Carlo Dore jr.

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E’ in libreria un volume interessante sulla recente storia nascosta del nostro Paese: Colpevoli” – Andreotti, Gelli e la P2 visti dva vicino, Ed. Chiarelettere, 2021, Ecco una recensione di Carlo Dore jr., brillante giurista dell’Ateneo cagliaritano.

Cosa è stata la Loggia P2? Un piccolo manipolo di lobbisti in cerca di entrature nei salotti della Roma che conta, un comitato d’affari sviluppatosi all’ombra del gioco dei potenti, o un vero e proprio Stato nello Stato, alimentato dalla prospettiva di sovvertire le dinamiche democratiche delineate dal Costituente? Licio Gelli era l’unico dominus di questo oscuro sistema di relazioni, o il segretario generale di un demone più influente e terribile? E se Gelli era solo un abile, untuoso e insinuante Belfagor, a Belezebù possono essere attribuite le fattezze curve e sfuggenti di Giulio Andreotti, capace di dominare la scena della Prima Repubblica giocando sul labile confine che separa l’ironia dalla minaccia, la ragion di Stato dall’eversione bella e buona?
Con la lucidità del cronista divenuto testimone oculare di un passante decisivo della Storia italiana del dopoguerra, Sandra Bonsanti (con la collaborazione di Stefania Limiti) ricostruisce il fil rouge che tiene insieme politici e generali, finanzieri e monsignori, dittatori ed eroi, spioni e servitori dello Stato: protagonisti e comprimari di una colossale opera tragica, destinati ad apparire e scomparire nella nebbia che idealmente si dipana dalla villa di Castiglion Fibocchi. Un fil rouge che si chiama P2, un fil rouge che dovrebbe condurre alla ricerca di colpevoli mai del tutto accettati come tali.
Nomi, fatti, storie, si susseguono capitolo dopo capitolo, senza soluzione di continuità: Sindona “salvatore della Lira”; Calvi strangolato dalle minacce sotto il ponte dei Black Friars; Ambrosoli che “se l’era cercata”; Dalla Chiesa, il generale mandato a morire senza esercito. L’ombra della P2 sugli apparati di sicurezza che avrebbero dovuto salvare la vita di Moro, l’ombra di Gelli che si allunga dall’Italicus alla strage di Bologna, fino ai movimenti separatisti spuntati e spariti a cavallo delle stragi del 1993. Gelli e Andreotti: Belfagor e Belzebù. Gelli colpevole. Andreotti colpevole.
Colpevoli. E allora? E allora silenzio, riempito dall’eco di un’ultima, cruciale domanda: dopo il blitz di Villa Vanda e le indagini di Turone e Colombo, dopo l’inchiesta condotta senza sconti dalla Commissione Anselmi, possiamo dire che la democrazia ha davvero sconfitto la P2? Possiamo dire che il Piano di rinascita democratica è stato seppellito nel colossale archivio delle pagine della storia patria da non consegnare ai posteri? Possiamo dire che Gelli e la sua loggia d’assalto sono stati solo i protagonisti di una pagina da dimenticare, per concentrarci sulle sfide future, che il Paese deve affrontare senza i condizionamenti generati dalle divisioni del passato?
Difficile, se si considerano i ruoli apicali conquistati da mai pentiti esponenti della Loggia tra la prima e la seconda Repubblica; difficile, se si ha memoria del consenso bipartizan del quale fino alla fine è stata investita la figura di Andreotti, celebrato come padre della Nazione vittima del furore giustizialista delle solite toghe militanti; difficile, se si considerano i molteplici tentativi di incardinare l’icona dell’Uomo forte nell’ambito dell’impianto costituzionale. Difficile, se si leggono le parole affidate all’autrice da Tina Anselmi in occasione del loro ultimo incontro: “sono ancora tutti lì…”
Eccolo, in definitiva, il pericolo avvertito e denunciato dalla Bonsanti: il pericolo che la democrazia abbia in qualche modo introiettato la P2, riconoscendola come componente di un sistema nel quale gli epigoni di Gelli trovano spazio e legittimazione. Il pericolo che le esigenze di pax istituzionale, di ricerca di uno spirito unitario in grado di sostenere il Paese dinanzi alle contingenze del momento suggeriscano di guardare al futuro anche a costo di mettere una colossale pietra sul passato, sulle sue nebbie, sulle sue tragedie, sul sangue che ancora incrosta l’asfalto delle nostre strade.
Ma affidarci all’oblio, rinunciare alla memoria “sarebbe un insulto alle vittime e alla storia del Paese”: a Moro, a Dalla Chiesa ad Ambrosoli e ai troppi morti che chiedono verità. Quella fortissima, disperata ricerca di verità che ancora deve ispirare la ricerca dei Colpevoli.

(pubblicato anche su www.articolo1mdp.it)

Fonte: Democrazia Oggi

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