Andrea Pubusa

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In questo momento drammatico c’è solo un obiettivo immediato: fermare la guerra, le morti, le devastazioni, le sofferenze. Questo è il messaggio venuto anche dalla grande manfestazione di Roma. Si sa che i partecipanti hanno idee non sempre collimanti, ed è ovvio che sia così in una vicenda complessa, che affonda le radici in una storia complessa e non condivisa. Dobbiamo concentrare la spinta sul punto su cui tutti convergiamo: la cessazione immediata delle ostilità, dell’invasione e la inividuazione di equilibri e assetti che diano al popolo ucraino e a quello russo libertà e una pace duratura.
La diplomazia, cui spetta il compito di far cessare la guerra, tanto più sarà solerte e “giusta”  e forte quanto più alta si leverà dal basso una voce di pace e di pacificazione.
Questo ora, subito. In prospettiva si pone il problema di individuare l’orizzonte ideale e programmatico in cui collocare i protagonisti di questo drammatico scontro. Nei momenti drammatici e bui bisogna pensare alle grandi idee che proiettano ancora la loro luce sull’oggi. Il Manifesto di Ventotene, nato anch’esso in un momento tragico della storia, è uno degli scritti politici più preveggenti pensato mentre imperversava il nazi-fascismo. E’ uno fra i testi fondanti l’Unione Europea e ne prefigura la necessità.
Cosa prevede in sintesi? Una Federazione europea, dotata di un governo e di un parlamento democratico con poteri reali in economia e politica estera. Redatto nel 1941 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi con il titolo «Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto», mentre stavano scontando la loro condanna al confino nell’isola di Ventotene, venne trasmesso clandestinamente, grazie ad alcune donne come Ursula Hirschmann ed Ada Rossi e, quindi, pubblicato nel 1944 da Eugenio Colorni, che ne scrisse la prefazione. Un documento collettivo, in quanto anche altri confinati antifascisti contribuirono alle discussioni che portarono alla definizione del testo.
Il Manifesto di Ventotene si fonda sui concetti di pace e libertà kantiana, in consonanza con le crescenti sfide dell’internazionalizzazione già precepibili negli anni ‘40. L’idea base è riconducibile alla necessità di creare un movimento dal basso capace di mobilitare tutte le forze popolari attive nei vari Paesi d’Europa, al fine di far nascere uno Stato federale con una propria, unica forza armata, dedicata al mantenimento della pace.
Il documento dice una parola importante e preveggente non solo sul piano istituzionale, ma anche su quello economico. L’economia europea avrebbe dovuto essere «liberata dagli incubi del militarismo o del burocratismo nazionale», con conseguente abolizione, limitazione, correzione o estensione – da valutare caso per caso – della proprietà privata «per creare intorno al nuovo ordine un larghissimo strato di cittadini interessati al suo mantenimento, e per dare alla vita politica una consolidata impronta di libertà, impregnata di un forte senso di solidarietà sociale».
Sappiamo poi com’è andata. Dalla spinta impressa dal Manifesto di Ventotene, nacque nel 1943 il Movimento Federalista Europeo e, soprattutto, l’idea che lo sviluppo della civiltà moderna – che era stato arrestato dai regimi dittatoriali – portasse ad una riforma dell’intera società per «riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza e i privilegi sociali». E’ nata poi, con vari passaggi, la UE. La spinta propulsiva di questa istituzione si è esaurita alla fine del secolo scorso per la subordinazione alla NATO e alle centrali economico finanziarie mondiali. C’è stato un arresto e una involuzione. L’incapacità o meglio la volontà di non aprire alla Russia dopo la caduta del muro di Berlino ne è la prova più lampante. Alla Russia, caduti i blocchi, anziché il volto mite della cooperazione, si è mostrato quello muscolare della sottomissione e dell’umiliazione. La guerra di questi giorni è il frutto avvelenato di questo processo involutivo.
Un’Europa libera e unita, invece, rappresenta di nuovo la premessa per il potenziamento dei valori migliori del Vecchio Continente, della sua civiltà; e - come si sognava a Ventotene - la riforma della società deve immediatamente rilanciare il processo storico contro la disuguaglianza e i privilegi sociali; deve passare attraverso una rivoluzione europea, necessariamente socialista, cioè dovrà porsi l’obiettivo della liberazione delle classi lavoratrici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita.
Oggi siamo tornati al punto di partenza. Non c’è da tifare per la Nato e per la UE, né per Putin. Come diceva il Manifesto, occorre battersi di nuovo per dare alla vita politica una consolidata impronta di libertà, impregnata di un forte senso di solidarietà sociale.
Nei momenti più bui, come fu a Ventotene nel 1941, bisogna non abbassare il tiro, ma elevarlo per mirare più in alto e lontano.

Fonte: Democrazia Oggi

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