Fernando Codonesu

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L’Afghanistan oggi è la riedizione dell’inferno vietnamita per gli Stati Uniti, ma in questo caso è anche peggio perché sono coinvolti tutti quegli Stati occidentali che li hanno seguiti in quella sciagurata invasione di 20 anni fa.
Nel 2001 solo alcuni territori erano in mano agli studenti coranici che, forti dei finanziamenti e dell’addestramento del vicino Pakistan, stavano avanzando in diverse direzioni e si apprestavano a introdurre la sharia islamica quale fondamento dello Stato nei territori da loro controllati e dominati.
Ora, con i militari statunitensi in fuga e con il 90% del territorio in mano ai Talebani, tra qualche giorno cadrà anche Kabul e la disfatta sarà totale, qualche riflessione andrà pur fatta seriamente.
A distanza di 20 anni, l’invasione segue gli attentati di New York del 2001, dopo aver speso oltre 2000 miliardi per foraggiare l’esercito afgano nella sua operazione di “costruzione e ricostruzione”, dopo aver avuto 2800 morti sul campo (ma gli Stati Uniti contano i propri morti almeno con un valore decuplicato rispetto ai soldati degli altri Stati), con oltre 100.000 morti tra i civili, ma di questi, come al solito, chi se ne importa, è lecito chiedersi: ne valeva la pena?
Oggi è tutto come prima, più di prima, peggio di prima.

Tutto come prima perché i fanatici islamisti sono tornati, più di prima perché oggi occupano tutto il territorio afgano e risulta facile pensare ad un prossimo Califfato alle porte, peggio di prima perché l’esercito più potente del mondo, gli Stati Uniti, con tutti i volenterosi (compresi noi italiani) che ne hanno condiviso la sciagurata avventura, sono stati sconfitti malamente.
E’ questo il fatto che ci deve far riflettere per condannare qualunque forma di guerra o di invasione di un paese sovrano avvenuta, che avviene o che verrà riproposta nel prossimo futuro, nel totale disprezzo del diritto internazionale.

Del coinvolgimento italiano in quell’invasione ha parlato approfonditamente  Tonino Dessì nel suo intervento su questo blog[1] dell’11 giugno,   dal titolo “Si conclude la missione militare in Afghanistan. Nessun successo politico né militare, ma un esperimento di partecipazione ad una guerra guerreggiata all’estero”. In quell’articolo si dà conto dei diversi aspetti che hanno visto il nostro coinvolgimento militare a scapito della nostra costituzione e con alcuni soli risvolti di interesse per il nostro apparato militare e industriale.

A me sembra il caso di trattare questo fatto con una lettera, una sorta di lettera all’americano medio e, per non sbagliare nelle responsabilità, vorrei scrivere direttamente a chi oggi rappresenta al massimo livello istituzionale gli Stati Uniti d’America, il presidente pro tempore Biden e per questo motivo titolo questo intervento come Hey Joe!

“Hey Joe, where you goin’ with that gun of your hand?”,
dove stai andando con quella pistola in mano?, cantava Jimi Hendrix nel 1967.
E ora, Joe, lo chiedo a te, con qualche apprezzamento e precisazione che vedrai nel seguito, dove stai andando con quella pistola in mano?

Intanto, anche se hai la pistola in mano, bravo!
Apprezzo che finalmente, a differenza di tutti i presidenti americani che ti hanno preceduto, tu abbia  riconosciuto come primo olocausto del secolo breve, il ‘900, la deportazione e lo sterminio di 1.500.000 di armeni avvenuto nel 1915 ad opera dei turchi.
Quegli stessi turchi che hanno cercato in tutti i modi di accreditare quello sterminio come la versione revisionista dei primi morti nella guerra del 1915-18.
Invece no, anche se solo nel proferire la parola “genocidio” nella Turchia di oggi si finisce in carcere, finalmente lo si riconosce come “genocidio” e su questo caro Joe, hai il plauso di tanti democratici nel mondo.
D’altronde di genocidi te ne intendi, considerato che il più grande genocidio della storia umana si è consumato a partire dal 1492 nel continente americano, come ci ha spiegato molto bene David Stannard in “Olocausto americano” del 1992, anno della scoperta/conquista, pubblicato in italiano da Bollati Boringhieri nel 2001.
E proprio nella tua America, principalmente negli States, sono nati i campi di concentramento e sterminio ribattezzati “riserve indiane”, per cui siccome non vale solo per i turchi che sono notoriamente allergici a quelle parole riferite agli armeni, ma anche per voi americani che non volete sentire parlare di olocausto, genocidio e campi di concentramento riferite ai nativi americani (gli indiani, già, gli indiani!),  continuo a chiederti,
Hey Joe, dove vai con quella pistola in mano?
Sei arrivato in Afganistan e in Iraq, e dopo tanto tempo, ben 20 anni, hai deciso di ritirarti.
Bene, hai fatto molto bene.
Se pensi all’Afghanistan, e sono convinto che i tuoi consiglieri lo abbiano fatto con molta attenzione, prima di te l’ex URSS, con la sua poderosa armata rossa aveva invaso quel paese nel 1979 e dopo 10 anni, nel 1989, aveva rovinosamente dovuto ritornare in patria lasciando sul terreno mezzi e armamenti di ogni tipo.
Infatti una cosa è combattere e uccidere con gli aerei e con i droni, altro è farlo in campo aperto e in quei luoghi inaccessibili: un inferno, per l’appunto.
Nel 1989, giustamente, molti democratici nel mondo parlarono di fuga precipitosa e rovinosa dell’armata rossa!
Tutto vero, naturalmente.
E ora, che dire di questo che hai definito ‘ritiro’, confermando lo stesso termine dello sciagurato presidente che ti ha preceduto, Trump, quello stesso presidente che ha organizzato l’assalto a Capitol Hill, noto come il tempio della democrazia in tutto il mondo. Un assedio, quello di Capitol Hill, che è stato una vergogna per la democrazia americana che si è riverberata nel mondo intero e come tale l’abbiamo tutti subita e vissuta.
Tu sai che questo che stai facendo in tutta fretta non è un ritiro: è una fuga, una disfatta con ignominia nata con una guerra di invasione voluta da chi ti ha preceduto e in compagnia del solito ben noto gruppo di stati volenterosi, primi fra tutti la Gran Bretagna e, ahinoi, a seguire anche l’Italia, in aperta violazione del nostro dettato costituzionale.
Perché lo dico?
Perché era un’invasione come è stata un’invasione quella dell’Iraq, altro che lotta al terrorismo, esportazione della democrazia e difesa e affermazione dei valori dell’Occidente!
Hey Joe, tra qualche giorno i Telebani si riprendono anche Kabul e tu dopo 20 anni (10 in più dei sovietici perché pare che sia un po’ lento!) sei costretto a tornare di corsa a casa con l’impossibilità di salvare anche tutti coloro che hanno collaborato in questi lunghissimi anni.
Cosa succederà è semplice: i Talebani non faranno prigionieri e si limiteranno ad applicare il vecchio detto sanguinario “guai ai vinti”.
E purtroppo saranno decine di migliaia gli afgani civili che perderanno la vita con il ritorno del terrore e della sharia a fondamento dello Stato.
Ma tutto questo sembra che interessi poco, l’importante è far coincidere il giorno definitivo della rovinosa fuga con la data simbolo dell’11 settembre.

Hey Joe, dove vai con quella pistola in mano.
Capisco che la lezione storica dell’armata rossa ti risultasse indigesta, ma perché non hai fatto tesoro almeno della lezione che viene, per esempio, da qualche film Hollywoodiano?
Al riguardo, per esempio, nella scena prima della battaglia del film “Il Gladiatore” di Ridley Scott, che si svolge in Germania, riferendosi ai Germani che resistono Quinto dice a Massimo “Un popolo dovrebbe capire quando è sconfitto” e Massimo, il comandante di tutte le legioni, risponde “Tu lo capiresti, io lo capirei?”
Così è, quando un paese, un popolo sono invasi, combatteranno fino alla morte o fino alla vittoria: è la lezione del film, è la lezione della storia e anche della cronaca di questi decenni che abbiamo vissuto.
Hey Joe, dove vai con quella pistola in mano?

Quando rivedo l’assalto a Capitol Hill e risento le tue parole al riguardo non posso fare a meno di dire con forza, eh no, caro Joe, non è come dici tu: quelli sono americani, eccome se sono americani. Tanto quanto lo sei tu e tutti i democratici. Bisogna avere il coraggio di dire la verità perché non si può battere il nemico (o avversario, se preferisci) esorcizzandolo e rappresentandolo come “altro”.

Ti rivolgi a chi ha assediato Capitol Hill e rivolgendoti più ai tuoi elettori che ai trumpiani assedianti dici “Quelli non sono veri americani, non rappresentano l’America”. E invece no, sono proprio americani quanto te, protetti dai membri repubblicani del Congresso al punto che tra un pò si rischia di rivederli come maggioranza se non alla Camera nel prossimo Senato con le elezioni di Mid term. Sono americani abituati a esercitare la forza in prima persona e considerare anche paesi sovrani distanti migliaia di miglia, vedasi Iraq e Afghanistan, come il proprio cortile di casa in cui poter fare ciò che si vuole. Il tutto perché girano con le pistole in mano come qualunque americano, come ci ricorda il nostro grande Jimi.

Insomma, Joe, per farci vedere che non segui il detto latino “Si vis pacem para bellum”, è il caso che tu riponga la pistola nella fondina, anzi che faccia riporre tutte le pistole che circolano negli Stati Uniti perché allora sì che darai l’esempio su scala planetaria e saremo ben contenti di seguirti e riconoscere il tuo giusto ruolo odierno in un mondo multipolare.
Altrimenti vale il primo verso di Jimi Hendrix “where you goin’ with that gun of your hand?” che, guarda caso, parla della pistola in mano ma soprattutto intendeva e scriveva non della pistola, ma della “mano” che uccide.

Sincerely

References

  1. ^Tonino Dessì nel suo intervento su questo blog (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi

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