Alfiero Grandi

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Quanto sta avvenendo nel Movimento 5 Stelle ha diverse conseguenze. Alcune di grande rilievo sul futuro politico di una possibile alleanza contro la destra alle prossime elezioni. Ad esempio, emerge chiaro che le difficoltà a raggiungere un’alleanza diffusa nei Comuni che voteranno ad ottobre non sono solo la conseguenza di singole questioni locali ma di una difficoltà politica, per non dire confusione, nel vertice e di situazioni diversificate, perfino opposte nelle singole realtà che voteranno ad ottobre.
Si vedrà quali saranno gli esiti di questa fase tormentata, con conseguenze imprevedibili. Tuttavia qualche considerazione su aspetti esterni alla crisi del Movimento si può tentare già ora.
Esiste da tempo il problema di decidere una nuova legge elettorale in grado di aiutare il superamento dei gravi limiti politici a cui quelle recenti hanno portato il parlamento, in omaggio alla vulgata che il problema è decidere, la rappresentanza seguirà, come l’intendenza di Napoleone. Il risultato è stato da tempo il capovolgimento dei ruoli. Il governo decide, anzi da tempo soprattutto il presidente del Consiglio, e il parlamento ratifica. Del resto cosa altro sono i ripetuti voti di fiducia, i decreti legge a getto continuo da approvare entro 60 giorni, i maxiemendamenti votati a scatola chiusa, se non la conferma di una preminenza del governo? Il parlamento approva, a volte con sordi brontolii. Con qualche crisi e passaggio di fronte, ma la sostanza resta che il parlamento non ha un ruolo protagonista.
Draghi ha capito in fretta che il parlamento è in sofferenza, in cerca di un ruolo e gli rende omaggi ripetuti ma formali al suo ruolo, perché comprende che in questa situazione è bene non accentuare sofferenze di ruolo già pesanti, ma sa anche che il parlamento ha poco spazio di manovra, almeno finché non avrà il coraggio di approvare provvedimenti propri. Purtroppo la decadenza del ruolo del parlamento è stata largamente metabolizzata dallo stesso che spesso rinuncia prima ancora di provare a cambiare qualche punto importante.
La legge elettorale non è tutto, né la soluzione a tutto, ma certamente è importante perché può togliere dalle mani dei capi le decisioni e consentire ai componenti del parlamento di riacquisire un ruolo di indirizzo e di decisione.
Il decreto legge sulla governance del PNRR ora all’esame del parlamento sarà un primo banco di prova per capire la situazione attuale. Per ora tutto sembra procedere senza particolare impegno, eppure ad ogni piè sospinto si afferma che il PNRR è decisivo per i prossimi anni, ma a questo non corrisponde un analogo impegno a comprendere quali saranno le conseguenze per l’Italia delle decisioni che si stanno prendendo in parlamento.
Questo ed altro ha portato colpi decisivi al ruolo e alla credibilità del parlamento e il taglio dei parlamentari sancito dal referendum del settembre scorso ha completato l’opera.Eppure non c’è via di uscita se non rimettendo il parlamento nella possibilità di svolgere fino in fondo il suo fondamentale ruolo costituzionale, altrimenti si sta preparando, consapevoli o meno, la modifica di fatto della Costituzione.
In questo caso non modifiche su singoli aspetti, ma sulla sostanza, cioè se l’Italia è o no una repubblica parlamentare, nella quale il parlamento ha il compito di rappresentare i cittadini e di convincerli della bontà delle decisioni adottate.
Il parlamento è un fulcro del nostro assetto istituzionale, se non funziona come tale il risultato è che l’intero assetto è sbilenco e prima o poi destinato ad essere sovvertito.
Il vento dei consigli di amministrazione, delle sedi finanziarie ha gonfiato le vele del decisionismo politico di pochissimi sulla testa di molti, senza neppure fare la fatica di convincerli. Il potere economico e finanziario è sempre più concentrato, come del resto le ricchezze, e la grande maggioranza dei cittadini deve subire le decisioni.
La nostra Repubblica nata dalla Resistenza e disegnata dalla Costituzione è il contrario, partecipata, con conflitti regolati ma vivaci, con l’obiettivo di includere e ridurre le disuguaglianze.
Per realizzare questo sogno occorrono politiche lungimiranti che si fanno largo nella ragnatela del potere lontano e rarefatto ma pervasivo, per realizzare una democrazia ai tempi dell’informatica e dei rapporti globalizzati.
Ciascuno riempirà con i suoi contenuti questo spazio di libertà conquistato con tanta fatica e ha bisogno di partiti, diversi ma contenitori di idee e scelte, di rappresentanze sociali, di dialettica, di confronto, avere opinioni diverse è una ricchezza non una difficoltà.
La legge elettorale vigente non riuscirà a realizzare questo risultato, perché gli eletti – ormai diminuiti strutturalmente – dovrebbero rappresentare e sentirsi obbligati a mantenere un rapporto con chi li ha eletti, a rispondere agli elettori dei loro atti, delle loro scelte.
Bisogna ripartire di qui. L’obiettivo non può essere quello di rimanere al potere o di conquistarlo, o peggio di negarlo ad altri, ma di rendere esplicite le proprie scelte e di battersi per esse in modo trasparente nelle elezioni, dando fiducia alle persone che votano, alla loro capacità di scegliere.
Per questo la crisi attuale del Movimento 5 Stelle conferma che il problema non è fare rientrare il dentifricio nel tubetto di un’alleanza che da tempo non si riesce a realizzare, ma di consentire ad ogni punto di vista politico organizzato di misurarsi con il voto, di conquistare il proprio spazio e di decidere dopo le elezioni quale alleanza è possibile e preferibile.
Da decenni si gira attorno a questo punto con fallimenti ripetuti. Ora basta, torniamo ad elezioni che abbiano un carattere fondativo, ciascuno venga misurato per quello che è. Deve valere la regola che il governatore di Bankitalia Baffi adottò per la lira molti anni fa, fare corrispondere la moneta al suo valore reale. Ogni soggetto politico si presenti e misuri il suo consenso.
Per questo la legge elettorale non può e non deve essere questa. Deve essere proporzionale (la soglia di elezione si è già alzata con il taglio del numero dei parlamentari) e l’elettore deve poter scegliere non solo il partito ma la persona in cui ha fiducia e che candida a rappresentarlo per 5 anni. Basta con il parlamento deciso dai capi bastone. Un parlamento così composto ha buone probabilità di risalire la china e di avviare un percorso che deve riguardare tutti i soggetti che hanno qualcosa da dire e compiti da svolgere.
Altrimenti la discesa continuerà fino al cambio di sistema politico, il cui rombo da lontano sta dicendo a tutti che prima o poi la tempesta arriverà. Anche per questo i partiti farebbero bene a non concedere al governo deleghe in bianco, ad esempio intervenendo sullo sblocco dei licenziamenti, se le modalità di decisione dovessero diventare simili a quelle della BCE c’è da essere seriamente preoccupati.
In ogni caso il tempo della legge elettorale è adesso. Già la maggioranza del governo Conte 2 ha sbagliato a rinviare e ha rischiato di portare l’Italia a rivotare con una legge che nessuno diceva di volere, la maggioranza del governo Draghi non faccia lo stesso errore, altrimenti trovarsi dall’inizio del 2022 in zona a rischio voto sarà forte, per tutti.
Perché il paradosso è proprio questo, se tutti i partiti avessero la forza di guardare oltre convenienze di poco conto avrebbero tutti interesse a cambiare la legge elettorale per uscirne forti perché rappresentativi, al di là di chi avrà la maggioranza, tranne naturalmente i corsari, ma questo è un altro discorso.

Fonte: Democrazia Oggi

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