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Mappa degli Stati di Terraferma sabaudi, e dell’isola di Sardegna nel riquadro in alto a destra

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Carta topografica degli Stati di Terraferma sabaudi.

La fusione perfetta del 1847 si riferisce all’unione politica e amministrativa fra il Regno di Sardegna[3] e gli Stati di terraferma[4] posseduti dai Savoia[5], comprendenti il Piemonte[6], il Ducato di Savoia[7], Nizza[8], gli ex feudi imperiali[9] dell’Appennino Ligure[10] (che comprendevano il Novese[11] e l’Ovadese[12]) e l’ex Repubblica di Genova[13] con l’isola di Capraia[14], in modo simile a quanto la corona inglese[15] aveva fatto quasi cinquant’anni prima con il Regno d’Irlanda[16] per mezzo dell’Atto di Unione[17] nel 1800.

2.1 La questione sarda[20] 3.1 Scomparsa dell’antico Parlamento sardo[22] 3.2 Scomparsa degli altri Stati di terraferma[23] 3.3 Lingua[24] 3.4 Nascita dello Stato unitario sardo[25] 3.5 Sviluppo del’industria mineraria sarda[26]

La fusione

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Carlo Alberto di Savoia.

Il 29 ottobre del 1847, Carlo Alberto di Savoia[30] aveva concesso riforme liberali agli “Stati sardi di terraferma[31]“, nelle quali erano comprese misure quali l’alleggerimento della censura e delle limitazioni al potere di polizia[1]. Saputa la notizia, a novembre furono indetti dei cortei nei principali centri dell’isola, quali Cagliari[32][2], Sassari[33], Alghero[34], Oristano[35] e Nuoro[36][3], per richiedere l’estensione di quelle riforme anche alla Sardegna[1]. Le riforme erano infatti percepite, nell’isola, come uno strumento attraverso il quale si sarebbe potuta superare una crisi causata dai cattivi raccolti succedutisi negli ultimi anni[4].

Purtuttavia, tali moti ebbero quale sbocco un obiettivo verso cui l’orientamento popolare era alquanto contrario[5][6]: la fusione con gli stati continentali e la conseguente rinuncia alla soggettività di quel Regnum Sardiniae[7] che i governanti sabaudi, finora, avevano formalmente rispettato[8].

Nei mesi seguenti ci furono due distinte ambascerie presso la corte di Torino che presentarono la richiesta di estensione delle riforme[9]. Il 30 novembre del 1847, Carlo Alberto approvò invece la fusione,[10] annunciata dall’ultimo viceré[37] Claudio Gabriele de Launay[38] con il seguente pregone: «…il Re Nostro Signore si degnò manifestarci, che il paterno suo cuore fu profondamente commosso pei figliali sentimenti di riconoscenza esternati da questi amati sudditi nel sentirsi chiamati a formare una sola famiglia cogli altri sudditi del Continente»[11][12]. La carica vicereale, assieme a tutte le altre istituzioni del Regno isolano, fu infine soppressa il primo ottobre del 1848[13][14].

Carlo Alberto ricompensò i sardi per la loro fedeltà al re e promise che, in contropartita della rinuncia alla loro autonomia, avrebbero potuto esportare, senza pagare dogana, olio e vino in Piemonte da quel momento in poi[15][10].

Consensi e dissensi

In Sardegna, l’estensione delle riforme liberali era caldeggiata dal segmento studentesco e, in particolare, dalla borghesia di Cagliari[39] e Sassari[40]; attraverso l’inserimento nella Lega doganale italiana, cui avevano aderito il Granducato di Toscana[41], gli Stati sardi e lo Stato pontificio[42] nel novembre del 1847[16], gli imprenditori sardi avrebbero goduto di agevolazioni nella esportazione delle merci agricole e nella importazione dei manufatti dal continente[17].

La più radicale “fusione perfetta” era, invece, appoggiata dalla nobiltà ex-feudale: dalla conservazione dell’autonomia sarda tali notabili, ormai convertitisi in redditieri senza più alcun peso politico[18], non traevano alcun vantaggio; attraverso la sua abolizione, invece, la nobiltà si sarebbe potuta inserire in più vantaggiose carriere politiche e burocratiche che, con la fusione, sarebbero confluite in quelle continentali[19][20][21][22][23]; a detta di Pietro Martini, l’obiettivo del movimento unionista era il «trapiantamento in Sardegna, senza riserve ed ostacoli, della civiltà e cultura continentale, la formazione d’una sola famiglia civile sotto un solo Padre meglio che Re, il Grande Carlo Alberto»[24].

Nel generale entusiasmo delle riforme, a prevalere fu infine quest’ultima posizione che, fra l’altro, godeva del favore regio[7]; non mancarono in merito voci contrarie, seppure in netta minoranza[25], quali quella di Federico Fenu[26] e Giovanni Battista Tuveri[43], e non tardarono neanche a presentarsi i pentiti di tale opera, fra cui lo stesso propositore Giovanni Siotto Pintor[44], che parlò in merito di “follia collettiva” ed ebbe a dire, a posteriori, “errammo tutti”[27][22][28][29][30]. Lo stesso Siotto Pintor ebbe inizialmente difficoltà nell’essere riconosciuto come senatore dal portiere a guardia del parlamento subalpino[45], mentre Pasquale Tola[46] lamentò in aula l’assenza dell’emblema della Sardegna, a fronte della presenza di quelli delle altre suddivisioni del regno[29].

La questione sarda

«I Sardi dovranno capire che il divenir prosperi, felici, ricchi, non dipende che da loro medesimi, che se non vorranno divenirlo è tutta colpa propria.»
(Federico Fenu, La Sardegna e la fusione del suo regime col sardo continentale, Cagliari, 1848)

Per secoli i governanti del Regno di Sardegna si erano riferiti ufficialmente al territorio e al popolo dell’isola come alla “nazione sarda” e in ogni atto pubblico precedente al 1847 l’aggettivo “nazionale” fu sempre e solo riferito a persone o cose appartenenti alla Sardegna (vedasi lo stesso inno del Regno sabaudo[47]). In quegli anni si verificò un veloce spostamento semantico verso l’accezione di nazione “Italia” e nazionale “italiano”[31]. L’equiparazione fiscale, politica e amministrativa determinò, inoltre, una rinnovata marginalizzazione dell’isola rispetto alla Terraferma, i cui territori erano in via di progressiva espansione[32][15]. La perdita di soggettività statuale della Sardegna, da allora in poi inserita nel contesto di un grande stato unitario, non determinò alcun significativo miglioramento delle condizioni della classe dirigente sarda, la quale dovette fare i conti con agitazioni studentesche[33][34] e una ripresa popolare delle attività banditesche[48] e delinquenziali contro l’autorità centrale[35]. Con la fusione e il successivo avvento dell’unificazione politica italiana, ebbe convenzionalmente inizio la cosiddetta “questione sarda”[36][37][38], ossia il complesso dei problemi irrisolti nei rapporti tra la Sardegna e lo stato unitario[39]. Da queste problematiche iniziò subito a maturare un nuovo pensiero autonomista e nazionalista[29], che divenne movimento politico in seguito alla prima guerra mondiale con la nascita del Partito Sardo d’Azione[49] nel 1921[40][41][42], in prossimità dell’indipendenza irlandese[50] (1921-1922).

Le conseguenze

La Fusione comportò la fine di tutte le istituzioni, gli statuti e le leggi che erano ancora in vigore nell’antico Regno di Sardegna (un processo che i Savoia avevano iniziato invero nei decenni precedenti, con la soppressione della Carta de Logu[51], sostituita dal Codice Feliciano). Nell’Isola entrarono in vigore i Codici già in forza negli stati continentali, quali il Codice Civile, il Codice Militare e quello penale, e dagli anni successivi partecipò alle elezioni per il Parlamento Subalpino[52].

Scomparsa dell’antico Parlamento sardo

L’unione portò a una serie di conseguenze fra cui la scomparsa dei secolari istituti di autonomia statuale quali l’antico Parlamento sardo[53] e la Real Udienza[54], garantiti dai trattati internazionali nel momento del passaggio della corona ai duchi di Savoia.

Scomparsa degli altri Stati di terraferma

Gli “Stati di terraferma”, che già da tempo avevano conosciuto un sostanziale accentramento e uniformazione amministrativa, si fusero formalmente all’interno dello Stato sardo[55].

Lingua

La fusione rappresentò un tornante significativo per la storia del repertorio linguistico locale, giacché «la ‘lingua della sarda nazione’ perse il valore di strumento di identificazione etnica di un popolo e della sua cultura, da codificare e valorizzare, per diventare uno dei tanti dialetti regionali subordinati alla lingua nazionale»[43], ovvero l’italiano, introdotto nel 1760 per regio biglietto.

Nascita dello Stato unitario sardo

Con la “Fusione Perfetta” il Regno di Sardegna, divenuto con il passaggio della corona ai Savoia[56] nel 1720 uno Stato “composto” (cioè formato dall’unione di più Stati con sovranità distinte ma temperate dalla Costituzione[44]), divenne “unitario[57]” e caratterizzato, nell’intenzione dei regnanti, da «un solo popolo, un solo potere pubblico, un unico territorio»[45], non più pluralista come quello precedente, ma centralista[58] sul modello francese, mantenendo la stessa denominazione.

Sviluppo del’industria mineraria sarda

Uno degli effetti della fusione fu l’estensione alla Sardegna della nuova legge mineraria del regno, emanata a Torino il 30 giugno 1840, con caratteristiche adeguate al suo tempo, che separava i diritti di sfruttamento del sottosuolo da quelli derivanti dalla proprietà del suolo[46]. Questo nuovo impianto legislativo permise la nascita di nuove società minerarie a capitale non solo locale, come la miniera di Montevecchio[59] in concessione dal 1848 al sassarese Giovanni Antonio Sanna[60], ma anche ligure, piemontese e di multinazionali europee, con lo sviluppo di impianti per l’estrazione ed il trattamento dei minerali fino alla nascita di villaggi minerari[47].

Note

      Bibliografia

      Voci correlate

      • Sotgiu, Girolamo. Storia della Sardegna sabauda, Nuoro, Il Maestrale, 2018, p. 383
      • ^[111] <<Promossi per non tagliare l’isola fuori dal movimento riformatore che si era sviluppato in Piemonte e in altri Stati italiani, si conclusero, come si è detto, con la richiesta, che solo pochi decenni prima sarebbe stata inconcepibile, della perfetta fusione con gli Stati di terraferma, con la rinuncia, cioè, a quella indipendenza nazionale che aragonesi e spagnoli avevano secolarmente rispettato, che il regno sabaudo non aveva osato mettere in discussione, anche se, come si è visto, aveva operato con successo per svuotare di contenuto reale.>> Sotgiu, Girolamo. Storia della Sardegna sabauda, Nuoro, Il Maestrale, 2018, pp. 380-381
      • ^[112] Sotgiu racconta che <<sulla Torre dell’elefante, a Cagliari, il giorno della partenza per Torino della delegazione al re, apparve un manifesto con la scritta: “Viva la lega italiana/e le nuove riforme/Morte ai Gesuiti e ai piemontesi/Concittadini: ecco il momento desiato/della sarda rigenerazione”.>> Sotgiu, Girolamo. Storia della Sardegna sabauda, Nuoro, Il Maestrale, 2018, p. 384
      • Sotgiu, Girolamo. Storia della Sardegna sabauda, Nuoro, Il Maestrale, 2018, p. 386
      • ^[119] Sorgia, Giancarlo (1968). La Sardegna nel 1848: la polemica sulla fusione, Cagliari, Editrice sarda Fossataro, p.3
      • ^[120] Gianfranco Contu e Francesco Casula, Storia dell’autonomia della Sardegna, dall’Ottocento allo Statuto Sardo, p. 13
      • ^[121] Sotgiu, Girolamo. Storia della Sardegna sabauda, Nuoro, Il Maestrale, 2018, p. 381
      • ^[122] Ne Sull’Unione civile (pp. 20-21) di Pietro Martini, a proposito, si legge: <<Quale finora è stato il colmo degli onori per gli impiegati nazionali? Gli uffizi di presidenti nell’antica Reale Udienza e di reggente di toga nel Supremo Consiglio or ora abolito, per li giuridici; quelli di viceintendente generale di Sassari e di direttore generale del Debito Pubblico per li amministrativi, e nulla più. Colla fusione, però, con rimescolamento dei Sardi cogli impiegati fratelli, i primi colle benemerenze loro potranno giungere alle alte cariche dello Stato.>>
      • ^[123] <<In tutto ciò non poca responsabilità ebbero la borghesia e la nobiltà che erano state alla testa del movimento fusionista nell’intento di trovare inserimento nella società piemontese e di ottenere ambite e ben rimunerate cariche pubbliche, specie nel continente.>> Sorgia, Giancarlo (1968). La Sardegna nel 1848: la polemica sulla fusione, Cagliari, Editrice sarda Fossataro, p.15
      • ^[124] <<…Si trattò di una richiesta presentata con enfasi al re Carlo Alberto da una parte dell’establishment sardo, quella che aveva interessi commerciali da promuovere o che intendeva garantirsi carriere politiche e burocratiche più robuste.>> Onnis, Omar (2015). La Sardegna e i sardi nel tempo, Arkadia, Cagliari, p.172

      References

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      Fonte: Democrazia Oggi

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