Alfiero Grandi

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La rielezione di Mattarella alla Presidenza della Repubblica ha impedito una crisi democratica nel nostro paese, ma la situazione non è tornata quella di prima, come se nulla fosse cambiato. Mattarella non cercava il reincarico e Draghi era il candidato più forte a sostituirlo. Non ce l’ha fatta perché è prevalsa la preoccupazione che la sua elezione potesse precipitare l’Italia verso le elezioni anticipate per la paventata impossibilità di trovare una soluzione per guidare il governo con conseguenze politiche sulla lotta alla pandemia e sull’attuazione del PNRR. Lega e Movimento 5 Stelle, per primi, hanno agito in questo modo. Alcuni che si sono spesi nell’interdizione verso l’elezione di Draghi a Presidente della Repubblica – spingendosi ad accettare la rielezione di Mattarella mentre all’inizio nemmeno volevano sentirne parlare – (forse) non avevano previsto le conseguenze che ne sarebbero derivate.
È evidente che se Draghi è indispensabile per guidare il governo per completare la legislatura non è immaginabile che continui il tira e molla dei partiti della coalizione, impegnati in una sorta di campagna elettorale permanente.
Dopo le 4 bocciature del governo sul decreto Milleproroghe Draghi ha preso la palla al balzo e ha inviato alla sua maggioranza un segnale chiaro: il loro compito è garantire l’approvazione dei provvedimenti del governo. Il tutto accompagnato da episodi illuminanti come il monito che (Draghi) non è alla ricerca di un futuro indicato dai partiti. Draghi è palesemente infastidito e non rinuncerà facilmente ad affermare la sua visione sui ruoli di ciascuno. I partiti della maggioranza hanno fatto, nel periodo passato, un errore nel non mettere in chiaro che il parlamento non può essere ridotto ad un mero ruolo di ratifica delle decisioni del governo. In questo modo i decreti legge e il voto di fiducia sono diventati la regola. Ora emerge che per arrivare alla fine della legislatura non regge più la delega/subalternità al governo in cambio della possibilità di fare sparate demagogiche all’esterno senza esito pratico.
A questo punto la discussione sulle scelte del governo deve essere di merito, almeno sui provvedimenti più importanti. Draghi ha dalla sua l’arma della minaccia di una crisi di governo, che sarebbe senza sbocco e quindi porterebbe ad elezioni anticipate, proprio quello che alcuni partiti volevano evitare ad ogni costo, fino a sbarrargli la strada per il Quirinale. Oggi questi limiti emergono con forza e non basterà distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica con la distrazione di massa della campagna sui referendum sulla giustizia, per quanto importanti, e pericolosi per l’autonomia della magistratura.
Le posizioni politiche meno strumentali e più serie debbono trarre insegnamento da queste prime avvisaglie perché il governo, sotto l’impulso di Draghi, sta modificando (nei fatti) alcune scelte di fondo iniziali e ne sta introducendo altre.
È necessario discuterne apertamente, per capirne le conseguenze ed eventualmente aggiustare il tiro perché non si tratta di modifiche di poco conto. Fino a qualche settimana fa Draghi definiva questa fase economica e sociale come quella in cui occorre dare ai cittadini e non chiedere, a causa della crisi provocata dalla pandemia. Crisi peraltro tutt’altro che conclusa perché la pandemia non è finita e sembra destinata a diventare endemica, provocando rallentamenti nella ripresa. Le difficoltà economiche non sono solo legate alla pandemia ma sono esplose con la crescita travolgente del prezzo del gas e, un poco meno, di quello del petrolio con conseguenze che trovano un riferimento nella crisi energetica degli anni ‘70. Recentemente si sono aggiunti i rischi connessi alla possibilità di guerra in Ucraina, che avrebbe conseguenze ulteriori. I “tamponi” che il governo sta cercando di mettere non sono tali da compensare la crisi, aiutano ma non risolvono, e c’è un deflusso imponente di risorse verso l’estero.
Draghi ha bloccato la possibilità di adottare ulteriori misure in deficit e quindi le risorse sono ricavate nelle pieghe del bilancio pubblico. Sullo sfondo è evidente il timore che un rialzo dei tassi di interesse possa riaprire ferite nel debito pubblico, lo spread è in movimento. Per questo si sottolinea che la politica complessiva del bilancio non cambierà, si cercherà di restare entro i saldi di bilancio previsti. Così i soldi si prendono da una parte per metterli in un’altra, e sono 8 miliardi soltanto per 3 mesi. 24 in un anno, che non coprono tutti i guasti provocati dall’impazzimento delle tariffe dell’energia. 24 miliardi sono più o meno la prima tranche del PNRR arrivata da Bruxelles. Se l’orientamento è ritenere conclusa la fase degli interventi finanziati con scostamenti di bilancio, creando cioè nuovo debito pubblico, le conseguenze non sono banali. Ai partiti di maggioranza non era chiaro che il governo si era tenuto margini di manovra (spuntati per miracolo) ma la dimensione degli interventi è molto più rilevante e pesca nel vivo del bilancio dello Stato. I partiti della maggioranza sono pronti ad affrontare questa “novità”? A saldi di bilancio invariati è comunque possibile trovare risorse ma occorre decidere chi deve pagare, mentre fin qui questo nodo è stato aggirato aumentando la spesa in deficit, basta pensare alle recenti misure fiscali che sicuramente non sono improntate a progressività.
Prendere da chi ha di più per intervenire a favore dei più deboli e dell’occupazione ridiventa la priorità, non più eludibile. Il prelievo dai redditi alti non è più evitabile.
Anche sull’inflazione ci sono misure da prendere. L’aumento dell’inflazione si sta diffondendo rapidamente con contraccolpi pesanti sulle aree sociali più deboli, il mercato ha bisogno di una guida forte, di misure di controllo e di interventi. Altri episodi rappresentano la nuova fase. Nella ricerca di risorse nel bilancio si è pensato bene di togliere soldi alla bonifica dell’Ilva di Taranto, urgenza sociale ed ambientale conseguente ad una gestione dissennata dell’azienda; oppure si è pensato ad un prelievo straordinario sulle fonti rinnovabili perché si è ritenuto che il margine di guadagno lo consentisse, in altre parole per ridurre i prezzi dell’energia sono state prelevate risorse dalle energie rinnovabili. Mentre Eni ha presentato un bilancio con margini notevoli, raddoppiati, confermando che l’aumento dei prezzi di petrolio e gas non ha penalizzato i conti delle aziende che usano il fossile, al contrario. Dov’è la logica politica ambientale nella penalizzazione delle energie rinnovabili? Che coerenza c’è con alcune politiche energetiche dell’ultimo decreto legge che puntano al decollo delle rinnovabili?
La risposta strategica all’aumento impazzito dei prezzi delle fonti fossili, gas e petrolio, sta nel rendersi autonomi, prima possibile, dalle fonti fossili, l’aumento delle estrazioni darà ben poco, programmando investimenti a tappe forzate nelle energie rinnovabili, fotovoltaico ed eolico offshore anzitutto. Nel decreto sulle tariffe qualcosa è entrato, bene, ma le incertezze di orientamento sono evidenti, i segnali complessivi confusi. Abbiamo perso tempo a discutere di un nuovo nucleare sicuro che non c’è, per arrivare alla conclusione che già si sapeva e cioè che l’unica possibilità da esplorare è un futuro nucleare a fusione (non da fissione) per il quale occorre ancora qualche decennio, se tutto va bene. Del resto Macron ha dovuto mettere 2,5 miliardi di euro per sostenere EDF dopo tanto strombazzamento sul nucleare.
Ci sono vuoti nelle politiche adottate. Come verrà speso il miliardo annuo per il settore auto? La Renault, ceo di origine italiana, ha deciso che entro il 2030 le auto prodotte saranno elettriche. Stellantis (che comprende la Fiat) sta premendo per rinviare le scadenze. Non solo ha un ritardo storico sull’auto elettrica ma sta facendo di tutto per rinviare le scadenze sulla fine del motore a scoppio, è come fare scomparire la febbre rompendo il termometro. Il governo e la maggioranza debbono decidere quali sono le priorità in questa nuova fase e concordare la sostanza dei provvedimenti da adottare, altrimenti saranno inevitabili tensioni in tutte le direzioni. Occorre definire le tappe fino alla fine della legislatura, la delega in bianco non regge più. In sostanza per arrivare alla fine della legislatura occorre fare delle scelte e renderle chiare e coerenti.
Per governare non basta fare affermazioni importanti in parlamento e nelle sedi internazionali ma occorre rendere coerenti i provvedimenti del governo o le tensioni saranno inevitabili.
Prodi ha ragione quando ricorda che la crisi del gas in Italia è stata più pesante perché qualcuno ha deciso di comprare il gas al mercato spot anziché lavorare con contratti di fornitura di lungo periodo che hanno prezzi più stabili, ma questo aspetto non è altro che uno dei punti relativi ai gruppi energetici con presenza pubblica che hanno gestioni per lo meno discutibili e alla fine meno convenienti, malgrado operino in mercati come quello nazionale dove agiscono da posizioni di forza. Il governo francese ha imposto una politica tariffaria a EDF, dà indicazioni alle aziende pubbliche, decide pesantemente scelte energetiche sul nucleare (da evitare assolutamente), il governo italiano non usa i poteri che ha per indirizzare le scelte dei grandi gruppi a partecipazione pubblica, facendo sinergia con gli investimenti del PNRR. L’assenza di un piano energetico nazionale aggiornato fondato sulle rinnovabili, mobilitando risorse e competenze, porta a misure singole, a volte contraddittorie, ad un’assenza di scelte forti come l’idrogeno.
Governo e maggioranza debbono fare un tagliando, indispensabile viste le scelte impegnative da fare, di obiettivi e di metodo, altrimenti potrebbe materializzarsi il rischio che qualcuno ha cercato in ogni modo di evitare e per di più i partiti ancora non riescono a trovare la strada per discutere della nuova legge elettorale, indispensabile per tante ragioni, non fosse altro che per evitare l’ingovernabilità della prossima legislatura.
Quando Draghi ha rassegnato le dimissioni nelle mani di Mattarella, che le ha respinte, non ne è conseguito un dibattito parlamentare come sarebbe stato necessario e ora governo e maggioranza navigano a vista, senza avere chiarito la strategia fino all’inizio del 2023 e le conseguenze sono evidenti, solo che i margini si sono ristretti e gli schemi dell’inizio 2021 non sono più sufficienti.

Fonte: Democrazia Oggi

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