Tonino Dessì

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In questi giorni ho provato più volte a scrivere qualcosa sulla vicenda del M5S, senza riuscirci.
A me pare un itinerario terminale e la cosa mi preoccupa.
Una liquefazione politica e parlamentare del M5S forse non metterebbe direttamente in crisi il Governo Draghi (siamo prossimi all’inizio del semestre bianco di Mattarella), ma ne accentuerebbe l’andamento verso destra su questioni economico-sociali incombenti (dalla gestione dello sblocco dei licenziamenti alla sorte del reddito di cittadinanza) e contribuirebbe a prevedibili torbidi nelle manovre per l’elezione del nuovo Capo dello Stato.
Ho sempre considerato la nascita del M5S con curiosità, certamente in modo non ostile, tuttavia problematico.
Non mi sono mai sfuggite molte genuine pulsioni al cambiamento su temi politici (la “questione morale”) e su temi economici-sociali (la giustizia salariale, il reddito di cittadinanza, l’ambientalismo).
Non li ho mai votati, però: questioni quali il loro sostegno alla xenofobia e il loro giustizialismo indifferente alle questioni delle garanzie hanno sempre costituito per me altrettanti impedimenti radicali.
Non sono inoltre mai stato attratto da una forma-partito opaca sotto il profilo della democrazia interna, ma anche perciò escludente di una partecipazione militante o anche semplicemente di un coinvolgimento civile aperto e non settario quali quelli per i quali mi sono speso quando facevo politica attiva.
All’indomani del referendum costituzionale del 2016, dopo l’intenso “bagno” su temi fondamentali che caratterizzò quella campagna, alla quale il M5S diede un apporto decisivo, avevo auspicato l’evoluzione del M5S in un “partito della Costituzione”, post-ideologico, ma radical-democratico.
Era un’idea “illuminista” destinata a non aver seguito.
Le vicende del Governo giallonero si incaricarono di dissolvere ogni illusione, ma anche dopo il successivo cambio di maggioranza il referendum del 2020 sulla riduzione del numero dei parlamentari costituì una smentita clamorosa dello spirito referendario del 2016.
Non ho visto nella nuova maggioranza che sorregge il Governo Draghi alcun ruolo distintivamente positivo del M5S.
Oggi il parossistico scontro fra Grillo e Conte non mi appassiona affatto.
Un fondatore carismatico ormai abbastanza imbolsito (terribile, il familismo tribale emerso nell’uso della propria notorietà mediatico-politica sul processo che vede imputato il figlio per stupro), il quale continua a ritenere irresponsabilmente che quello che fu il primo partito alle elezioni del 2018 possa reggersi nella confusione di valori e nelle trovate del giorno per giorno sorrette dallo stanco folklore del “garante”, “elevato”, “ispirato”, mi pare davvero quanto di più inadeguato possa continuare a presentarsi in una fase nella quale, rispetto appena a qualche anno fa, tutto è ancora una volta cambiato, persino le forme della comunicazione.
Un ex (buon) Presidente del Consiglio del quale tuttavia poco si capisce quanto a orizzonte di vedute non può a sua volta (mi perdonino quanti hanno trovato suggestiva la foto circolata sul web in cui Conte e Bersani si abbracciano) dar l’impressione di voler rifondare il M5S riesumando -a me insomma richiama questa sensazione- una sorta di nuovo PSDI, se non quello del piduista Longo, quasi quello dello stinto filodemocristiano Cariglia (Saragat resta comunque fuori portata).
Non so davvero come andrà a finire.
Dei tre tronconi di provenienza dell’elettorato M5S, quello di destra mi pare ormai perso e riassorbito nell’area politica che fa riferimento tuttora a Salvini; quello di sinistra temo rifluirà nell’astensionismo, quello più “centrista” non saprei prevedere cosa sceglierà fra Grillo e Conte.
Qui potrei fermarmi nell’analisi e nelle perplessità.
Sennonché ieri è esploso in modo deflagrante lo scandalo della mattanza di Santa Maria Capua Vetere.
Può essere che mi sbagli, ma già oggi nella raffica delle dichiarazioni indignate, delle richieste e degli impegni a fare esemplarmente luce e a punire i colpevoli vedo il polverone che prelude all’affossamento dei problemi reali.
Lo stato della giustizia italiana, lo stato delle carceri italiane, la Costituzione ogni giorno di più banalizzata, ignorata, disapplicata, tradita in alcuni dei più delicati ambiti del funzionamento dello Stato.
Intanto più si apprende sul fatto (a un anno dall’accaduto), più l’operazione appare meticolosamente organizzata sulla base di ordini superiori.
Qualcosa -se possibile-di peggio persino dei pestaggi dei manifestanti di Genova.
Ho sempre ritenuto che la responsabilità della degenerazione della gestione della manifestazione di Genova fosse governativa (Presidente Berlusconi, Vicepresidente Fini, agli interni Scaiola). Anche per questo per Genova praticamente non pagò nessuno.
Stavolta purtroppo è accaduto sotto il Governo Conte II, Ministro della Giustizia Bonafede (il giustizialista intoccabile allora per il M5S, in quanto allo stesso dicastero già col Conte I).
Un’operazione “esemplare”, scatenatasi a freddo dopo le prime proteste nelle carceri italiane determinate dal peggioramento della condizione dei detenuti a seguito della situazione pandemica, ma a proteste ormai sedate.
Persino il fatto che tutto sia accaduto sotto l’occhio delle telecamere di sorveglianza, se da un lato fa pensare a una previsione di impunità, dall’altro fa pensare a qualcosa di più.
Come se proprio si volesse documentare un’operazione “di scuola”.
Non so a che livelli, ma bisognerà salire in alto, quantomeno ai vertici di allora del DAP: nemmeno il Ministro pro tempore di allora dovrebbe potersela cavare a buon mercato.
E non se la possono certo cavare imputando cinquantadue secondini in divisa, perché questi sono stati solo gli esecutori materiali di un’operazione che ha coinvolto trecento fra agenti, funzionari, dirigenti.
La questione investe politicamente anche l’attuale maggioranza di governo, perché il leader di uno dei suoi partiti, Salvini, ha già fatto capire da che parte sta e non è quella dei detenuti nelle galere italiane.
Ora, il M5S forse potrebbe rendersi finalmente conto di quali fossero le “scatolette” da aprire una volta raggiunto tanto peso elettorale e politico.
Quelle di un Paese ingiusto, illiberale, violento, segnato da gravi continuità fasciste e fascistoidi.
Ma nella resa dei conti fra Grillo e Conte e nell’autocoscienza rituale dell’intero Movimento di tutto questo non c’è proprio nulla.
Ed è quando si diventa inutili a ogni causa concreta, che si sparisce come soggetti del cambiamento.
La sinistra politica, in Italia, purtroppo ne sa qualcosa: ma nessuno che impari dalle esperienze.

Fonte: Democrazia Oggi

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