Gianna Lai

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Oggi domenica prosegue la storia di Carbonia, primo post il 1° settembre 2019. 

E’ l’amministratore delegato Stefano Chieffi, in quegli stessi mesi, a sottolineare la necessità del potenziamento delle miniere sarde onde ridurre le importazioni estere, mentre si annunciano i lavori per  la riattivazione di Cortoghiana Nuova e Seruci, valutato complessivamente, il giacimento, in 50 milioni di tonnellate di combustibile fossile sfruttabile. Dunque apertura di Seruci e Cortoghiana Nuova, annuncia l’amministratore delegato, da affiancare a Serbariu, Bacu Abis, Gruppo Sirai, Nuraxeddu. Secondo il programma approvato dal CIR, Comitato per la Ricostruzione Industriale, incaricato della ripartizione dei Fondi ERP, e già approvato dal ministero per l’industria con un primo stanziamento di fondi. La spesa calcolata, il primo finanziamento di 2 miliardi di lire, giunge fino ai 15 miliardi, a completamento e  attivazione dei nuovi impianti, secondo una previsone  complessiva di 2-3 milioni di tonnellate annue di Sulcis prodotto. Mentre, valutato il carico di energia elettrica in 13 milioni di kwh, si ritiene necessaria la costruzione di una Centrale termoelettrica, per esclusivo consumo dell’azienda. A fianco, un’industria chimica  che  recuperi 25-50mila tonnellate di zolfo,  convertibili  in acido solforico e solfato di ammonio, per la produzione di fertilizzanti.
E firma un altro importante articolo Stefano Chieffi, così come possiamo leggere in Ignazio Delogu, dal titolo “Carbonia non può morire”, pubblicato  sulla “Rivista Sardegna”, che un gruppo di studiosi sardi cura e stampa a Roma. E che contiene “saggi di esperti e di studiosi del bacino carbonifero e dei problemi relativi alla natura del carbone, della sua estrazione e delle sue possibilità di impiego industriale”. Riferendosi al combustibile Sulcis, l’articolo esprime forte la preoccupazione che, “da un momento all’altro interessi, o rinnovata incuria di classe dirigente, potrebbero inaridire una vera sorgente di ricchezza e di sviluppo industriale dell’isola, traducendosi in un danno per la ricostruzione nazionale”.  Perciò analizza il carbone, Stefano Chieffi, e le sue caratteristiche, classificando il Sulcis vero carbon fossile, destinato alla produzione di vapore, e respingendo ogni  diffuso pessimismo sulle sorti della città. Nella stessa Rivista l’articolo dell’ing. Mario Carta, direttore della Scuola mineraria dell’Università di Cagliari, che riconferma il carbone Sulcis “appartenere nettamente alla classe carbone,… possibilità di impiego al di fuori della combustione diretta, per destinarlo a impieghi più nobili, come la distillazione a bassa temperatura”. La valorizzazione integrale  del carbone Sulcis, dunque, “uno dei carboni chimicamente più ricchi del mondo”, che necessita tuttavia di ridefinire l’organizzazione stessa dell’azienda. Esplicito il riferimento del professor Mario Carta “alla ricomposizione dei consigli di amministrazione ACaI - SMCS”, anacronisticamente  ancora separati e distinti, come ai tempi del fascismo.
Ma sta venendo meno il prezzo politico di vendita del carbone, a seguito dell’apertura dei mercati.  Nel 1947 il prezzo del carbone Sulcis raddoppia,  rispetto al 1946,  passando da 3.092 a 6.167 lire, ora che viene   assicurata in grande quantità l’importazione dall’America  e dalle miniere europee.  Ed a prezzi sempre più bassi, che vedono il Sulcis soccombere, non potendo competere per  qualità e per alto costo di produzione. Dal mese di  ottobre in poi, sopratutto, talché a dicembre si impongono ai minatori ferie collettive “per non accrescere gli stock nel porto di Sant’Antioco”. Ed è lo Stato a sostenere l’ACaI con duemila lire di contributi,  in corrispondenza di ogni tonnellata di carbone importato, poco più di un  palliativo in quella  lunga teoria degli sprechi appena iniziata. Alla quale  bisogna aggiungere i continui interventi per spese straordinarie, divenute ordinarie, e destinate  a sanare i continui deficit dell’azienda. L’esercizio del  1946 si era chiuso con un disavanzo di 209.067.309 di lire che, sommato ai precedenti,  raggiunge il totale  di 974.021845 lire, cui segue immediato l’intervento del Tesoro per 634.267.904 di lire.
E il bilancio del 1947 si chiuderà  con una perdita di 28.470.067 di lire, ma l’intero ammontare  delle perdite relative a tutto il 1947 avrebbe raggiunto all’incirca il miliardo, come si legge in Carbosarda di G.Are e M.Costa. Tale da spingere l’ingegner Mario Carta a proporre, durante la riunione del dicembre 1947, sull’andamento mensile delle produzioni, la chiusura di Bacu Abis, quella che,  tra le miniere del Sulcis, risulta la meno produttiva.
In un quadro isolano e provinciale che non promette niente di buono per l’immediata ripresa di agricoltura e industria, presso cui il carbone in eccesso, nel territorio nazionale, una volta fatti salvi i rifornimenti della grossa impresa isolana, SES, Italcementi, ferrovie,  possa in alcun modo trovare eventuale nuova collocazione, il mercato dei combustibili rigidamente sotto controllo dei vari Consorzi di vendita che, sui prezzi, fanno il bello e il cattivo tempo.
Perché, come dice il professor Sotgiu parlando della Sardegna, “nel complesso la politica economica di guerra che aveva adottato il fascismo  non fu abbandonata. Permasero vincoli e restrizioni che, a parere degli economisti di allora e anche di uomini politici, non servirono a impedire che, accanto al mercato ufficiale, se ne sviluppasse uno clandestino, con la conseguenza che nè i produttori poterono trarre vantaggio da una liberalizzazione del mercato, nè dal persistere dei vincoli e dei controlli la popolazione ottenne un reale giovamento”. Ed inoltre bisogna ricordare che “il valore della moneta, a causa dell’isolamento,  era più alto” mentre i produttori avrebbero avuto, “da questo regime vincolistico, un gravissimo danno”. Così la politica messa in atto dall’Alto Commissario e dalla Consulta, contribuì  a far prevalere gli indirizzi tradizionali: “scarsa disponibilità a realizzare trasformazioni agrarie  e fondiarie che avrebbero potuto dare un impulso all’agricoltura, la resistenza a far emergere come protagonisti del rinnovamento agricolo nuove figure sociali, l’opinione che la pastorizia dovesse continuare ad essere l’asse portante dell’economia isolana”. E, per concludere sulla distribuzione della proprietà, “gli interessi della grande proprietà terriera erano ancora, negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, e lo furono per molto tempo, assolutamente preminenti e avevano nella provincia di Sassari il centro di coagulo nell’Istituto di Credito Agrario e avevano la forza e la capacità di imporsi a livello regionale, condizionando la politica agraria della stessa Consulta sarda”

Fonte: Democrazia Oggi

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