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Il bilancio del primo giorno di entrata in vigore dell’obbligo di greenpass nei luoghi di lavoro necessiterebbe di una riflessione non superficiale.
Non c’è stato alcun blocco dei porti più “delicati”, cioè Trieste e Genova.
Nel capoluogo del Friuli, a fronte di un presidio di duecento portuali, una parte consistente di lavoratori della categoria si è presentata al lavoro.
Il presidio si è infoltito giusto per l’arrivo non solo dalla città, ma da molte altre parti del Nord Italia e della penisola, di manifestanti estranei alla realtà portuale.
Tuttavia la manifestazione non è degenerata in scontri eversivi come è avvenuto a Roma lo scorso fine settimana nella manifestazione novax e nogreenpass egemonizzata dai fascisti.
Il coordinamento dei lavoratori portuali di Trieste, ma anche quello di Genova, hanno trovato la lucidità per non farsi coinvolgere in fatti estremi da agitatori esterni, risparmiando a se stessi una sconfitta più bruciante e magari riservandosi di valutare se proseguire ed esaurire la propria protesta nelle stesse forme oppure cercare una onorevole via d’uscita.
Magari avranno modo di constatare la complessità della situazione italiana nella sua materiale articolazione.
A Cagliari, per stare sul concreto, i lavoratori portuali sono risultati praticamente tutti vaccinati.
C’è differenza, rispetto a un grande scalo nazionale e internazionale sul quale, fra investimenti pubblici, prepensionamenti e ammortizzatori sociali, una gran parte dei residenti gode dello status di lavoratori privilegiati o di pensionati in età ancora giovane.
Qui in Sardegna non si è investito su un piano strategico nazionale supportato con altrettanto ingenti risorse pubbliche e private per garantire la salvaguardia e lo sviluppo di un porto tirrenico e insulare.
Perciò è comprensibile che una intera categoria di portuali locali abbia messo la propria occupazione al di sopra di ogni altro lusso.
La faglia sociale e territoriale di questa Italia passa, al di là di ogni rappresentazione mediatica, attraverso il pregresso di disuguaglianze non risolte.
A Trieste, subito dopo il ballottaggio delle comunali, tutto riprenderà come prima.
Qui pure. Ma è diverso.
Più in generale, comunque, l’Italia-Paese come sempre tende a tirar diritto nonostante tutto e anche la disponibilità di molte aziende a fornire i tamponi gratis e le proposte di alcune forze sindacali e politiche di provvedimenti volti a calmierarne il costo sembrano aver contribuito a una pacifica gestione transitoria di questa fase, fino al momento in cui si riterrà che il numero complessivo di vaccinati possa garantire la sicurezza sanitaria del Paese, tenuto anche conto che il 31 dicembre scadrà formalmente lo stato d’emergenza in vigore dall’inizio della pandemia.
Perché alla fin fine quello resta il centro del problema.
La salute come diritto individuale fondamentale e come interesse generale della collettività, secondo l’articolo 32 della Costituzione, passa per la vaccinazione la più massiva e la più capillare possibile.
Non essendovi stati, a Trieste come nel resto del Paese, scontri violenti, anche la “strategia del contenimento” nella gestione dell’ordine pubblico sembrerebbe aver trovato la conferma della sua validità.
Del resto parliamoci chiaro: nessuno può essere così irresponsabile da dimenticare la lezione del G8 di Genova e le ferite tuttora non cicatrizzate di quella che si dispiegò come una bestiale deviazione repressiva. Spero che non vi sia neanche nessuno che abbia la velleità di innescare una simile spirale.
Poi, certo, sui fatti di Roma bisognerà fare definitivamente il punto. Non si può tacere che alcuni particolari che stanno emergendo (persino quelli di una trattativa in cui si sarebbe dato credito all’impegno dei leader di Forza Nuova di limitare il passaggio di fronte alla sede nazionale della CGIL a un momento pacifico e simbolico) lasciano interdetti.
Ma nemmeno si potrebbe accettare per buono quello che quei vigliacchi vanno sostenendo negli interrogatori, cioè di essersi, loro, adoperati per evitare l’assalto. Non ci si può far prendere in giro fino a questo punto.
Detto questo, sembrerebbe confermarsi che il Paese non ne può più di strumentali tensioni politiche pandemiche, che reclama ripresa economica, lavoro, sanità, protezione dal contagio virale e libertà di vivere in condizioni il più possibile normali.
La conclusione ordinata di queste giornate farà sicuramente parlare a molti, piuttosto, di un successo di Draghi e di un consenso di massa alla sua persona (e magari alla formula della maggioranza di governo di unità nazionale).
Beh, qui magari dovrebbe cascare l’asino.
Perché bisognerebbe davvero interrogarsi se aver concentrato tutta l’attenzione politica, mediatica, di opinione, sul conflitto fra i propalatori di argomenti insostenibili (la “dittatura sanitaria” come questione emblematica) e i sostenitori della necessità delle misure di prevenzione e di protezione via via adottate dalle autorità politiche e sanitarie, non sia stato davvero uno spreco inutile e persino deviante di energie, che ha finito per costituire una generale cortina fumogena.
E magari, tirate un po’ più razionalmente le somme, dalla manifestazione romana di oggi dei sindacati confederali sarà finalmente il caso di attendersi e di pretendere che non emerga solo una conferma di massa e di piazza della difesa della democrazia e del rifiuto del fascismo, ma qualcosa di più incisivo su temi rimasti sospesi.
Occupazione, contrasto delle povertà e delle disuguaglianze, sicurezza sul lavoro, rilancio dei servizi pubblici collettivi a partire dalla sanità.
Insomma un segnale forte e convincente che rappresenti le ragioni di un disagio sociale che perdura, sottraendole alle agitazioni estremiste e che insieme sventi la tendenza a un’uscita moderata, padronale, neoconservatrice dalla crisi pandemica.

Fonte: Democrazia Oggi

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