Gianna Lai

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Oggi domenica un altro tassello della storia tormentata di Carbonia, iniziata il 1° settembre 2019.[1]

Ma che cosa spaventa il prefetto e il questore di Cagliari nella campagna nazionale del 18 aprile? “Incide sui benepensanti la paura del comunismo”, si legge nella relazione di febbraio al ministero dell’Interno. Pur se la campagna del Fronte Popolare è impegnata a porre come  “parole d’ordine, rinnovamento sociale, difesa della democrazia,  della pace  e dell’indipendenza nazionale”, come dice Giorgio Candeloro, e non la rivoluzione comunista, “la speranza di ridare vigore a quello spirito unitario che si era manifestato nella Resistenza”, e di cui la stessa Costituzione repubblicana era fedele testimone. .
E nel mese di  marzo in  Sardegna, Alcide De Gasperi “in una trionfale tournée elettorale”, come la definisce Antonello    Mattone, interpreta “queste  paure, con la minaccia che, nel caso in cui prevalesse il Fronte democratico popolare, l’Italia perderebbe, in una situazione alimentare ancora così difficile, i benefici del Piano Marshall”.
Certo, sulle elezioni del 18 aprile influiscono, nonostante gli inviti al buon senso di Pietro Nenni, le questioni internazionali, come mai più sarebbe successo in Italia, se persino il questore di Cagliari il 1 gennaio 1948, nella sua relazione al prefetto,  apre l’anno annunciando con  sollievo, “le dichiarazioni dell’America, circa l’eventuale intervento, nel caso si volesse instaurare una dittatura in Italia, sono commentate favorevolmente dalla parte sana della popolazione”. Sicché sta dando i suoi frutti “l’adesione, in  provincia,  alla politica del governo USA di aiuti di emergenza all’Italia: già giunte merci e derrate alimentari”.
Ed in effetti,  mutata la situazione internazionale, dall’inizio della guerra fredda e poi, “nel corso del 1947, la dottrina Truman, il piano Marshall, la nascita del Kominform come  replica sovietica, …..  l’autonomia  di politica estera delle principali forze politiche italiane viene praticamente a cessare, da una parte e dall’altra”. I socialisti anch’essi decisamente a favore del blocco sovietico, ricorda Paolo Spriano  che sarebbe stato lo stesso Togliatti a vedere  nella  rottura dell’alleanza antifascista in Italia il riflesso della rottura internazionale tra USA e URSS. “Togliatti non ha più alcuna speranza che si ripristini quella che era stata la sua opzione generale, uno schieramento di unità nazionale. E pensa forse Togliatti che il fronte popolare sia  il baluardo che non si può rischiare di smantellare con la tensione in atto”.   Ma in una posizione  difensiva, aggiunge  Norman  Kogan, nel momento in cui la destra moderata e il grosso capitale uscivano vittoriosi dal periodo di transizione, che aveva coinciso con la fase più impegnativa della ricostruzione.
Quindi le elezioni del 18 aprile che, secondo Ernesto Ragionieri, “avrebbero dovuto sancire la prima applicazione di una Costituzione formulata dai partiti e che dei partiti politici faceva un perno del suo funzinamento”, avrebbero invece visto entrare in campo “forze ben più vaste e potenti tanto da farne lo scontro più aspro di tutta la storia elettorale italiana. Governo di Washington e ambasciata italiana, d’intesa col governo italiano promossero una massiccia campagna di valorizzazione dell’aiuto americano, ma lasciarono espressamente intendere che sarebbe cessato in caso di vittoria del fronte popolare, facendo ripiombare l’Italia nell’oscura miseria degli anni di guerra ancora vivi nella memoria di tutti”.
Sono infatti gli USA a  impegnare tutti i mezzi politici ed economici per “arrestare l’onda rossa”, anunciando  il 15 marzo il Dipartiemento di Stato americano  che, se la lista socialcomunista avesse vinto, ogni aiuto economico all’Italia sarebbe stato soppresso, “si sa che la flotta americana è vicina,  pronta a intervenire se del caso” e “Gli Usa pianificarono un intervento militare nel caso i comunisti avessero vinto le elezioni del 1948 in Italia”: così ancora si legge su Norman Kogan,  Paolo Spriano e  Eric J. Hobsbawm.
Importanti le conseguenze per Carbonia, in questo clima di guerra ideologica, come la chiama Francesco Barbagallo.  Non si poteva infatti dimenticare che “l’economia americana era più forte di tutto il resto del mondo messo insieme”,  e che  “La superiorità degli USA nel campo occidentale era indiscussa…Era infatti l’unico paese uscito dalla guerra con le proprie risorse conomiche non solo intatte ma anzi notevolmente accresciute. Nel settore delle fonti di energia, ad esempio, la loro produzione del 1945 rappresentava da sola il 50% del carbone, il75% del petrolio, il 50% dell’energia elettrica della produzione mondiale. Il reddito complessivo aumentato del 75% rispetto al 1939, raddoppiati i salari, rinnovati gli impianti industriali, quasi scomparsa la disoccupazione … il problema era quello di poter utilizzare a pieno ritmo l’enorme potenziale economico accumulatosi negli anni del conflitto e poter smerciare i propri prodotti in un mondo impoverito e sfinito dalle distruzioni belliche”.
Potevano rassicurarsi il questore e il prefetto di Cagliari sui pericoli di un sorpasso dell’URSS nei confronti degli USA! Non allo stesso modo i minatori di Carbonia,  alla riapertura massiccia dei mercati direttamente sotto il controllo  degli Stati Uniti: “nessuno poteva porne in discussione la superiorità a livello mondiale, si trattava  piuttosto di liberalizzare i commerci, un mondo libero da barriere doganali sopratutto in Europa, zona di influenza USA”. In questa direzione la Conferenza di Bretton Wood, aveva creato nel 1944 il “Fondo monetario internazionale (FMI), nel quale confluirono tutti i paesi capitalistici dell’Occidente, che si impegnarono a riconoscere il dollaro come unica moneta di riferimento negli scambi del commercio internazionale”. E la Banca mondiale e l’Organizzaione mondiale del commercio ITO che, “sotto la guida degli Usa operava nella direzione di una più spinta liberalizzazione del commercio internazionale”.

Fonte: Democrazia Oggi

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