Gianna Lai

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Come ogni domenica ormai da due anni, dal 1° settembre 2019[1], il post sulla storia di Carbonia.

Nell’autunno del 1946 il PCI raggiunge in Sardegna i 23.014 iscritti, “Ancora nel 1947 il partito comunista era un movimento più che un vero partito organizzato”, secondo Giorgio Amendola, citato in Antonello Mattone, “Velio Spano. Vita di un rivoluzionario di professione”- E Spano stesso “rifletterà in futuro, non senza una punta di amarezza, sui ritardi che hanno impedito al partito un efficace inserimento nella realtà sociale isolana, durante i governi di unità democratica”. Tuttavia  intensi e continui i rapporti che legano i  dirigenti locali e la direzione nazionale, Togliatti e Renzo Laconi e Velio Spano, due tra i più stretti collaboratori del segretario. E che spiegano anche la presenza in città, saltuaria ma significativa, del leader comunista.  In occasione della Conferenza regionale dei quadri svoltasi a Cagliari, aprile 1947, il dibattito dedicato all’autonomia, una bellisima immagine  su “Carbonia”, di Ignazio Delogu, fotografa la piazza Roma durante la visita di Palmiro Togliatti: grande folla tra le bandiere di partito e i cartelli di benvenuto, anche a forma di stella rossa, gigantesca la scritta PCI. Cui seguiranno altri incontri con la popolazione,  nella seconda metà degli anni cinquanta: ancora una grande folla in “Carbonia in chiaroscuro”,  il drappo rosso sul palco da cui parla Togliatti,  con la scritta PCI e stella, all’ingresso del municipio cittadino. Come dice Pietro Cocco, futuro sindaco della città, venne due volte a Carbonia il segretario, “noi comunisti sardi abbiamo avuto da Togliatti un grande aiuto nella elaborazione della nostra linea politica sull’autonomia e la rinascita. Venne due volte a Carbonia e  in ogni occasione diede un importante contributo perché le particolari questioni sarde fossero seriamente affrontate”.
Ma è anche la lotta per i Consigli di gestione ad approfondire e  rafforzare  l’interesse e la presenza  dei dirigenti regionali e nazionali comunisti  sulle questioni di Carbonia, essendo necessario estendere l’esperienza, già così particolarmente significativa tra i lavoratori del Nord Italia, anche  al resto dell’isola, perlomeno alle aziende più importanti. E  Renzo Laconi prende parte attiva alla battaglia tra i minatori, orientando e proponendo esperienze unitarie a livello politico e sindacale, e Velio Spano è particolarmente impegnato, nella fase conclusiva, a sollecitarne le elezioni, pur non  ancora definito l’orientamento del ministro. Il PCI  in Assemblea Costituente, impegnato nella  costruzione di una  Repubblica democratica fondata sul lavoro, a garanzia dell’uguaglianza e della libertà, dei diritti sociali e della rappresentanza sindacale.
Ancora sempre centrale  il problema dei minatori di Carbonia, se si tratta di definire l’organizzazione del  movimento sardo e il rapporto operai- contadini nel contesto nazionale, in particolare quando si affrontano i temi dell’autonomia e il portato costituzionale dello Statuto sardo, i temi cioè dibattuti  nella Consulta regionale e  in Assemblea Costituente.  Aveva detto Velio Spano, così citato in Gianni Bonanno, che cura la pubblicazione de “Il Lavoratore”: ” Legandosi all’insegnamento  di Gramsci  …nessun dubbio lasciano …le parole pronunciate dal compagno Togliatti al II Consiglio Nazionale  del Partito Comunista…la linea che noi dobbiamo seguire  può essere  evidentemente una sola: fare nostre le rivendicazioni della Sardegna, metterci perciò decisamente alla testa, non soltanto delle rivendicazioni economiche e sociali degli operai, dei contadini, dei piccoli pastori, dei pescatori, degli intellettuali legati al popolo, ma metterci altresì decisamente alla testa del movimento autonomista sardo”.
Così Renzo  Laconi, componente della Consulta Regionale, già  strutturata per commissioni, che lasciò a giugno del 1946 quando fu eletto alla Costituente e che, in entrambi i consessi, si occupò del dibattito sullo Statuto sardo e sulle autonomie. Nel  discorso del 21 luglio 1947 all’Assemblea Costituente, “Per l’autonomia della Sardegna”, non poteva mancare il richiamo a Carbonia, l’inquadramento della miniera in un contesto quanto mai arretrato, a sostegno de “la necessità di  concedere statuti propri e autonomie ampie alle isole e alla Sardegna in particolare”. Grave la condizione dell’economia sarda determinata dall’apertura del mercato nazionale che l’ha esposta, “indifesa, all’opera di sfruttamento del capitale mercantile e, in un secondo momento, del capitale industriale, l’uno e l’altro interessati a strapparle unicamente materie prime allo stato grezzo e semilavorato. Né, prosegue l’oratore, è stato mai rinnovato il sistema produttivo,  perchè tuttora, accanto alle immense ciminiere di Monteponi e Carbonia, il pastore sardo guida le pecore, con il suo vincastro per lande inseminate, perché ancora il contadino scava con l’aratro a chiodo la terra, perché ancora due economie e due mondi coesistono nell’isola senza compensarsi. Noi ….abbiamo partecipato ai sacrifici e alle lotte comuni del popolo italiano, in quanto abbiamo sentito che troppi fattori ci legavano profondamente alla vita nazionale. Ma oggi chiediamo di avere diritto di cittadinanza, in questa nazione rinnovata, non soltanto come cittadini italiani ma anche come parte attiva nella vita economica e sociale del paese….. Vi chiediamo di consentirci che, attraverso l’autonomia, noi consolidiamo la partecipazione della Sardegna alla vita nazionale”.  Una visione dinamica, perché Laconi non si limita a rivendicare giustizia in nome dello sfruttamento secolare, ma in nome soprattutto  dell’impegno e delle lotte che il popolo sardo ha combattuto a fianco dei democratici di tutte le provenienze, sentendosi fortemente  parte della comunità nazionale.
Ed anche durante il Convegno regionale dei quadri sardi, Cagliari  25-26 aprile 1947,  in quella  “forza nuova del  proletariato industriale che avanza sulla scena della storia”,  in quello “schieramento che unisce la classe operaia ai braccianti, agli intellettuali, ai ceti medi produttivi della città e della campagna”, posti al centro del discorso di Togliatti sull’autonomia, non si può non intravvedere la presenza dei minatori,  un movimento organizzato fino a comprendere, nel Sulcis di allora, oltre 15 mila iscritti alla CGIL.  A quella Conferenza dei quadri comunisti partecipano il Comitato regionale, i Comitati provinciali, i deputati comunisti alla Costituente, i consultori regionali e i delegati delle maggiori sezioni.  Dirigenti eletti saranno Borghero, Laconi, Lay, Polano, Spano, Dore, ancora segretario, sostituito da Spano pochi mesi dopo, in ottobre. E quando il 27 aprile Palmiro Togliatti tiene il discorso commemorativo per il decimo anniversario della morte di Gramsci, in prosecuzione del suo ancora recente intervento alla Costituente, il leader comunista sente la necessità di imprimere una svolta alla politica del PCI in Sardegna, ripartendo innanzitutto dall’autonomia.  Leggiamo su Girolamo Sotgiu, “Secondo Togliatti -la situazione  del partito in Sardegna rispecchiava ancora la situazione  dell’isola; si sentiva che sul partito prevalevano i difetti comuni a quelli della popolazione sarda, isolamento ideologico, grettezza nei rapporti politici, mancanza di slancio nell’azione politica-…….ed è proprio affrontando questi problemi che precisò il senso che doveva avere la battaglia autonomistica……..Molti compagni sardi-disse Togliatti- facevano riserve alla politica comunista perché volevano dare all’autonomia un contenuto di classe; ma l’autonomia è una rivendicazione democratica: l’autonomia interessa tutti, poveri e ricchi, ed infatti ogni qualvolta si creano situazioni in cui una regione viene oppressa nell’ambito dello Stato si crea, nell’ ambito della regione, una solidarietà fra le classi contro lo sfruttamento dello Stato……dobbiamo essere noi a prendere questa bandiera, la bandiera del sentimento popolare che si sente oppresso, la bandiera del regionalismo che lotta per progredire. Dobbiamo diventare il partito delle masse sarde-” L’elemento nuovo, prosegue lo studioso è “dato dal fatto che la Regione, in questa concezione, diventa uno strumento di rottura, non una forza che passivamente recepisce, ma che interviene in modo attivo perché lo Stato, nel suo complesso, venga modificato”.  E, riprendendo ancora Sotgiu il discorso di Togliatti  su Gramsci, “all’autonomismo del partito sardo d’azione  le cui radici ideologiche affondavano nel vecchio meridionalismo salveminiano,  Togliatti contrappose un sardismo gramsciano ….. Un sardismo quindi che  ha una dimensione  nazionale perché offre la chiave per la soluzione di un problema nazionale, quello del Mezzogiorno, …..perché i problemi dell’arretratezza del Mezzogiorno e della Sardegna non possono essere risolti soltanto dalle popolazioni meridionali ma in unità con la forza nuova, -il proletariato industriale che avanza sulla scena della storia e che vincerà e rinnoverà l’Italia-”.

References

  1. ^1° settembre 2019 (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi

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