Andrea Pubusa

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C’è poco da fare. Giuseppe Conte si recherà al Quirinale per dimettersi, aprendo una complicata crisi di governo. Comunicherà prima al Consiglio dei Ministri la sua decisione, poi salirà al Colle per la formalizzazione. Del resto, non è riuscito ad allargare il perimetro della maggioranza (come chiedeva Mattarella nei giorni scorsi), anzi lo ha ristretto con la messa all’ordine del giorno della relazione Bonafede sulla giustizia. In un parlamento pieno di indagati, condannati e con parenti, amici e conoscenti nella stessa posizione, ogni tentativo di far funzionare la macchina della giustizia è vista come un pericolo grave. Una minaccia! Che Renzi e tanti altri si defilassero era ovvio, naturale. Il M5S per quanto scassato sulla questione morale, per fortuna, è sempre giustamente intransigente, essendo questo il maggior male del Paese.
La crisi, dunque, si apprirà domani e da quel momento diventa decisivo il ruolo del Capo dello Stato, che, dopo consultazioni lampo con tutte le forze politiche, deciderà. Sarà un reincarico al premier uscente per un “ter”? A parole lo auspicano Pd,M5s e Leu. Ma Renzi e altri gruppi vogliono altro. La grande torta del Recovery ha tabti pretendenti e non tutti ispirati dal dovere di salvare il Paese. Sarà difficile formare una maggioranza senza i musi gialli, ma che questa pensata frulli nella testa di molti, non solo del trobettiere, è evidente. Sullo sfondo c’è anche la soluzione estrema dello scioglimento delle Camere. Qui entra in ballo, e può divenire dirimente, l’istinto primordiale di sopravvivenza di una massa dei peones che, anche per la riduzione del numero dei parlamentari, dopo le elezioni, tornerà sicurmente e definitivemnte a casa, senza salvadanaio. Questa poco nobile, ma materiale ragione, può far nascere - come in passato - una schiera organizzata di “sinceri costruttori”. Ed è auspicabile che questo parto, per quanto frutto del peccato, avvenga, perché le elezioni, oltre che mettere a rischio gli improrogabili impegni del governo sulla sanità e sull’economia, non pare possa condurre a governi più saldi. Se vince il centrosinistra, sarà, più o meno, come adesso, se prevarranno Salvini e la Meloni, sarà la farsa, l’avventura e il disastro.
Insomma, si delinea all’orizzonte una situazione di grande instabilità che mette a rischio addirittura la fruizione dei fondi europei, che sono stati sì stanziati, ma che, per essere incassati, occorre soddisfare alcune condizioni ineludibili, prima fra tutte presentare in termini progetti credibili. E la sanità con le sue urgenze?  E la popolazione al lastrico? E, e, e….
Ora mentre tutto questo avviene, dal fronte regionale si registra un ulteriore crepa. Alcune regioni, Lombardia e Sardegna, anziché ricercare nel dialogo col governo la soluzione ai loro problemi di colorazione, fanno ricorso al Tar. Come se non fosse la sede politica quella naturale per risolvere questi problemi con leale collaborazione, ragionevolezza e buon senso. Le decisioni amministrative, e, fra queste, i DPCM sono adottate sulla base di una istruttoria, ossia sulla base degli atti esistenti nel fascicolo. Se un reparto di terapia intensiva viene aperto o reso funzionante dopo l’istruttoria, la decisione del govenro non può contemplarla (caso Sardegna), se invece i dati sono inviati in ritardo o sono errati, idem come sopra (caso Lombardia, pare). Il punto però non è questo, è più grande, molto più grande. Da questi avvenimenti emerge un segnale chiaro: la disarticolazione e la paralisi delle istituzioni, il loro scollamento, lo sfascio dell’unità sostanziale nazionale (intesa, pur da diverse collocazioni, come tensione verso il bene del Paese) in un momento in cui più che mai c’è bisogno di una condotta responsabile nella distinzione delle posizioni e dei ruoli.
Che il Signore ci assista!

Fonte: Democrazia Oggi

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