James W. DOUGLASS da Aggiornamenti sociali - marzo 2014

 

Mentre infuria la guerra in Ucraina è utile ricordare che, prima di incrementare gli armamenti e le sanzioni, è bene sforzarsi a fare la pace. Occorre un onorevole compromesso garantito dalla UE e dalle maggiori potenze che sancisca la sicurezza di Russia e Ucraina e l’indipendenza di quest’ultima, con statuti speciali democratici per le aree in contestazione.
Mentre tutti i popoli del mondo invocano con ansia la pace, la Von der Leyen, a conclusione della conferenza di Versaille, non annuncia una iniziativa di pace, ma un quarto pacchetto di sanzioni. Mentre in Ucraina crescono i morti e le devastazioni i capi di governo, europei, riuniti a Versailles, parlano d’altro. Non decidono sull’unica cosa sensata: aprire subitp un tavolo credibile di trattativa. Ci sembra utile perciò ricordare che, per fare la pace, bisogna volerla fortemente, come nel 1962 Kennedy e Krusciov.

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Nel 1962, con la crisi di Cuba, il mondo precipita verso la guerra nucleare. La catastrofe viene evitata solo grazie alla decisione dei due leader, John F. Kennedy e Nikita Krusciov, di fidarsi l’uno dell’altro contro il parere dei rispettivi consiglieri. Da dove trassero ispirazione per un atto così coraggioso? Quale influenza ebbero Giovanni XXIII e il suo messaggio di pace e di rinnovamento? E quali legami possiamo rintracciare tra quella decisione di pace e il successivo assassinio di Kennedy? In momenti cruciali una singola persona può fare la differenza, a condizione che se ne sia costruita la possibilità, ma non senza accettare di farsi carico delle conseguenze delle proprie scelte.

[…] Costruire una relazione
Durante la crisi dei missili, Kennedy si convertì alla pace. Quando si giunse al punto di rottura del terribile conflitto che le sue stesse politiche contro Fidel Castro avevano contribuito a fare precipitare, egli cercò una via d’uscita, che i suoi generali giudicarono assolutamente imperdonabile. Non soltanto respinse le loro pressioni per attaccare Cuba e l’Unione Sovietica: peggio ancora, si rivolse al nemico in cerca di aiuto. Lo si poteva considerare un atto di tradimento. Krusciov invece lo vide come un segno di speranza.
Robert F. Kennedy, allora Procuratore generale e responsabile del Ministero della Giustizia, aveva segretamente incontrato, il 27 ottobre 1962 a Washington, l’ambasciatore sovietico Anatoly Dobrynin, avvertendolo che il Presidente stava per perdere il controllo dei suoi generali e aveva bisogno dell’aiuto dei sovietici. Quando Krusciov ricevette l’appello di Kennedy a Mosca, si rivolse al suo ministro degli esteri, Andrei Gromyko, dicendo: «Dobbiamo far sapere a Kennedy che vogliamo aiutarlo». Krusciov esitò all’idea di aiutare il nemico, ma ripeté: «Sì, aiutiamolo. Ora abbiamo una causa comune, salvare il mondo da coloro che ci stanno spingendo verso la guerra».
Come possiamo riuscire a comprendere quel momento? I due leader più pesantemente armati di tutta la storia, sull’orlo della guerra nucleare totale, improvvisamente si diedero la mano per opporsi a coloro che, da entrambe le parti, li spingevano ad attaccare. Krusciov ordinò l’immediato ritiro dei suoi missili, in cambio dell’impegno pubblico di Kennedy a non invadere Cuba e della promessa segreta di ritirare i missili americani dalla Turchia, come avrebbe poi effettivamente fatto. I due protagonisti della guerra fredda erano cambiati; ciascuno aveva a questo punto molto più in comune con l’avversario che con i suoi generali.
Né Kennedy, né Krusciov erano dei santi. Entrambi erano profondamente coinvolti nelle scelte politiche che condussero l’umanità sull’orlo della guerra nucleare. Ma quando incontrarono ciò che Thomas Merton definiva «il vuoto di Ciò che non è esprimibile», ciascuno cercò aiuto nell’altro. Così, portarono l’umanità verso la speranza di un pianeta pacifico.
La genesi della trasformazione di Kennedy e di Krusciov in occasione della crisi dei missili si trova nella loro corrispondenza segreta, iniziata circa un anno prima. Dopo il loro fallito incontro di Vienna nel giugno del 1961, il 29 settembre dello stesso anno Krusciov scrisse una lettera epocale al Presidente americano. Per far capire il nucleo del suo messaggio, il leader comunista fece ricorso a una analogia tratta dalla Bibbia, paragonando la sua situazione e quella di Kennedy all’arca di Noè. Così scriveva: «Nell’arca di Noè trovarono riparo e scampo sia i “puri” che gli “impuri”. Ma, a prescindere da chi si considerava “puro” e da chi invece faceva parte della lista degli “impuri”, tutti avevano ugualmente a cuore una sola cosa, che l’arca potesse continuare con successo il suo viaggio. Anche noi non abbiamo altra alternativa: o viviamo in pace, collaborando affinché l’arca possa continuare a galleggiare, oppure essa andrà a fondo».
Kennedy rispose il 16 ottobre: «Mi piace molto la similitudine con l’arca di Noè, dove “puri” e “impuri” sono ugualmente determinati a mantenerla a galla».
Così, attraverso la loro corrispondenza segreta, i due uomini lottarono per raggiungere una migliore conoscenza reciproca e una maggiore comprensione delle loro diversità. La crisi dei missili cubani un anno più tardi provò che non avevano affatto risolto i loro conflitti, eppure fu proprio grazie alle lettere segrete che ciascuno dei due comprese che l’altro era un essere umano degno di rispetto. Sapevano anche di essersi trovati d’accordo già una volta su una cosa: che il mondo era un’arca. Dovevano tenere l’arca a galla. E ci riuscirono, proprio nel momento di maggior pericolo.

La mutua ricerca della pace
Dopo che Kennedy e Krusciov si allearono nella crisi dei missili, cominciarono a “cospirare” per mantenere la pace. L’acme fu il discorso di Kennedy all’American University nel giugno del 1963. Presentò la sua visione della pace come risposta alle sofferenze patite dal popolo russo nel corso della Seconda guerra mondiale, riuscendo così a superare il solco che divideva i due avversari. Krusciov in seguito avrebbe detto al diplomatico americano W. Averell Harriman che «si era trattato del più grande discorso tenuto da un Presidente americano dai tempi di Roosevelt».
L’annuncio, dato da Kennedy in quella occasione, della cessazione unilaterale degli esperimenti nucleari nell’atmosfera e la speranza espressa in vista dei negoziati per un trattato a Mosca aprirono la porta
. Nel giro di sei settimane, Kennedy e Krusciov firmarono il Partial Nuclear Test Ban Treaty (Trattato sulla messa al bando parziale dei test nucleari). Era un segno che confermava la loro volontà comune di porre fine alla guerra fredda.
Un altro segno fu il consiglio di Krusciov a Fidel Castro di cominciare a collaborare con Kennedy. Castro si era infuriato perché Krusciov aveva ritirato i missili all’ultimo momento senza consultare l’alleato cubano, in cambio solo della promessa di un capitalista. Il 31 gennaio 1963 Krusciov scrisse a Castro per cercare la riconciliazione e la pace con l’alleato cubano, una lettera che corrispondeva a quella dell’arca di Noè inviata a Kennedy. Castro accettò l’invito a recarsi in Unione Sovietica.
La visita di Castro a Krusciov si svolse nei mesi di maggio e giugno 1963. I due leader viaggiarono insieme visitando l’Unione Sovietica. Castro riferì in seguito che Krusciov gli impartì un vero e proprio corso di formazione sulla necessità di dare fiducia a Kennedy. Giorno dopo giorno, Krusciov leggeva a voce alta a Castro la corrispondenza con Kennedy, ponendo l’accento sulla speranza di pace che ora potevano nutrire grazie alla collaborazione con il Presidente degli Stati Uniti.
Krusciov stava mettendo in pratica quanto papa Giovanni – che il leader comunista aveva imparato ad amare – aveva raccomandato nella Pacem in terris, quando scriveva «al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia» (n. 61). Il Pontefice aveva inviato a Krusciov una medaglia papale e una copia in russo dell’enciclica sulla pace, precedente la pubblicazione ufficiale. Krusciov ne fu commosso.
Nel settembre del 1963 Kennedy fece un altro enorme passo verso la fiducia reciproca, intesa come nuova base per la pace
. Iniziò un segreto dialogo con Fidel Castro, attraverso il diplomatico americano William Attwood, in servizio presso le Nazioni Unite, allo scopo di normalizzare le relazioni tra Stati Uniti e Cuba. Castro reagì con entusiasmo e iniziò a stringere accordi segreti per incontrare Attwood. Kennedy diede una forte spinta a tutto il processo ricorrendo a un canale ufficioso e riservato per comunicare con Castro. Il suo rappresentante non ufficiale, il corrispondente francese Jean Daniel, era impegnato nel secondo incontro con Castro il pomeriggio del 22 novembre 1963, quando li raggiunse la notizia della morte del Presidente. Castro si alzò in piedi, guardò Daniel e disse: «Tutto è cambiato. Tutto cambierà». Anche il dialogo tra Stati Uniti e Cuba morì a Dallas.
Poco prima della morte, Kennedy si era mosso anche per porre fine all’impegno militare degli Stati Uniti in Viet Nam
. Il National Security Action Memorandum No. 263, pubblicato l’11 ottobre 1963, afferma che in un incontro tenuto sei giorni prima Kennedy aveva approvato un programma di addestramento dei vietnamiti, in modo da consentire «il ritiro di mille soldati statunitensi entro la fine del 1963» e «di tutto il contingente del personale militare statunitense entro la fine del 1965». Il successore di Kennedy, il presidente Lyndon B. Johnson, ignorò completamente tali progetti. A Dallas la guerra in Viet Nam tornò a infiammarsi.
Appuntamento con la morte
La coraggiosa svolta di Kennedy dalla guerra globale alla strategia di pace spiega le ragioni della sua uccisione. Alla luce dei dogmi della guerra fredda che imprigionavano la sua amministrazione e della sua svolta in favore della pace, l’assassinio di Kennedy diventava una conseguenza logica, naturale. Fu chiaramente un atto politico, che tuttavia ci consegna la speranza della trasformazione. […]

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Titolo originale «A President for Peace. The deadly consequences of J.F.K.’s attempts at reconciliation», pubblicato in America, 18 novembre 2013, 13-16.
Traduzione di Elvira Fugazza.

Fonte: Democrazia Oggi

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