Gianna Lai

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Oggi domenica nuovo tassello della storia di Carbonia dal 1° settembre 2019[1].

 

Dice la prof. Di Felice, a commento delle posizioni assunte da prefetto e questore, “In un clima rimasto comunque teso, le proteste e i gravi incidenti che seguirono allo sciopero organizzato per l’attentato a Togliatti, provocarono un gran numero di denunce e arresti. Rispetto a una lotta operaia che, cresciuta di intensità, ora si connotava politicamente, le autorità di pubblica sicurezza si muovevano nei termini di uno scontro antisindacale e, ancor più, anticomunista. Il bacino minerario del Sulcis diveniva il terreno di un aspro conflitto. Proteste e devastazioni interessavano Carbonia: si registravano violenti scontri tra esponenti di opposte fazioni … Lo sciopero sarebbe durato fino al 18 luglio mentre, a Montecitorio, contro le direttive di Scelba e i provvedimenti tampone varati dal governo per sostenere la SMCS, aumentavano le interpellanze, le interrogazioni e le denunce dei parlamentari comunisti che, sollecitati anche gli altri esponenti della deputazione sarda, sostenevano il rispetto dei diritti dei lavoratori e dei cittadini e l’urgente rilancio dell’attività estrattiva”.
E poi la prof. Giannarita Mele, ancora sull’andamento dello sciopero e sul comportamento dei poliziotti, “A Cagliari, come nel resto del Paese, il battesimo della scissione sindacale è lo sciopero per l’attentato contro Palmiro Togliatti. Protagonisti della protesta, i lavoratori già impegnati in agitazioni sindacali, i ferrovieri, i 5.000 salinieri della Contivecchi e i quasi altrettanti dipendenti della cementeria”. Sciopero molto partecipato, prosegue la studiosa, è nel successivo Comitato federale del PCI che il segretario federale Giovanni Lay riferisce di “un ordine del giorno di protesta firmato anche dal rappresentante del PLI, mentre la Camera Confederale del lavoro proclamava subito uno sciopero generale provinciale” di denuncia, per il comportamento della polizia, a Cagliari, nei confronti dei lavoratori pacificamente riuniti in attesa di notizie, di fronte alla federazione comunista: “è stato l’intervento spavaldo della polizia che ha fatto esplodere la collera fino ad allora contenuta. Non ci sono stati morti e feriti gravi solo per il sangue freddo che hanno dimostrato i compagni dirigenti che, subito, sono intervenuti fra i dimostranti e la polizia”, il segretario della federazione comunista, a conclusione del suo discorso sui fatti del 14 luglio.
In effetti, come dice Sergio Turone, obiettivo importante da colpire, per il governo, era da tempo l’unità del sindacato: contro l’esecutivo della Confederazione generale del lavoro che, insieme alle modalità dello sciopero diffonde la sera del 14 luglio un manifesto, “l’infame attentato si ricollega alle decine di aggressioni e di arbitri perpetrati a danno di organizzazioni sindacali”, fu il governo stesso ad accusare, subito dopo in un suo comunicato, “la CGIL di aver voluto uno sciopero insurrezionale col proposito di capovolgere i risultati elettorali del 18 aprile”. Un vero e chiaro segnale a sostegno della ormai prevedibile e definitiva scissione, così, “il 15 luglio l’esecutivo CGIL - assenti i membri democristiani- approvò l’ordine di cessazione dello sciopero”, come leggiamo ancora su Turone, nella sua Storia del Sindacato in Italia. Dello stesso parere Francesco Barbagallo, “la proclamazione dello sciopero generale provocò la fine dell’unità sindacale e la rottura tra le diverse componenti, che diedero poi vita alla CISL, di orientamento cattolico, e alla UIL, che raccolse i lavoratori socialdemocratici e repubblicani”. E Giovanni De Luna, “Di fatto, dopo la fine dei Cln e dei governi unitari del primo dopoguerra l’unità sindacale era l’unica testimonianza ancora esistente dello spirito della resistenza fondata sul patto che era stato firmato il 9 giugno del 1944″, da comunisti, democristiani e socialisti. A uscirne sconfitta la linea unitaria di Di Vittorio, che “si legava ad una concezione del sindacato - da strumento puramente di difesa della classe operaia, alla funzione, positiva, di rappresentanza degli interessi della nazione intera -, strettamente funzionale alle scelte collaborative operate dal PCI sui problemi della ricostruzione economica”. Di seguito la descrizione degli eventi: “alla sera [del 14, n.d.a.]….., Pastore e Rapelli, dopo aver convocato una riunione separata presso le Acli, lanciarono un appello ai lavoratori, invitandoli a sospendere uno sciopero non più accettabile, in quanto dichiarato per il fine politico di far cadere il governo, e a rifiutarsi di partecipare a manifestazioni politicamente incompatibili con una organizzazione sindacale. Si era così fatalmente imboccata la strada della scissione….. Il 22 luglio il Consiglio nazionale delle Acli ….. annunciò ufficialmente l’intenzione dei sindacalisti cattolici di organizzare un autonomo sindacato democratico”.
Secondo ancora Sergio Turone, infatti, “dal settembre 1946 al settembre 1948, la storia delle ACLI è principalmente la storia della corrente sindacale cristiana, ….. Nei due anni, fino alla scissione del ‘48, l’unità sindacale sopravisse quasi soltanto in virtù dei condizionamenti politici esterni e per la disperata resistenza messa in atto dalle sinistre “. Perchè, l’intervento del Vaticano a favore della rottura dell’unità sindacale, sarebbe stato reso, nel mentre, ancora più efficace, “grazie alle pressioni americane che si fecero sentire, sopratutto per via indiretta, attraverso il Piano Marshall,….. ma anche in modo diretto, con appoggi concreti a quei settori sindacali che davano garanzia di impegno anticomunista”. Nel documento del 16 luglio, la corrente sindacale democristiana, “d’intesa con la presidenza centrale delle Acli, proclamava la necessità di un sindacato autonomo”, per questo, “il 5 agosto del 1948 l’esecutivo CGIL dichiarava decaduti i dirigenti della corrente cristiana”, cui fece immediatamente seguito la lettera inviata al presidente del Consiglio De Gasperi da Pastore e da altri 10 leaders sindacali democristiani, per informare il governo che la corrente cristiana aveva assunto - autonomamente la rappresentanza e la tutela dei lavoratori ad essa aderenti -”. Dal Congresso aclista del 14-18 settembre 1948 “riunito in Laterano” sarebbe nata, quindi, la Libera Confederazione generale del lavoro”, sicché, “oltre al legame con la gerarchia cattolica appariva evidente quello con la Democrazia Cristiana”, così per Sergio Turone che, in tal modo, conclude il discorso sulla rottura della CGIL nella sua “Storia del sindacato in Italia”
Anche a Carbonia si radicalizza lo scontro per l’intervento delle ACLI provinciale a impedire ogni forma di collaborazione nel sindacato: gli risponde il Consiglio delle leghe con una mozione che esclude i dirigenti della corrente cristiana dalla Camera del Lavoro 5). E mentre il questore di Cagliari registra laconico “in provincia, la situazione è determinata dalla rottura dell’unità sindacale nella CGIL e dall’uscita della corrente cristiana” 6), simile a quello nazionale il quadro regionale descritto dalla professoressa Giannarita Mele, “le vicende della rottura dell’unità sindacale non sono molto diverse in Sardegna e a Cagliari, dove già dal 4 agosto, presso la sede di Viale Armando Diaz, viene approvata una mozione, proposta dalla componente comunista, che espelle dalla CGIL di Cagliari i dirigenti della corrente democristiana. Questi ultimi, ormai fuori dalla CGIL, creano un organismo chiamato Corrente sindacale cristiana e, dopo lo scontro con la Camera confederale del lavoro a proposito dello sciopero dei braccianti e altri contrasti sempre più forti, si costituisce in ottobre, a Cagliari, un Comitato promotore regionale per i liberi sindacati. Anche in Sardegna i giorni del luglio 1948, le vicende legate all’attentato a Togliatti, segnano davvero una svolta. La rottura dell’unità sindacale, pur sofferta da ambo le parti, è l’emblema del fatto che ormai si è cristallizzato lo scontro fra destra e sinistra sociale e che la Democrazia cristiana è diventata sul campo, e non più soltanto nei seggi elettorali, il partito del governo, il partito dell’ordine. In questo orizzonte si spiega la repressione che colpisce i dirigenti e gli attivisti comunisti della CGIL e che si protrae per mesi”, anche nell’isol.

Fonte: Democrazia Oggi

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