una sorta di eterogenesi dei fini, a colpi di coda disperati?
La soluzione della contesa presuppone che Russia e Ucraina escano da questa tragedia senza umiliazioni e guadagnando in sicurezza. Nella distensione può emergere il superamento degli aspetti inaccettabili e ignobili di questa guerra, come è stato per altre guerre.
Ci sono alternative all’invio di armi e a sanzioni sempre più dure?
Ci sono, a condizione di impostare diversamente i problemi.
Le tragedie umane e materiali debbono spingere ad arrivare prima possibile alla fine dei combattimenti, all’avvio di trattative di pace, cercando nella sede internazionale propria (Onu) le condizioni per superare il dramma della guerra. In questa direzione debbono impegnarsi le grandi potenze, tutte. Non ci sarà una pace duratura se le grandi potenze non prenderanno consapevolezza che occorre arrivare alla pace e oggi gli Usa non sono in questa ottica. Senza un imperativo forte per fare cessare le sofferenze e per trovare soluzioni alle contese il rischio di deragliare verso l’allargamento del conflitto è forte e il nucleare resta minaccioso sullo sfondo.
Le profezie negative si autoavverano fin troppo per non considerare che il potenziale distruttivo della vita sul pianeta deve essere riportato sotto controllo. Anzi occorre riprendere la loro riduzione.

Fonte: Democrazia Oggi

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